E pedopino s-venne

20 Mar

Decise all’improvviso di non svegliarsi più. Aprì gli occhi, li chiuse e li ripose al calduccio delirante delle sue coperte. Stavolta, ma non ne era sicuro, sarebbe stato per sempre. Fissava il soffitto logorroico in cerca di domande e bacetti della buonanotte. Le travi di legno da arredo gli raccontavano dei tacchi a spillo agitati e in fuga, dalla cucina al bagno allo specchio nel corridoio, della peruviana del piano di sopra, nei suoi folli preparativi per il sabato sera in centro. Pino credeva davvero di intravedere nelle fessure delle travi le mutandine in microfibra argentate della peruviana. Che nelle sue speranze più intime sperava non portasse. E che invece…

Nino russava a squarciagola i suoi ricordi più reconditi, agitandosi come un bambino di fronte all’Uomo Nero. Pino non avrebbe mai immaginato che un giorno, di lì a breve, lo avrebbe ucciso. Nel sonno.

Ma quella mattina, Pino, aveva altro a cui pensare. Prima di tutto si assicurò che fosse mattina. Restò deluso nello scoprire che non era passata più di mezzora dal momento in cui si era addormentato. Gli altri pensieri, così, svanirono di colpo. “Ma come cazzo…” – pensò. La serata gli era scivolata addosso, come le mani oleose del meccanico che la mattina gli costruiva la colazione. Aveva osservato i pixel neri della televisione, senza popcorn, mangiando riso in bianco e olio crudo in compagnia della Sconosciuta.

La Sconosciuta cenava in disparte sulla tavola, imbandita dal mese prima. Aveva rubato cibo in scatola alla mensa sociale del Partito Democratico. La Sconosciuta aveva dei bellissimi occhi gialli, ma li teneva preventivamente chiusi, al riparo dagli sguardi indiscreti di Pino.

Ma in un istante inatteso Pino fu attraversato da una sensazione strana che gli risalì dal cazzo in su. Guardava distratto una pubblicità della Lines, in cui una ventina di bambini coi pannolini saltellavano umidicci sotto un cielo aerografato dagli schiavi di David La Chapelle. Pino aveva il cazzo duro e non voleva capire il perché. Un bambino si chinò felice nel raccogliere il suo giocattolo dal tappeto catodico di gommapiuma. Pino sudò freddo. La Sconosciuta disgustata se ne accorse e vomitò. Pino pensò sconcertato di essere un potenziale pedofilo. Ebbe paura e si diresse verso il letto, attraversando la cucina e lo sguardo indifferente della Sconosciuta. Si addormentò per una mezzora che gli sembrò una eternità. Una eternità lunga mezzora.

“Mezzora. Ma come cazzo è mo che… oddio” – pensò.

Nel buio soffuso della sua stanza Pino sentì una piccola mano accarezzargli la pancia, salire poi riscendere e girare attorno ai suoi capezzoli pelosi. Pino immaginò le lucine della tivù comporre in quel buio l’immagine di un bambino con un pannolino sporco di pipì. Ebbe ancora un brivido di terrore. Poi si tranquillizzò. Ora era un pedofilo a tutti gli effetti. Pazienza.

Prese il blocco di post-it scoloriti e si appuntò con calligrafia d’urgenza la volontà di andarsi a costituire l’indomani mattina tardi. Avrebbe implorato la castrazione e la fame chimica. E anche un po’ di metadone se fosse stato possibile. Avrebbe esibito il foglio di via rubato al rumeno che abitava nel suo portone con la speranza di una sacrosanta estradizione. Ai margini della società comunitaria. In esilio. In Svizzera. O magari in Lucania, come ai vecchi tempi. L’avrebbero dovuto accompagnare con tanto di guardie di frontiera al seguito. Era malato, era sbagliato. E ne era consapevole, come peggior cosa.

Altro che amorale, come avrebbe dichiarato la stampa locale. Conosceva benissimo la differenza tra il bene e il male. Era cresciuto nel più grande rispetto dei valori del preservativo e della poligamia. Conosceva benissimo i divieti della rivoluzione sessuale istituzionalizzata al potere: no amore, no sesso con bambini. Era sbagliato. Lui e la sua stupida testa.

Ai polsi già sentiva la pressione liberatrice delle manette dai denti di metallo e unghia. Unghia affilate con cura e sedute di manicure della Stazione. Sentiva i capezzoli tirati da denti, denti che poi gli mordevano la carne, incisivi e poi molari e alla fine appuntitissimi canini. Un’arcata dentale molto poco infantile. Niente che sapeva di latte ma soltanto smalto otturazioni e un accenno di tartaro. Pino ora schifava la bocca mitizzata dei bambini, capaci anche di scavargli dentro la carne che sovrasta il cuore. Poi allungò una mano e sfatò, compiaciuto, anche il mito della pelle liscia e profumata dei loro culetti. Infatti quel culo, grosso, era freddo. Era squamoso, anche. Quel culo, cazzo, era peloso. Ma quel culo, soprattutto… era grosso. Pino trasalì. Poi uno schiaffo violento gli cioncò la mano in tronco. “Fermo, coglione” – si sentì sussurrare nell’orecchio.

A parlare non erano, come Pino si aspettava, dei mugugni monosillabici o un più evoluto Pa – pà. Quello stronzo di un neonato aveva parlato benissimo, cazzo. E per giunta l’aveva chiamato coglione. Pino si sentì offeso. Reagì. Accese il display del cellulare, si fece luce, e aprì una pagina a caso del libro delle risposte.

Hai fatto la scelta giusta!” – c’era scritto.

Pino allora tentò di ricordarsi la domanda a cui attendeva una risposta. Poi lasciò perdere perché un’unghia da neonato gli recise un testicolo. Un Pino smarrito decise razionalmente che una grande idea sarebbe stata quella di illuminare questo cazzo di bimbo, guardarlo negli occhi e spaccargli la testa in due. “Oddio. E se poi vengo a scoprire che sono un fottutissimo pedonecrofilo? E poi la stampa locale? Oddio”.

I timori di Pino anestetizzarono il dolore alle palle. Poi svanirono. Il coraggio si fece largo in lui. Prese il cellulare e illuminò il suo tormento erotico. Prima però, giurò a se stesso che avrebbe mantenuto la calma. Che non avrebbe ucciso né stuprato nessun cadavere di nessun infante.

La luce si diffuse rapida di fronte a lui. Illuminò prima due cosce ragionevolmente enormi. Poi una pancia rotonda con un buco nel mezzo che non poteva umanamente essere un ombelico, e che invece lo era. Poi due seni che nel contesto gli apparivano piccoli. Due capezzoli marroni. Poi un viso dolce. Un sorriso. Un piercing sul labbro inferiore. Poi un occhio socchiuso, nel cui iride giallo spiccava una palla nera e dilatata. Un fottutissimo occhio giallo. Poi la luce si spense.

“Quella troia della Sconosciuta” – pensò – “Cazzo”

Era quella troia delLa Sconosciuta. E ora Pino, lo aveva scoperto.

Strabuzzò gli occhi in un attimo perdendo inevitabilmente l’immagine catartica della galera e della punizione. La Sconosciuta con le ginocchia sulle sue spalle gli stava mangiando il petto e la pancia con la foga di un ratto affamato che scavava in cerca dell’inesistente formaggio sotto la sua schiena. La zoccola gli infilò la lingua insalivata nell’ombelico per poi uscirne e sputacchiare palline di cotone blu.

Pino pensò ad una stupidissima battuta sulla differenza tra fare il ’68 e fare la 69 ma non aveva la possibilità di aprire la bocca. La Sconosciuta gli si appollaiò sul viso e iniziò a sfregarsi la fica contro il muso di Pino. Pino sentì il tessuto del perizoma griffato che gli graffiava la faccia. Lei ricercava denti o quanto meno mandibole per poi accontentarsi anche della fronte e del cranio. La Sconosciuta agitando il suo sederino disinibito sguazzava felice sulla testa di Pino bagnata di sesso. La sconosciuta ansimava di piacere e rabbia mentre si masturbava l’ano con il naso di Pino, che nel frattempo perdeva sangue da un labbro.

La Sconosciuta tra uno schifìo di capelli peli e smegma si infilò in bocca il cazzo, e la plastica che lo avvolgeva, sbattendoselo sulla lingua, sulle guance calde e strofinandoselo sui denti freddi. Con le mani si tirava in bocca lo scroto affogandosi volontariamente. Dopo trentasette secondi Pino, svanì, con i suoi desideri, nella scomodità di un preservativo sfilato. Pieno.

Qualche ora dopo distrattamente si risvegliò, nudo, bramando i cornetti al cioccolato del Bar dello Sport. Dimenticandosi delle sue buone intenzioni di morte.

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