Valle Rifreddo

11 Mar

Solo quando nevica sembra tutto quasi perfetto. Non si vedono le baracche di lamiera, le recinzioni decadenti, i detriti di macchine in disuso. Non si vede l’opaco sfocato dei pixel della realtà. E’ tutto coperto di bianco e di luce riflessa, in un ottimo assetto dei colori. Quando la neve si scioglie, riemerge tutto a poco a poco. L’erba ritrova l’energia di stare in piedi, come i capelli dopo un po’ che non gli usi shampi.  Le ruote l’aderenza per far  girare le macchine.

Ricomincia la vita nel suo sozzume, e nella sua inutile messa a fuoco. Ma siccome la temperatura non è mai talmente alta da far sciogliere la neve a questo ci pensa la pioggia che la trasforma in melma da cui strisciano giù rigagnoli melensi di fanghiglia. La pioggia che imputridisce la terra. Vomita fango per le strade. E qui può piovere per sempre.

Qui l’orizzonte non esiste. Esistono le montagne che circondano la valle e che ci proteggono come sadici padreterni dal futuro, ci inghiottono nel grosso quantitativo di niente di cui siamo pieni, e nella spazzatura che ci biodegrada come un paziente parassita. Le montagne che ci fanno tramontare il sole prima di farci accorgere della sua esistenza.

Il mio ragazzo si chiama Pino Scannamonaca, ed è uno stronzo. E’ un nazista con le spalle larghe. Mi ha corteggiato parlando di libertà e rivoluzione sessuale e ora mi tradisce. Lavora di notte come guardiano dell’autosalone. Io vado ogni giorno a pranzo da lui e poi facciamo l’amore con la pancia piena mentre alla tv danno il telegiornale. In camera ha dei poster di Che Guevara e Groucho Marx. E’ un romantico perduto e mai gli è passato per la testa di avere le idee confuse.

Gli italiani sono popolo di navigatori, noi siamo popolo di zappatori. Noi ci arrovelliamo sulla nostra zolla e ci tiriamo la zappa sui piedi. Sappiamo fregarci solo con le nostre mani. E lo sappiamo fare pure bene. Ci crediamo gli unici meritevoli figli di Dio, e per questo ci mettiamo in croce da soli. Noi odiamo il prossimo come noi stessi. Ci agglomeriamo in famiglie di scapoli rancorosi e vedove arrabbiate. Ci incontriamo solo dal meccanico e a Natale non ci parliamo. I punti di ritrovo sono il bar e lo scasso, che ci funziona da cinema.

Nasciamo sociopatici e cresciamo misantropi. Abbiamo tutto quello che ci serve, non abbiamo bisogno di niente, autarchici per tradizione e necessità. Ma soprattutto per dovere. Non crediamo nella comunicazione, parliamo a mugugni come gli animali. Non siamo per i discorsi, di solito gridiamo imprecazioni. Non ci piace nè ascoltare, nè parlare, al massimo ringhiamo o abbaiamo. Pane e idiosincrasie.

Io la sera faccio la cameriera al Bar della Piazzetta. Il mio lavoro è riuscire a servire birre respingendo l’universo di maschietti allupati che si riversa su di me. Che sembra infinito, ma invece è come il mare, che si rigenera sempre. La sua riva è il bancone del bar, e le sue onde sono le braccia degli avventori.

Quelli della valle accanto ci chiamano picapuòrch, cioè picchiaporcelli, ma l’origine del nome non è chiarissima. Dai discorsi che ho sentito al bar le ipotesi sono tre: o i nostri avi picchiavano lattonzoli per migliorare la qualità del lardo, oppure picchiavano quelli della valle accanto, oppure ancora picchiavano i maiali spersi sulle montagne. In ogni caso, sicuramente siamo di stirpe violenta.

Ogni volta che si parla di quelli della valle accanto il mio ragazzo, senza troppi indugi, organizza con i presenti delle spedizioni punitive contro di loro. “Quelli dell’altra valle vanno bastonati perchè razza inferiore e bastarda”, sue testuali parole .

Ogni volta si armano di bastoni e di forche che prendono dalla stalla di Tetè il mugnaiolo, e partono coraggiosi e fieri alla volta delle montagne sulla Golf nera di Pino. O meglio così dicono loro. In realtà non penso che abbiano mai attraversato le montagne. Io credo invece che se la vadano a spassare con le ragazze del Quartiere del Sale.

Nella valle c’è un unico lago, ed è salato. Per questo per trarne acqua potabile è stato costruito un depuratore artigianale con delle vasche da bagno di quarta mano. Attorno a questa attività è sorto un intero quartiere, fetido, salmastro, e dall’aria irrespirabile, che chiamano Quartiere del Sale. Qui vi lavorano un centinaio di ragazze, tutte poco di buono, mezze matte, ma le uniche che sono riuscite a sopportare l’odore della salsedine acida che si accumula sulle strade. Il loro compito è quello di distillare l’acqua che poi finisce nelle autocisterne che girano a rifornire tutta la valle.  Per un certo periodo cercarono anche di venderci il sale ma a causa della sua acidità non fu un successo di vendite. E allora le ragazze si misero a fare altri scambi con la gente del paese, decisamente più remunerativi.

Il posto dove lavoro io è un caravanserraglio dove i clienti sono sempre gli stessi e sembrano appena usciti da film di serie B, dove il regista cerca a tutti i costi di ficcarci una qualsivoglia morale, che poi va ad identificarsi quasi sempre con il “non seguite il loro esempio, perchè loro finiscono male”.

C’è l’avvocato panciuto e costantemente ubriaco che cerca di rimorchiarmi con delle citazioni imparate male e a memoria dai fumetti di Tex Willer. “Pupa, io ti faccio morire…dal ridere”. Terribile. Quando ordina da bere agita in aria le mani sudate, e la camicia gli finisce di fuoriuscire dai pantaloni. Ha degli occhietti piccoli e rossi che sembrano sprofondargli ogni giorno di più dentro le orbite, fino a perdersi nella ciccia delle guance.

Ci sta la coppietta di motociclisti con lei che prende sempre quellocheprendelui. Lui in realtà lavora in banca, e spende tutti i soldi che guadagna per cambiarsi moto ogni mese e avere giacche sportive piene di imbottiture e protezioni. La sua tipa non lo sa, crede che quei soldi li faccia rapinando drugstore. E lui ama farglielo credere. Il suo ludibrio è sentirla aggrappata ai suoi fianchi quando sfrecciano con la moto davanti all’ uscita delle scuole nell’ora in cui escono gli studenti.

Spesso si ritrovano la domenica mattina tardi davanti al bar con altri loro colleghi centauri. Sono una combriccola ridicola e fiera. Fanno delle scampagnate motorizzate, partendo smarmittando e piegandosi all’inverosimile alla prima curva. Poi, quando nessuno li vede, vanno a venti all’ora. Per godersi il paesaggio.

Ci sta il gruppetto di amici metallari, tutti vestiti di pelle e lattice che parlano solo di gothic metal. Si fanno chiamare amici per la pelle. Si scolano tre birre tutte in una volta e dopo mi riescono a dire ti amo luce dei miei occhi, con un solo rutto. Sono tutti di buona famiglia, ma le rinnegano, almeno in pubblico.

Ci sta il bugiardo con la sindrome del pescatore che ogni mattina si vergogna di chiedermi  il caffè corretto con un goccetto di vodka.

Ci stanno i due fratelli che hanno tutta l’aria di essere omosessuali ma in realtà la loro è solo una esasperata forma di misoginia acuta. Sono ex-pastori che ora si sono indebitati fino al collo per aprirsi un agriturismo a cinque stelle in quella che prima era la loro fattoria. Le cose sembrano andargli piuttosto male. Non avevano fatto bene i conti con la percentuale di turismo nella zona. Che è pari a zero.

C’è Rocchino u’ Carcerato, condannato all’ergastolo per motivi ignoti e se gli chiedi precisazioni ti risponde solite cose. E’  tuttora a piede libero perchè si sono sempre dimenticati di eseguire la condanna. Crede di essere Humphrey Bogart ma è brutto come pochi. L’unica similitudine è che si veste sempre in bianco e nero e quando è in macchina avvicina ogni ragazza che passeggia da sola. E’ solito dirle “dove credi di andare senza di me, baby? Dai salta su… non fare la stupida”. E nel frattempo cerca di farle l’occhiolino, con poco successo, perchè chiude involontariamente tutti e due gli occhi. E non sono rare le volte che si è schiantato contro i paletti colorati dei marciapiedi.

Ci sono le bellezze decadute e le contesse miseria.

Daniele, il tossico belloeddannato. Gli stronzi imbranati.

Le puttane quattordicenni. Gli scrocconi inguaribili.

E mille altre “normalità” borderline.

In tutto questo c’è il mio boss, Boris. E’ laureato in filosofia. Ha i rasta biondi, è laureato in filosofia  ed è mezzo pelato, gronda di forfora, ma secondo me è smegma. E’ laureato in filosofia e non smette di ripeterlo. Ha un blog sulla rete internet dove scrive saggi divertentissimi su giovani disadattati e alcolizzati. Non lo legge nessuno. E’  lETTERATURA, con la m minuscola, dice.

In cucina c’è Sean Paul Sartre, che va tanto fiero del suo nuovo soprannome ma prima lo chiamavano tutti Ano. Fa musica elettronica, ma gli riescono molto meglio i panzerotti fritti. A servire c’è Martilde, una cameriera insoddisfatta e brasiliana che parla dialetto e portoghese in un misto multietnico che alla fine non si capisce mai un cazzo. Soffre di insonnia perchè ha paura di sognare. E comunque non ha un bel culo, va ripetendomi Pino.

Da poco è arrivata anche La Menti, una satanista sfaccendata, convinta che il simbolo dell’erotismo femminile sia rappresentato da calze a rete strappate e una matita accentuata. Dorme in piedi tutto il giorno, non fa niente e lo fa anche svogliatamente, ma alla fine sembra sempre la più stanca di tutti.

Poi ci sono io, che credo di essere fuori contesto, che nello spazio limitato di questo  mattino nuvoloso  ho lanciato involontariamente un bicchiere contro una parete, rotto un piattino addosso ad un cliente perche’ ridevo troppo e sono inciampata. Che vorrei uccidere la meta’ dei clienti ma piango se uno dei tanti mi tratta male. Che  passo pomeriggi ad inventare aperitivi nuovi. Che mi innamoro di ragazzi in giro per il mondo. E sono costretta a fare viaggi impossibili per mantenere in vita relazioni in cui nemmeno credo più di tanto. La mia è una strana forma di turismo sentimentale. Ma almeno posso andarmene ogni tanto da questo paese incatramato. Che ho fatto cadere la birra sulla tastiera e sono costretta a scrivere la e’ accentata in questo modo balordo. E adesso vaglielo a dire a Ligabù che io le parole adatte ce l’ ho, il problema e’ che mi mancano proprio le lettere. Le lettere per dire che si scende in fretta, si risale a fatica, si precipita a capitombolo, si sbaglia sempre senza accorgersene, ci si scusa troppo, ci si perdona poco, si invecchia, ci si invigliacchisce, non ci si capisce, non ci si vuol capire, si erra, si cade a terra, si pensa, ci si ripensa, ci si accresce, forse troppo, forse troppo poco.

Le lettere per dire che questa valle mi corrode ma a voi questo non interessa, perchè voi siete felici, voi vi sedete al banchetto della felicità e vi abbuffate con i convitati, ma io non verrò a chiedervi l’elemosina, poveri stronzi.

Le lettere per comunicare. Per comunicare. Che sto male. Ecchissenefrega. Ora torno a sognare di sognare.

E che comunque alla fine della storia muoiono tutti.

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