Archivio per il 'storie di Pino Scannamonaca'Categoria

La questione morale

23 Maggio 2009

Spensi la televisione e uscii di casa. Come sempre sapevo già tutto e anche di più. Avevo seguito le edizioni flash e gli approfondimenti. E anche quelle speciali per sordomuti. Era un periodo in cui mi sentivo particolarmente antipatico. Ero sempre più convinto di essere come mia madre: una cameriera infaticabile in una casa di matti. Una donna sulla buona strada dell’esaurimento nervoso. In quei giorni avrei preferito sul serio spararmi nei coglioni, pur di non ascoltare una sola parola dei miei coinquilini oziosi e felici. Passavo ore ed ore in cucina. Cucinavo un sacco e un sacco di cose buone. Riempivo le loro bocche di cibo svuotandole di parole. Ma loro parlavano anche col boccone in bocca. Mi ingozzavo di nozioni discriminando la leggerezza. Fagocitavo programmi nazional-popolari e film in bianco e nero facendomi un sacco di idee strane sulla società. Avevo una discreta voglia di diventare famosissimo, senza avere la minima volontà di ingegnarmi per farlo. Ero maledettamente giovine e non avrei mai sacrificato la mia integrità morale, ed ero anche molto bello. No, io non mi sarei venduto agli editori. Non avrei rincorso il successo e il mio nome su una pagina patinata, sotto un racconto non mio. Non avrei leccato nessun culo neanche quello della mia ragazza. Sarei uscito dall’underground con le mie gambe muscolose.

Quando spensi quella cazzo di televisione sapevo già tutto. Sbattei la porta di casa divorando le scale. Uscii per non rientrare mai più. Mi lasciavo alle spalle un pezzo di società corrotta e vuota, che però nella vita avrebbe concluso un sacco di cose. Il mio desiderio di riscatto li travolgeva senza pietà, sgozzando le loro ambizioni di gloria. Avrei fatto grandi cose, ma soprattutto le avrei fatte prima di loro. Uscii in strada sicuro di me, e mi inoltrai nella calandra romana, verso gli studi di Cinecittà. Sapevo esattamente cosa fare e dove farlo. Cosa dire e a chi dirlo. Le risposte alle domande e le facce compiacenti. Avevo già in testa le facce rigonfie di invidia di quei falliti del collettivomensa, quando mi avrebbero visto seduto su un trono circondato da ragazze bellissime, per lo più napoletane. Sarei diventato famosissimo. Bello come il sole. Ricco. Ciò che dovevo fare era semplicemente spaccare in quel cazzo di casting.

Quando mi chiamarono entrai con aria disinvolta, raddrizzai la schiena e parlai per un po’ di me:

-          Ciao, mi chiamo Pino, sono alto un metro e sessantot…

-          Quanto?

-          Uno e sessantott… uno e settanta?

-          Grazie, le faremo sapere, avanti il prossimo.

Era stato breve e indolore. Avevo fatto colpo, di sicuro. L’intellettuale bello e dannato che buca lo schermo a ora di pranzo. Mi dissero che mi avrebbero mandato una mail a giorni. Persone serie questi di Uomini e Donne, mica come quei pezzenti di editori che finisce pure che non ti rispondono. Mi ero inoltrato finalmente in un mondo che sentivo mio, e vaffanculo collettivomensa. Dovevo solo aspettare la chiamata per la consacrazione. Una questione di giorni e sarei diventato un tronista.

Ah, che bella fortuna.

Che faccio stasera?

21 Maggio 2009

Allò stasera prendo la mia nuova bicicletta. Nuova nel senso che l’ho rubata due giorni fa. E me ne vado sul lungarno.

Ah, il vento tra i capelli. Sfrecciare, andare lentamente, essere libero, ascoltare il fresco della sera. Poi arrivo tipo davanti all’ambasciata Americana e mi siedo su una panchina parcheggiandoci la bicicletta accanto. Chissà se c’ha il cavalletto. Insomma mi siedo, mi accendo una sigaretta pensando a niente di pesante, roba leggera. Magari mi faccio buoni propositi per l’indomani. Mi ripeto che andrà tutto bene, che me la caverò, che la fortuna arriverà.

E mentre sto lì seduto arriva una americana strafica, anzi non una americana, un’italiana coi capelli corti e il giubbotto di pelle, una tipo lei. Insomma questa mi si siede accanto, legge un libro di John Fante, tipo Full of Life, e mi dice che John Fante come barzellettiere faceva cagare e però lei per questa cosa lo amava ancora di più. Io le dico che anche io sono debole e lei mi guarda con gli occhi vispi e mi dice che suo padre è il più grande editore del mondo ed è intenzionato a pubblicarmi un libro al mese. Io le dico che ancora non ho mai scritto un libro ma lei mi rassicura dicendomi di non preoccuparmi perchè suo padre mi darà un anticipo di un sacco di soldi per permettermi di scrivere il primo di questo mese. Poi mi dice se ho voglia di fare l’amore.

Ma quando ci alziamo dalla panchina arrivano dei suoi amici. Uno è un grande architetto che senza presentarsi mi dice che ha già chiamato un’impresa per ristrutturare la casa dei miei genitori. Un altro è un grosso imprenditore, pieno di soldi, che mi dice che darà un milione di euro a mia madre, a mio padre, a mio fratello, ai miei amici, alla mia ragazza, e a tutta la gente a cui voglio bene. Provo a ringraziarlo ma mi dice che non c’è bisogno, lo fa volentieri. Dopodicchè ci salutano. E rimaniamo io e la ragazza bellissima con il giubbotto di pelle tipo lei.

Andiamo a casa sua e facciamo l’amore, con tutta tranquillità, beviamo dell’ottimo vino bianco ma senza ubriacarci, lei ride a tutte le mie battute ma non per cortesia proprio perchè la fanno ridere, coglie ogni  citazione, mi risolve ogni dubbio psico-filosofico, poi mi abbraccia mi dice che se vorrò mi abbraccerà per sempre, ogni tanto si alza recita shakespeare mentre balla come Anna Pavlova e suona il violoncello come Jacqueline du Prè, il tutto contemporaneamente…

Ma tanto già lo so che ora esco di casa, scendo le scale, apro il portone fischiettando e facendo tintinnare le chiavi della catena, e trovo che mi hanno fottuto la bici.

E’ la vita. Anche se qualcuno la fa molto semplice. Tipo studiare, trovare un lavoro, scopare e morire. E’ l’angoscia. Però ora esce il nuovo numero del Collettivomensa e nessuno mi dirà che quello che scrivo non va bene. Magari scrivo un racconto in cui io sono un supereroe che stupra le ragazza ma anche no visto che sono fichissimo e quindi me la danno consenzienti e poi rubo tutto quello che voglio, mi rubo tutta la Feltrinelli e poi quando mi arrestano passo attraverso i muri, ma magari mi faccio anche ricco, così tutte quelle cose le posso pagare, anzi no, me le compro via internet con la carta di credito, mi compro tutto e mi scelgo anche il mestiere, da supereroe anche io voglio lavorare per un giornale come clark kent, magari faccio il fotografo per max, tipo lui.

Lucani se more

28 Aprile 2009

Frignava, sbattendo i denti dal freddo. Si chiamava Pino Scannamonaca, ed era nato nelle campagne dove Cristo non
aveva mai osato mettere piede: in Lucania. La terra non gli era mai parsa divertente. Forse grande e colorata, ma non
divertente. Gli avevano già decantato l’importanza del lavoro, la gratificazione della stanchezza e la grazia di Dio. Ma
lui preferiva starsene fermo, con la coperta sulle spalle, ad osservare l’inverno di quei corpi storpi e felici. I volti tronfi
di vino ed allegria. Le schiene ricurve sui frutti precari della terra in quell’ inspiegabile carnevale quotidiano. Pino
Scannamonaca emigrerà, un giorno. Ne era sicuro.

La sua prima casa era la masseria dei suoi bisnonni. Venne costruita coi frutti dell’emigrazione in Argentina e
ricostruita alla fine degli anni Ottanta grazie ai fondi statali gestiti dalla camorra per i terremotati dell’Irpinia. Suo
nonno, un democristiano a volte socialista a volte no, riuscì ad accaparrarsi i finanziamenti senza avere conoscenze in
politica. Se ne vantò con tutti, dicendo di essere un miracolato della Questione Meridionale. E forse lo era davvero.
Pino detestava la sua prima casa. Era stato a trovare i suoi zii in un appartamento al settimo piano di un condominio
nella periferia di Battipaglia. Da allora, l’ascensore a gettoni e un cane che non uscisse mai di casa erano i suoi
desideri più opprimenti.
Pino tollerava la campagna ma fino a un certo punto. L’unica sua gioia quotidiana era accudire un vecchio asino da
carico che ormai non lavorava più. Era il suo animale domestico da cui aveva l’obbligo di stare lontano. Mangiava
poco, non ragliava mai, e si godeva la pensione girovagando a zonzo con una stanchezza straordinaria. Serviva, così gli
dicevano, per attraversare il fiume in tempo di piena.
Ogni autunno Pino aspettava con ansia il fatidico momento in cui il fiume che disegnava la valle, si fosse alzato anche
solo di qualche centimetro sulle sue caviglie, per poter finalmente montare il suo mulo domestico. Anno dopo anno si
rattristava nel rendersi conto che in realtà il fiume non era altro che una serie sparuta di rigagnoli prosciugati dalla
desertificazione, che a stento riuscivano a districarsi tra cementifici e a raggiungere la grande Diga.
Quando suo nonno morì, e con lui anche il mulo, a Pino importò poco. Non aveva mai avuto il desiderio di imparare i
segreti della terra soprattutto ora che il passato procedeva dritto verso l’estinzione, sentiva in cuor suo l’opportunità
di fuggire da quelle langhe desolate e di trasferirsi in paese. Era convinto che il mondo che aveva sempre visto infinito
in realtà lo stesse soffocando. E che i vicoli stretti del paese, la gente, il mercato, la chiesa con le ragazze vestite di
nuovo per la messa domenicale, gli avrebbero dato nuova linfa. Certo, il paese non era la periferia di Battipaglia ma
per ora poteva andare.

L’occasione per fuggire dalla campagna bussò una mattina alla porta. Un ometto triste piombò in casa portandosi
dietro la pioggia della città, una serie di altri ometti, macchine, valigette, telefoni, carte. Discussero a lungo con suo
padre. E Pino era convinto che stesse accadendo qualcosa di veramente brutto. Suo padre si congedò da loro in un
italiano goffo e con un sacco di strette di mano. Li accompagnò alla porta fischiettando. “E’ arrivata la fortuna”–
esclamò sbattendo la porta. E si attaccò subito alla bottiglia di vino buono.
Un mese dopo Pino montò pieno di sogni su un furgoncino stracarico di roba alla volta del paese. La sua nuova casa
era un bilocale che cadeva a pezzi. Però era al centro del centro del paese, che all’epoca contava “ben” più di mille
abitanti. La masseria in campagna era stata espropriata per permettere la costruzione di un pozzo di petrolio, una di
quelle grandi scatole con le torri, le lucine e il fuoco sempre acceso, che già da qualche anno iniziavano a spuntare in
Basilicata, e nell’immaginazione di Pino.
Quando giunsero in città non si parlava d’altro. Gli Scannamonaca venivano apostrofati dai neocompaesani o come
miracolati, oppure come portatori di una pesante sciagura. I vecchi ignoranti si improvvisavano oracoli e prevedevano
disgrazie funeste. I più, invece, morivano d’invidia. Si prevedevano soldi a palate.
Suo padre Vito si era già convinto di essere ricco. Passava giornate intere seduto su una panchina della piazza,
sorseggiando Peroni grande, e decantando al mondo intero la fortuna che aveva avuto. Aveva in mente i grandi
sceicchi con gli iòtt e i denti d’oro. Già si vedeva, lontano da sua moglie, scendere le scale del suo jet privato, mano
nella mano con la più bella gnocca che la Lucania avesse mai visto dopo Lina Wertmuller. Vito Scannamonaca
guardava i suoi compaesani con spocchia. Offriva Amaro Lucano a tutti. Pagava a credito promettendo pieni di
benzina. Regalava gettoni per i videogiochi ai bambini che non conosceva e che credeva figli suoi. Si permetteva il
gusto sopraffino di giocare a tressetteappérdere. E vincere. Era opinione comune che suo padre Vito fosse diventato
lo scemo del paese. E a Pino questo non dispiaceva più di tanto.

A dodici anni Pino era già grande. Fumava, beveva vino e conosceva i motorini a memoria come l’Ave Maria, cioè a
pezzi. Delle mille ragazze in cui aveva sognato di incappare, alla fine ce n’era una sola. E la dava a tutti. Si chiamava
Luna, come nessuna santa, quasi che il padre già presagiva la sciagura che avrebbe comportato mettere al mondo una
femmina. Pino non aveva mai immaginato che la bellezza lo potesse intimorire tanto. Ma non se ne preoccupò:
semplicemente, non le rivolse mai la parola. Per sfuggire a quella soggezione prese a spiarla perseguitandola con lo
sguardo ogni volta che la disinvoltura glielo permetteva. Cercava di cogliere lembi di pelle scoperta dalle sue gonnelle
da cui ne ricavava infiniti soggetti per le sue fantasie erotiche. Nel frattempo i suoi amici, molto più spregiudicati, a
turno se la scopavano di santa ragione, manco a dirlo.
A sedici anni Luna rimase incinta. Fece fare il test di paternità a 14 persone, tra cui Vito Scannamonaca. I risultati però
non si seppero mai e Luna scomparve dalla circolazione. La gravidanza della ragazza rimase un mistero irrisolto, che
lasciò nel dubbio e nel sospetto reciproco tutta la piccola comunità. Qualche anno dopo spuntò sulla parete del bar
una cartolina con impressa una torre Eiffel. Portava la firma di Luna e un milione di baci e di saluti a tutti.
Ma ormai tutti, nel bene e nel male, avevano già altro per la testa. Il pozzo di petrolio alle pendici del paese
funzionava a pieno regime, bruciando con la sua fiamma perenne i gas e le speranze di tutti. I contadini a cui avevano
sottratto la terra avevano ricevuto indennizzi da miseria, e solo ora iniziavano a rendersene conto. Le autorità
regionali li rassicuravano: non era certo sui soldi ricavati dagli espropri che avrebbero costruito la loro fortuna.
Parlavano piuttosto di indotto. Sterminati posti di lavoro. Fruttuosissime attività che sarebbero nate intorno
all’estrazione del petrolio. Paesi interi che avrebbero risollevato la propria economia. Gestioni locali delle risorse.
Valutazioni di impatto ambientale. Lavoro. Dignitosissimo lavoro.
Pino Scannamonaca si divertiva da morire ad ascoltare questi signorotti importanti della città, che si dimenavano con
la cravatta al vento sui palchetti improvvisati nella piazza del paese. Percepiva nelle loro parole una musicalità
raffinata. Onirica. Concetti che nessuno capiva ma che trasportavano l’immaginario collettivo verso realtà parallele.
Tutti, dopo averli uditi, si sentivano già un po’ più abbienti. Si immaginavano operai con le tute sporche di olio e non
più di terra. Placavano i loro desideri di insubordinazione lasciando spazio a nuove speranze. Pino era divertito anche
nel vedere gli occhi pensierosi del padre, ricolmo di debiti, che un po’ percepiva il vento della rovina. Vito
Scannamonaca non rideva più solo per far ridere. Aveva rimosso il turbante d’oro dalle sue fantasie e si era convinto
di essere diventato scemo per davvero. A suo figlio i sogni infranti non importavano. Non aveva mai avuto bisogno di
soldi. Era felice nella sua solitudine da campagnolo disadattato in una realtà di paese. Per Pino le uniche cose che
contavano erano le parole. E gli industriali e i politicanti di parole ne avevano a bizzeffe. Parole umane, tecniche, di
conforto. Semplici o ricercatissime. Non era mica colpa loro se una massa di zoticoni non ci aveva capito niente. Le
parole erano state dette e scritte da qualche parte. Ma nessuno si era preoccupato di leggerle.
L’onda dell’entusiasmo portata dall’indotto (che nessuno aveva ancora visto), risollevarono rapidamente l’umore
della gente. In paese arrivò la rivoluzione sessuale dei costumi e quasi tutte, dalle tarchiatelle alle brave donne di
famiglia, iniziarono ad indossare jeans a vita bassa e maglie scollate. Per Pino furono anni di masturbazione
marchiana.

Il bar in piazza era la vetrina della comunità. Nelle strisce gialle lì davanti erano parcheggiate la Punto grigia del
sindaco, un potentissimo diessino che non contava un cazzo, e la Mercedes del maresciallo dei carabinieri, che invece
era l’unico a comandare. La piazza era il luogo pubblico, dove c’era la chiesa, il tabacchino con la sala biliardo
clandestina, il fruttivendolo che vendeva i detersivi sottobanco e i tavolini del bar, ritrovo ufficiale per gli ubriaconi
notori. I dieci ragazzi sopravvissuti all’emigrazione si radunavano, invece, nella villa, un piccolo cimitero ben curato,
con tanto di monumento ai caduti. L’epitaffio sotto la grande statua recitava solenne “caddero umili e puri eroi nella
grande guerra, il popolo memore ne incide i nomi nel cuore e nel marmo”. I ragazzi trovarono ben presto la
realizzazione del loro sogno americano nell’eroina e adoperarono la villa come luogo per andarsi a bucare. Pino
pensava che avrebbero dovuto erigere un monumento anche ai suoi amici eroinomani. In fondo, anche loro stavano
morendo per un’idea passata di moda. La gente con cui usciva Pino era molto diversa, si faceva di MDMA, droga che
che si riusciva a trovare solo ai rave. Le giornate erano perciò scandite dalla ricerca di una “festa”, dall’andare a una
“festa”, dalla ricerca dell’MD, e dall’euforia che ne seguiva. Naturalmente la maggior parte delle giornate si
svolgevano senza questo lieto fine. E allora era solo paranoia. Paranoia scandita dalla incessante catena di montaggio
delle canne. Il fumo di merda che si trovava in paese arrivava in piazza una volta a settimana, con lo stesso furgone
che ogni giorno alle cinque di mattina raccattava manodopera a nero. Il caporale si fermava per cinque minuti in
piazza, lasciando le ante del furgone aperte. Allora una sfilza di disperati assaltava il rimorchio con la forza e l’orgoglio
di chi era disposto a sacrificare la propria schiena per dieci euro di sudore nei campi.
Pino quella mattina tornava stravolto da un rave party. Era in macchina con i suoi amici e dai finestrini appannati vide
suo padre con la testa bassa salire su quel furgone. Vito Scannamonaca lo scemo del villaggio, che aveva la masseria
più grande della valle, ora, schiavo, raccoglieva i frutti di quella terra non più sua. Pino cercò il suo sguardo, e poi lo
evitò.

Tornò a casa e si accasciò sul letto. Serrò le palpebre e si sforzò di pensare alla morte, a quello che sarebbe stato
dopo. No, non riusciva proprio a immaginarsela la morte. Vedeva solo buio, poi puntellini, poi niente. Solo l’angoscia
gli saliva addosso e tutto gli sembrava assolutamente insignificante. Rivedeva suo padre affannarsi nel compiacere il
suo pubblico borioso. Le gambe di Luna e il suo sorriso da bambina che con gli anni era diventato sempre più triste.
I suoi amici che combattevano la grande guerra per la felicità, il grande sogno americano dell’eroina, e gli sembrava
solo un incubo. Si immaginava vestito con tanto di kimono uccidere uno ad uno tutti i personaggi del suo paese. Il
parroco ignavo, il sindaco paffuto e il maresciallo camorrista. Sentiva di essere arrivato a delle conclusioni a cui
nessuno sembrava aver pensato. Di avere un asso nella manica che l’avrebbe sistemato. L’unica cosa che doveva fare
era andarsene di lì, oppure sarebbe finito come il padre. A fare il caporalato e raccogliere i pomodori insieme ai negri.
Pino Scannamonaca emigrerà un giorno. Ne è sicuro.

[versione integrale del racconto pubblicato sul numero 214 di Frigidaire, 2009 Collettivomensa]

Nonnofilìa

5 Aprile 2009

Viaggio della vita.

Viaggio è vita. No.

Che vagheggino pure i poeti, la vera ragione del viaggio è tornare.

Se Viaggio è suo ritorno, la sua essenza è in nomi di passaggio. Oggi Battipaglia, penultima tappa della mia epopea da ventottomila lire di sudore e di Sud.

L’afa della sera è un souvenir Made in Tunisia. Importata su un gommone a vento via Lampedusa, pesante e calma e sudaticcia nei miei polmoni impiastricciati di catrame.

Annaspo calma piatta, tra poco sarò a casa. Immortalo una immagine da tramandare ai ricordi e mi convinco che mi annojerò. Tra poco sarò a casa. Carico di un ricordo.

Due occhioni tristi seduti davanti al bar della stazione ansimando mi sorridono. Lui è alto più di me e sta seduto da solo. Io cammino strisciando i piedi, con la borsa sulle spalle e un alone aromatizzato a forma di zaino stampato sulla maglietta marrone.

Due occhioni tristi mi domandano distratti:

– Fa caldo stasera eh?

– No, ora no – gli rispondo distratto pure io.

– Comm’ no!

– C’ho fame, caldo no

– Tien’ fàmm’? Io tengo caldo.. Dimmi nu poco, che ci fai a Battipaglia tutto solo solo?

– Aspetto

– O’ pullmànn?

– Treno

- E addov’è che te ne vai?

- A casa

- Che begli occhi ca tieni ussàj?

– Lo so.

Lui avrà cinquant’anni e la barba grigia e puzza di piedi. Io ce n’ho sedici e devo fare pipì. Magari c’avessi la barba pure io.

Come ti chiami pesciolì?

– Goran

– Io Giuseppe Cappa, tu com’è che t’ chiàmm’?

– Goran

– Eccheccàzzo di nomme è mo questocquà, pesciolì, ti posso chiamare chessò..

– Sì

– Vabbuò, tieni gli occhi belli u’ saj?

Mi divincolo a testa bassa da una dolce stretta di mano. Entro nel bar e ordino Peroni piccola

E il bagno c’è? – chiedo al barista, l’insuccesso l’ha cambiato.

E come non c’è! C’è… ma è ròtto.

Guardo il cellulare cercando l’ora giusta per andare via. L’orologio mi racconta del tempo che manca al mio treno per casa. Dice un’ora e spiccioli. Non gli credo. Credo proprio che mi annojerò.

Fa caldo eh, pesciolì?

Con passo meschino e trasandato Giuseppe Cappa si avvicina dal bujo con gli occhi dell’amore, bramando ossigeno e parole umide dalle mie labbra vergini e un poco violacee.

– No – lo deludo – ma ho birra vuoi?

- Nu poco, me la piglio volentieri Gigè.

La sua saliva impregnata di baffi inonda il becco della bottiglia. Due sorsi profondi e un respiro seguito da un rutto.

E’ rimasto il culo pesciolì, gustatèllo tu.

- Vai, finisci. Io vado a pisciare.

­Mi giro con la gamba tremula cercando un anfratto bujo o anche no.

Aspè che t’accompagno.

– Ma anche no!

– Comme no pesciolì, non ti posso mica fare andare in giro da solo. Qua ci sta tutta malaggente. Qua ti vendessero pure a te, per farsi due shpiccioli, Gigè. Ma tu mo staj con me. Io qua comando io capì. Ya, andiamo, vieni cu’ mmè!

Il suo dire ingenuo non appare minaccioso eppure lo è. Il mio fare svogliato è stanco e non troppo ingenuo. Ho mal di gola e devo fare pipì.

– Vabbuò – dico, e non dico altro.

Lui ha tanto da dire e zoppicando lo dice:

- Se devi pisciare ce ne andiamo quaddietro che è bujo, e mo vediamo pure se ci stanno le zoccole Gigè, ti piacciono le zoccole a te? E i cani? Io ne ho sette cumbà, cinque in campagna e due alla casa qua. Abbito proprio sopra alla stazione, quel palazzo colle tapparelle blu, lo vedi là? Sto da solo Gigè. Tenevo ‘na mugliera che poi però me l’hanno fottuta. E mo però c’ho tutti gli amici qua alla stazione. Gente di strada vuagliò. Cose che ti ci devi stare pure nu poco attento. Ti piacciono le persone come a mè, piccolì? Non ti piacciono ho capito. Com’è, ti piacciono mo.. Ah, no, mi pareva che non ti piacevano e allora ho det.. vabbuò, io guido gli autobbùs. E tu? Tu studi tu? Sì picc’rìll’ ancora, Goràn e cum’ càzz t’ chiami. La vedi a quella? Quellallà è Rosalina. Quella c’ha le cosce calde come una mamma. Io qua le conosco a tutte quante. E pure i maschi li so. Cumbà, quand’è sesso a me non me ne fotte niente. Maschi o femmine che siano. O no? E a te? Pesciolì, te ne importa a te se tiene il pesciolino come a te?

- Giusè, mo però devo pisciare.

- Ah, e piscia qua. Io ti guardo. Una volta Gigè devi sapere che una vol..

La pipì scorre pallida galleggiando poi affondando nella breccia. Giocosa cade nei fossetti scavati dalle api inebetite. Giocosa raggiunge i piedi poi li evita in cerca d’aria, spinta da non so quale impercettibile pendenza. Stanca poi decide di stagnare e resistere, all’evaporazione che con sto cazzo di caldo la coglierà di sicuro. Clapfsh! Sandali di sughero biblicamente si immergono nella fanghiglia, galleggiando e non. Poco sopra dita luride e pelose si contendono gli schizzi. Molto sopra un visino idiota e barbuto mi sorride in cerca di risposte. Ma quale cazzo era la domanda? Riabbasso il capo e vedo i piedi di Giuseppe Cappa sporchi di terra e amore. Strizzo gli occhi. Sorrido. “Chebbellezza”, penso.

- Andiamo Giusè, t’offro una birra.

- Lascia fare, te la pago io. Assettat’ al muretto infondo là e aspetta appapà, che mo torno e te la porto, vabbuò?

Giuseppe Cappa si allontana verso il bar lasciandosi alle spalle un alone di puzzadisudore e me. Mani in tasca. Il cellulare con un vibrante peto metallico mi annuncia l’arrivo di uno sms. Leggo e sbadiglio un po’. “Un nuovo sogno ci attende. Una nuova dose di veleno raffinato e lussurioso. Verrò a trovarti, lo giuro. Magari domani. Che la buia notte ti abbia in dono, mio dolce Goran”. È lei. Banale e ingenua e bella come lo era ieri. Amore fulmineo lasciato svanire su una nave in partenza dal Pireo. Direzione Istanbùl. Con una vana speranza e un indirizzo falso in tasca.

La conobbi sul ponte della nave mentre facevamo all’ammòre in piedi. Cioè non è che proprio la conobbi, ma le giurai che era come se la conoscessi da una vita. Staccai un pezzo di pane dalla tasca e ci incisi sopra l’indirizzo della mia fidanzatina. Le dissi “la gioventù non aspetta ritorni, dimentichiamoci domani e non facciamoci del male”. Lei mi morse la lingua per gioco e per gioco sorrise. Io mi leccai virilmente il labbro insanguinato. “Chitemmuòrt, che cazzo ti ridi” pensai. E con un bacio molliccio mi augurai un buon ritorno a casa. E andai.

- Goràn, sò tornato. Tiè, versa la birra e senza schiuma la voglio.

- C’hai sigarette?

- No qua no. Ma se vuoi però le tengo a casa, le vuoi? Dai le vuoi? Io tanto abbito proprio quàssopr..

- Vabbuò, andiamo veloce che fra mezz’ora c’ho il treno.

- E comm’ no! Facciamo velocissimo! Ti faccio pure qualcosa da mangiare la vuoi?E poi c’ho pure altra birra eh? E se vuoi ti fai pure una doccettina calda calda che te la preparo come dico io vabbuò? – Sorrido.

La strada è umidiccia e i reumatismi ne risentono un po’. Vorrei trovare la via più breve per il sorriso incondizionato. Per smettere di ingozzarmi di immagini da ricordare. Allegate al curriculum tascabile che mi porto appresso. Ho sedici anni e ho visto già troppi piedini divincolarsi felici nelle proprie pipì. Felicitarmi con me stesso per l’ennesima emozione che ormai non mi emoziona più. Amori partite! E non tornate per nessun cazzo di motivo! Giuseppe Cappa aveva ragione. La strada umidiccia è veramente breve. Ed ora è finita.

Tintinnio di chiavi arrugginite, inferriata alluminosa e tappetino che non c’è. Cappa apre il portone e poi sale ciondolante per le scale a ritmi convulsi. “Prego entra”. Lo seguo nel buio dell’appartamento. Due cani immobili si accucciano nella penombra. La finestra incornicia i treni in transito e il loro alito di nafta. Una branda messa nell’angolo e lenzuola coi fiorellini non di cattivo gusto. Puzza di Amaro Lucano. Felicità al neon. Giuseppe sgattaiola aldilà del muro e si dà un gran da fare. Si scusa più e più volte. Sposta cose. E poi si scusa ancora. Per la sporcizia per il disordine per la luce un po’ troppo soffusa. Mi chiede di sedermi e io mi siedo. Farò come se fossi a casa mia. Giuseppe Cappa sparisce di nuovo.

A un tratto. Un polpastrello umido segna lento la mia nuca folta di capelli. Scende leggero disegnando autostrade del Sud sulle mie vertebre disordinate. Collo. Schiena. Lombi. A scavalcare la maglietta zuppa di odori stagnanti da settimane, sulla pelle nuda. Apro la birra senza posare gli occhi in altri occhi. Peroni Piccola riempie il bicchiere di plastica con un fottio di schiuma. Fisso gli occhi ancora altrove fingendo di immaginare cose. Giuseppe Cappa mi strappa maldestramente la birra che ho versato per lui e male. La birra cade sul pavimento lercio ma non importa. Mano sfiora mano con mani squamose. Smetto di immaginare cose, mi volto lo guardo e gli sorrido.

- Che begli occhi che tieni – Gli sorrido ancora.

Giuseppe Cappa è vecchio, e la sua pelle aggrinzita sotto la canottiera di flanella e i peli bianchicci e attorcigliati, cade goffa sulla fodera del divano. Ha i muscoli tesi per reggersi in equilibrio con un braccio sul guanciale. Il suo sorriso ebete si è fatto carico di una inspiegabile tensione. Il labbro è tremulo. Il respiro lento e nauseabondo. Sorrido un po’ meno. Sorrido ancora. La sua mano forte sale lenta sul mio viso rilassato. Mi prende i capelli con violenza. Li stringe poi li accarezza poi li abbandona. Si avvicina, abbassa lo sguardo. Si avvicina ancora e ansimando mi bacia con dolcezza. Poi.

Il cuore calloso sussulta tenero nel petto d’aquilone che mi ritrovo. Penso ripetutamente che stanotte avrò qualcosa a cui pensare. Pensieri che non sono ricordi.

Giuseppe Cappa è nudo. E odora di me. E la sua anima è volata via ma non molto lontano.

Aveva un amore al collo d’oro bianco. Dei soldi, pochi, nel portafogli di pelle appoggiato sul comò. Aveva birra, tanta, e un libro di ricette monoporzione. Non aveva sigarette ma sì. Io non fumo.

Giuseppe Cappa

Viaggio della vita.

Viaggio è vita. Macché.

Dal finestrino appannato dalla notte una finestra fugge via dai miei occhi restando ferma agli occhi suoi.

I suoi occhi spalancati invano fissano il soffitto gialliccio e pallido. I miei occhi si chiudono e dimenticano, persi nel verdore di Ferrovie dello Stato. Annaspo calma piatta, tra poco sarò a casa. Respiro le rotaie fumanti. Tra poco sarò a casa.

Intanto i suoi cani brindavano bevendo sangue, alla morte del padrone. Brindavano alla nuova libertà.

E pedopino s-venne

20 Marzo 2009

Decise all’improvviso di non svegliarsi più. Aprì gli occhi, li chiuse e li ripose al calduccio delirante delle sue coperte. Stavolta, ma non ne era sicuro, sarebbe stato per sempre. Fissava il soffitto logorroico in cerca di domande e bacetti della buonanotte. Le travi di legno da arredo gli raccontavano dei tacchi a spillo agitati e in fuga, dalla cucina al bagno allo specchio nel corridoio, della peruviana del piano di sopra, nei suoi folli preparativi per il sabato sera in centro. Pino credeva davvero di intravedere nelle fessure delle travi le mutandine in microfibra argentate della peruviana. Che nelle sue speranze più intime sperava non portasse. E che invece…

Nino russava a squarciagola i suoi ricordi più reconditi, agitandosi come un bambino di fronte all’Uomo Nero. Pino non avrebbe mai immaginato che un giorno, di lì a breve, lo avrebbe ucciso. Nel sonno.

Ma quella mattina, Pino, aveva altro a cui pensare. Prima di tutto si assicurò che fosse mattina. Restò deluso nello scoprire che non era passata più di mezzora dal momento in cui si era addormentato. Gli altri pensieri, così, svanirono di colpo. “Ma come cazzo…” – pensò. La serata gli era scivolata addosso, come le mani oleose del meccanico che la mattina gli costruiva la colazione. Aveva osservato i pixel neri della televisione, senza popcorn, mangiando riso in bianco e olio crudo in compagnia della Sconosciuta.

La Sconosciuta cenava in disparte sulla tavola, imbandita dal mese prima. Aveva rubato cibo in scatola alla mensa sociale del Partito Democratico. La Sconosciuta aveva dei bellissimi occhi gialli, ma li teneva preventivamente chiusi, al riparo dagli sguardi indiscreti di Pino.

Ma in un istante inatteso Pino fu attraversato da una sensazione strana che gli risalì dal cazzo in su. Guardava distratto una pubblicità della Lines, in cui una ventina di bambini coi pannolini saltellavano umidicci sotto un cielo aerografato dagli schiavi di David La Chapelle. Pino aveva il cazzo duro e non voleva capire il perché. Un bambino si chinò felice nel raccogliere il suo giocattolo dal tappeto catodico di gommapiuma. Pino sudò freddo. La Sconosciuta disgustata se ne accorse e vomitò. Pino pensò sconcertato di essere un potenziale pedofilo. Ebbe paura e si diresse verso il letto, attraversando la cucina e lo sguardo indifferente della Sconosciuta. Si addormentò per una mezzora che gli sembrò una eternità. Una eternità lunga mezzora.

“Mezzora. Ma come cazzo è mo che… oddio” – pensò.

Nel buio soffuso della sua stanza Pino sentì una piccola mano accarezzargli la pancia, salire poi riscendere e girare attorno ai suoi capezzoli pelosi. Pino immaginò le lucine della tivù comporre in quel buio l’immagine di un bambino con un pannolino sporco di pipì. Ebbe ancora un brivido di terrore. Poi si tranquillizzò. Ora era un pedofilo a tutti gli effetti. Pazienza.

Prese il blocco di post-it scoloriti e si appuntò con calligrafia d’urgenza la volontà di andarsi a costituire l’indomani mattina tardi. Avrebbe implorato la castrazione e la fame chimica. E anche un po’ di metadone se fosse stato possibile. Avrebbe esibito il foglio di via rubato al rumeno che abitava nel suo portone con la speranza di una sacrosanta estradizione. Ai margini della società comunitaria. In esilio. In Svizzera. O magari in Lucania, come ai vecchi tempi. L’avrebbero dovuto accompagnare con tanto di guardie di frontiera al seguito. Era malato, era sbagliato. E ne era consapevole, come peggior cosa.

Altro che amorale, come avrebbe dichiarato la stampa locale. Conosceva benissimo la differenza tra il bene e il male. Era cresciuto nel più grande rispetto dei valori del preservativo e della poligamia. Conosceva benissimo i divieti della rivoluzione sessuale istituzionalizzata al potere: no amore, no sesso con bambini. Era sbagliato. Lui e la sua stupida testa.

Ai polsi già sentiva la pressione liberatrice delle manette dai denti di metallo e unghia. Unghia affilate con cura e sedute di manicure della Stazione. Sentiva i capezzoli tirati da denti, denti che poi gli mordevano la carne, incisivi e poi molari e alla fine appuntitissimi canini. Un’arcata dentale molto poco infantile. Niente che sapeva di latte ma soltanto smalto otturazioni e un accenno di tartaro. Pino ora schifava la bocca mitizzata dei bambini, capaci anche di scavargli dentro la carne che sovrasta il cuore. Poi allungò una mano e sfatò, compiaciuto, anche il mito della pelle liscia e profumata dei loro culetti. Infatti quel culo, grosso, era freddo. Era squamoso, anche. Quel culo, cazzo, era peloso. Ma quel culo, soprattutto… era grosso. Pino trasalì. Poi uno schiaffo violento gli cioncò la mano in tronco. “Fermo, coglione” – si sentì sussurrare nell’orecchio.

A parlare non erano, come Pino si aspettava, dei mugugni monosillabici o un più evoluto Pa – pà. Quello stronzo di un neonato aveva parlato benissimo, cazzo. E per giunta l’aveva chiamato coglione. Pino si sentì offeso. Reagì. Accese il display del cellulare, si fece luce, e aprì una pagina a caso del libro delle risposte.

Hai fatto la scelta giusta!” – c’era scritto.

Pino allora tentò di ricordarsi la domanda a cui attendeva una risposta. Poi lasciò perdere perché un’unghia da neonato gli recise un testicolo. Un Pino smarrito decise razionalmente che una grande idea sarebbe stata quella di illuminare questo cazzo di bimbo, guardarlo negli occhi e spaccargli la testa in due. “Oddio. E se poi vengo a scoprire che sono un fottutissimo pedonecrofilo? E poi la stampa locale? Oddio”.

I timori di Pino anestetizzarono il dolore alle palle. Poi svanirono. Il coraggio si fece largo in lui. Prese il cellulare e illuminò il suo tormento erotico. Prima però, giurò a se stesso che avrebbe mantenuto la calma. Che non avrebbe ucciso né stuprato nessun cadavere di nessun infante.

La luce si diffuse rapida di fronte a lui. Illuminò prima due cosce ragionevolmente enormi. Poi una pancia rotonda con un buco nel mezzo che non poteva umanamente essere un ombelico, e che invece lo era. Poi due seni che nel contesto gli apparivano piccoli. Due capezzoli marroni. Poi un viso dolce. Un sorriso. Un piercing sul labbro inferiore. Poi un occhio socchiuso, nel cui iride giallo spiccava una palla nera e dilatata. Un fottutissimo occhio giallo. Poi la luce si spense.

“Quella troia della Sconosciuta” – pensò – “Cazzo”

Era quella troia delLa Sconosciuta. E ora Pino, lo aveva scoperto.

Strabuzzò gli occhi in un attimo perdendo inevitabilmente l’immagine catartica della galera e della punizione. La Sconosciuta con le ginocchia sulle sue spalle gli stava mangiando il petto e la pancia con la foga di un ratto affamato che scavava in cerca dell’inesistente formaggio sotto la sua schiena. La zoccola gli infilò la lingua insalivata nell’ombelico per poi uscirne e sputacchiare palline di cotone blu.

Pino pensò ad una stupidissima battuta sulla differenza tra fare il ’68 e fare la 69 ma non aveva la possibilità di aprire la bocca. La Sconosciuta gli si appollaiò sul viso e iniziò a sfregarsi la fica contro il muso di Pino. Pino sentì il tessuto del perizoma griffato che gli graffiava la faccia. Lei ricercava denti o quanto meno mandibole per poi accontentarsi anche della fronte e del cranio. La Sconosciuta agitando il suo sederino disinibito sguazzava felice sulla testa di Pino bagnata di sesso. La sconosciuta ansimava di piacere e rabbia mentre si masturbava l’ano con il naso di Pino, che nel frattempo perdeva sangue da un labbro.

La Sconosciuta tra uno schifìo di capelli peli e smegma si infilò in bocca il cazzo, e la plastica che lo avvolgeva, sbattendoselo sulla lingua, sulle guance calde e strofinandoselo sui denti freddi. Con le mani si tirava in bocca lo scroto affogandosi volontariamente. Dopo trentasette secondi Pino, svanì, con i suoi desideri, nella scomodità di un preservativo sfilato. Pieno.

Qualche ora dopo distrattamente si risvegliò, nudo, bramando i cornetti al cioccolato del Bar dello Sport. Dimenticandosi delle sue buone intenzioni di morte.