Pensione 133

11 Mar

E pure oggi mi sono svegliato. Sotto alcuni punti di vista, questa potrebbe essere presa anche come una buona notizia. L’imposta sta lasciando filtrare dalla finestra una striscia di luce che illumina il pulviscolo che galleggia nell’aria. Mi proteggo avvolgendomi nella mia coperta bisunta e facendomi scudo con il cuscino anti-acari. Provo a immaginare i mille modi in cui quella nebulosa si raggomitolerà in batuffoli di polvere. Da piccolo i dottori definirono la mia insofferenza alla vita con il nome di “allergia a tutto”.

E’ troppo presto, ma mi alzo lo stesso. L’aria che sto respirando è fatta di puntini bianchi che le mie mani non possono intrappolare. La polvere mi fa paura quasi quanto le persone che intrattengono rapporti confidenziali con me. Saranno le mie allergie alla gente a farmi colare il cervello dal naso.

Inciampo in qualcosa, forse nelle mie gambe.

Non ho quella che potremmo definire una bella cera. Lo specchio mi dice di inserire il disco di ripristino, ma non ce l’ho. Gironzolo per casa in cerca di qualcosa per fare colazione, come un estraneo, come un ladro deluso. Lo sporco ha assunto col passare dei mesi un aspetto familiare. La tovaglia mai cambiata in sette anni ha un buon odore di fogna. Il lavandino un non so che di arte contemporanea. I pavimenti cambiano colore frequentemente, ma sono tutte tonalità del marrone scuro.

I miei 8 coinquilini, oggi 12, dopodomani molti di più, saranno già usciti. Non ho ancora ben capito cosa facciano nella vita. Non che questo mi interessi più di tanto, non sono una persona invadente. Una sera a S.Croce ho incontrato un ragazzo simpaticissimo. Mi disse che faceva un sacco di cose interessanti, tipo mostre in appartamenti privati. Mi ha anche offerto da bere. Alla fine mi fa – “Ma dove abiti?” – “Via Faenza, vicino S.Lorenzo” – gli dico. – “Anch’io” – mi risponde. E’ così che ho fatto la conoscenza di uno dei ragazzi che abitavano con me da due anni. Che non avevo mai visto e mai ho più rivisto tra l’altro, anche se ho capito qual è la sua camera.

La mia passeggiata pensionata dura poco. Dura una sigaretta fumata in silenzio al circolo dei disillusi. Che di sabato mattina concilia a ragione la propria depressione con quella del cielo nuvolo. Dura qualche sguardo allupato a minorenni misto ad altri aulici pensieri letterari.

Quando rientro a casa il tutto ha un aspetto da cantiere. I miei 40 coinquilini sono artisti. Organizzano un sacco di mostre. In camera mia. La loro arte ostruisce irrimediabilmente la mia vena artistica. Avrò un embolo creativo a breve. Apro il portone sbagliando chiave. Ho usato quella della catena della bici. Il portone si è aperto lo stesso.

L’appartamento nella sua centenaria decadenza ha assunto un aspetto nuovo, con tutta l’accezione polverosa che potrebbe avere il nuovo. Stanno svuotando casa, per quanto sia possibile svuotare il vuoto. Un brivido mi sale su per la schiena. Ho lasciato la porta aperta. Dal soggiorno-ingresso-cucina-ripostiglio mi dirigo verso camera mia. Nel tragitto mi accorgo che mancano all’appello frigorifero televisione credenze divani armadi mensole letto…E no! Il mio letto no!

Vedo arrivare Nino, il mio compagno di stanza iperattivo. Ha un trapano in mano e sembra indaffaratissimo, ma è sempre indaffaratissimo anche quando dorme. Rubo la sua attenzione, e per lui è come se gli rubassi vita.

“Nino, perché cazzo il mio letto è nel cazzo di garage? Cazzo?” – gli chiedo.

“Pino, noi abbiamo delle esigenze, esigenze di collettività. Per questo se la maggioranza decide che questa settimana si espone, si espone e basta. Se la nostra camera diventa luogo di esposizione io personalmente posso non gioirne ma io in quanto collettività posso solo constatare che la nostra camera da oggi è luogo di esposizione. Devi metterti in testa che questa casa non è un albergo, è un museo”.

“Questa è la dittatura della maggioranza artistica…e io dove cazzo dormo stasera?”

“La collettività sta prendendo in esame il problema…”

“L’ art. 14 della Costituzione dice che il domicilio è inviolabile…cazzo!”

“Ma sì, tanto per stanotte non c’è problema visto che la collettività ha organizzato la festa delle donne…”

“Ma se è lunedì la cazzo della festa delle donne!?”

“Sì, ma Lunedì c’è l’inaugurazione della mostra…”

“Senti, Nino, cazzo, io la mattina mi devo alzare presto, devo andare ai corsi all’autosalone…”

“La collettività esaminerà il problema…”

“Hai rotto il cazzo tu e la collettività, tu e l’arte, tu e la priorità della collettività…A me non me ne fotte un cazzo né della mostra né della festa né della collettività alla quale non appartengo. Voglio dormire!”

“Avresti dovuto esporre questi problemi alle assemblee della collettività”

“Ma se le fate alle 3 di notte”

“Le riunioni si fanno subito dopo la cena della collettività”

“Appunto, cazzo!”

“Vabbè vuoi un po’ di rum e coca? L’abbiamo fatto per stasera…”

“Ehi, avrà funzionato con gli indiani ma non con me, cazzo”

“In frigo c’è anche la birra…”

“Ah…però…”

Birra è pane liquido. La birra mi sfama quando sono affamato. Mi affama quando sono sfamato. La birra è il beverone dei poveri, dei lavoratori, dei mal di testa, degli intellettuali senza calzini puliti. Ed io non sono certo più furbo degli indiani. Mi apro un paio di birre accompagnandole a sigarette scroccate. Ogni sigaretta mi costa battute orribili. Mi costa un pezzo di anima.

Intrattengo gli ospiti cercando invano di intrattenere me. Parlo di storie vissute da me cercando di mettere come protagonisti altri. Alle ragazze non piace. Alle ragazze non piacciono nè le comparse nè gli sceneggiatori. Ai ragazzi sì, ma accampo come scusa che non ho un letto dove portarli.

La combriccola festosa si sposta in toto e in bici verso altri luoghi. Luoghi privati dove versano droga pubblica ad alto prezzo. Il nostro barista Franco è albanese e ci guarda storto. E’ strabico. Ci chiede di non parlare di politica, e in cambio non ci fa credito. Ci offre da bere aumentandoci i prezzi – “Tutti sono turisti, ma voi di più, siete molto più americani degli americani” – dice. Questo perchè non dovevamo parlare di politica.

Il pomeriggio diventa sera senza darmene conto. Senza una ragione precisa le ore passano inscurendomi il cielo, invecchiandomi la pelle e forandomi il fegato. Tra un bicchiere e l’altro allevo i miei drammi personali in provetta, li distillo in parole e li invio via messaggi alla mia fanciulla. Lei mi ignora perché lei lavora 12 ore al giorno e sente il dovere di essere stanca. Si distrugge le mani e le gambe a fare l’operaia. E io che studio il diritto sindacale devo guardare le sue mani rovinarsi con l’evidente passare dei giorni. Le sue mani, non poteva fare la pianista? No, ha scelto di fare l’operaia. Ed ha anche ragione, qualcuno dovrà pur produrre qualcosa in questa società. Ad esempio io potrei fare il panettiere. Lei la puttana che tanto già la fa.

Solo  un paio di ore dopo capisco cosa mi sta succedendo.

Sono stati quelli di Lazar!” – vado gridando.

No, non erano stati i boliviani, né un complotto governativo.

Una volta mi raccontarono che nelle grandi città esistevano dei tossici che andavano girando con delle siringhe sotto la manica. Ti fermavano per chiederti l’elemosina e se non gli davi qualche spicciolo, zac! Ti infilavano metà siringa nel braccio. E ti drogavano. Spesso era eroina ma per non sprecarne neanche una goccia utilizzavano anche sostanze più scadenti. Dannosissime! Soprattutto per un individuo sano. E non risparmiavano nessuno. Donne, bambini, ricchi, poveri. Città drogate. Infette.

No, non ero stato drogato. Non potevo esserlo. Nessuno mi aveva chiesto spiccioli. Già ma allora cosa diavolo era? I miei arti non rispondevano più ai comandi. Parlavo male e a vanvera, dicevo cose sbagliate. Senza nesso.

Poi finalmente capii. Ero ubriaco. Ero soltanto ubriaco.

Lo capii quando chiesi ancora da bere a Franco.

Dammi il solito” – gli dissi.

E lui mi presentò un cartone di latte.

Non si guida dopo il Quattro Bianchi. Neanche una bici. Ma devo tornare a casa.

Non ho un cazzo di nessuno e sono un pericolo, non solo per me stesso come accade di solito.

Non sono torvo, sono un buco nero, e chi mi guarda lo capisce. Lo capisce dalle mascelle, che lo potrei sbranare. Che sono una bestia. Eppure no, c’è qualche vecchiaccio che non lo capisce, che mi dà a parlare, che crede di fare il gentile, ma la gentilezza non esiste più.

Hey giovane?!”

Io lo ammazzo questo stronzo, levati dal cazzo e fammi passare.

Hai la ruota a terra, non ci arrivi a casa…”

Non rompere i coglioni vecchio pensionato di merda!!!”

Il vecchio stronzo ha ragione però. Prendo il telefono e scorro la rubrica. Ho solo due numeri. E sono i miei. E sono memorizzati anche con due nomi diversi. Schizofrenia mobile.

King a quest’ora starà in discoteca o starà scopando o starà facendo le due cose contemporaneamente. Ma è l’unico numero che so a memoria. Risponde mentre in sottofondo si sentono i gemiti di una ragazza. No, non lo disturbo, dice.

Il suo modo di guidare è contrario a qualsiasi codice stradale, anche a quello delle macchine da scontro. A Mirabilandia dovrebbero dedicargli un’attrazione e la dovrebbero chiamare “In macchina con King”. Per fortuna arriva prima che io mi addormenti accasciato sul sellino della bici che pian piano mi si conficca nello stomaco. Per sfortuna anche lui è ubriaco. E anche lui è di Battipaglia.

“King, no, sei ubriaco?”

“Non importa…”

“Come non importa? La vedi la strada?”

“Non importa dov’è la strada. Non importa… E’ una questione di abitudine. Guidare ubriachi è come giocare alla play station. Tu hai il joystick ma per quanto ti puoi immedesimare non è quella la tua vita. Puoi morire e non te ne fotterebbe un cazzo”

King, cazzo, tu sei ubriaco! Sei così ubriaco che ti scoperesti pure Nastja”

“Cazzo no!  Ma è ritardata! Al massimo mi farei fare un pompino! Che poi è mora con gli occhi chiari…a me attizzano quelle così”

“Sì King, però una ragazza ritardata non sa fare i pompini come quelle normali…”

“Sì Pino, ma io quando vedo una mora con gli occhi chiari esco pazzo mi viene proprio voglia di infilarglielo in bocca, all’ istante”

“Perché?”

“Ma perché cazzo mentre tu glielo infili in bocca, la guardi e lei alza i suoi occhietti celesti da cerbiatta indifesa e allora non resisti e le vieni in gola”

“Sì King, ma comunque è ritardata, cioè prima che lei te lo succhi, un minimo dovete parlare e come fai a sopportarla se lei è ritardata? Non ti capisce, parla a mugugni…”

“Ma se c’ha il tuo coso infilato in bocca non può mica parlare, cazzo! E poi non è ritardata, cioè non c’ha mica i bozzi sul collo, e gli occhi a mandorla”

“Ma quelli sono i down, King, fidati. Io con quella una sera c’ho parlato… mi sono avvicinato… le ho iniziato a parlare… lei non rispondeva, io pensavo che fosse timida, poi ha aperto bocca e ha sbiascicato dei suoni gutturali… mi sono messo a ridere quando mi sono accorto che ci stavo provando con una cazzo di ritardata”

“Però è fica, Pino”

“King, io sto pensando che siamo due ventunenni ubriachi a 140 all’ ora in autostrada il sabato sera, e tu vieni pure da una discoteca! Nessuno si stupirà quando leggeranno sul giornale che siamo morti! E l’ultimo argomento di cui voglio parlare prima di morire non è dei pompini che fanno le ritardate!”

“Pì… ma perché ce ne siamo andati a Firenze!? Guarda che Battipaglia sta cambiando… ci stanno un sacco di novità, tipo hanno aperto un minimarket in via del Popolo…mi hanno detto che ci fanno della buona musica…”

“Se è per questo alla COOP hanno aperto un nuovo bancone dei surgelati… mi hanno detto che si mangia bene… comunque quasi quasi ce ne torniamo a Battipaglia, lì la birra costa la metà”

“Comunque Pì, mi sono accorto che da un paio di anni a questa parte esco solo per comprare le sigarette e per bere”

“Cazzo è vero! Pure io, roba che se ci mettessimo dei distributori automatici a casa non usciremmo più”

“Però dovresti uscire per ricaricarli”

“No, cazzo, viene il tipo apposta a ricaricarlo! Io ci voglio mettere i soldi dentro per davvero! Voglio pagare, sono un onesto cittadino”

“E se non ti dà il resto che fai, non la sfondi a calci?”

“No che non la sfondo a calci, mi faccio emettere lo scontrino e poi ne parlo col tipo…”

“Io sfondo a calci pure il tipo se non la smette di venire a casa mia”

“Ma dove cazzo stai andando?”

“A Montecatini”

“Perché stiamo andando a Montecatini? Io voglio morire a Parigi come Jim Morrison”

“Voglio andare al Motel Park”

“King, non è bello andare all’ autogrill il sabato sera! Non saprei come dire, ma è ambiguo”

“Sì ma ho voglia di giocare alle macchinette”

“Io non ho mai vinto un soldo alle macchinette”

“Ti senti fortunato stasera?”

“No, per niente!”

“Appunto, neanche io”

“Come appunto?”

“Appunto. Ogni volta che mi sentivo fortunato c’ho giocato e non ho mai vinto un cazzo. Quindi…”

“Ma andiamocene a bere…”

“Andremo a bere dopo per festeggiare la vittoria”

“E se perdiamo?”
“E se perdiamo siamo due ventunenni ubriachi in autostrada a 140 all’ ora… neanche ce lo scrivono sul giornale”

La mia villeggiatura universitaria. La mia pensione condominiale. Trovare il letto a fatica. Dormire pesanti su un letto ancora più pesante. Nausee ossessive. Microallucinazioni. Incubi ad intermittenza. Svegliarsi all’interno di un sogno, avere la visione di riaddormentarsi e in realtà svegliarsi davvero. E’ ancora troppo presto per uscire. I tabacchini apriranno alle 9 di mattina?

Da piccolo ridevo di gusto, proprio assai. Ora niente. I pensionati. Pure i pensionati mi facevano ridere. Per strada la mattina c’erano solo i pensionati che se ne andavano passeggiando in centro perché non avevano niente da fare. Che vite inutili. Forse per quello mi facevano tanto ridere. Si ride sempre per sbeffeggiare qualcuno. E’ troppo presto per uscire. Aspetterò le 9.30 per andare a comprare le sigarette. Alle 10 andrò all’edicola. E poi un bel giretto in centro, chissà che ci scappa anche un caffè.

Cazzo. Bella la pensione.

3 Risposte to “Pensione 133”

  1. finocchio 88 11 marzo 2009 a 11:01 #

    Stronzi figli di troia.
    Non si prendono per il culo gli ubriachi.
    fascisti!

  2. meganoide 22 marzo 2009 a 10:44 #

    fate cacare

    • collettivomensa 25 marzo 2009 a 13:57 #

      scòtzh:
      fare cacare è la funzione sociale più arguta che il collettivomensa si prefigge:
      la stitichezza intellettuale provoca emicranie e peti fetusi:
      sciogliere la mente come diarrea è: la soluzione:
      il collettivomensa è lusingato dalle sue parole:

      FS.

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