Nonnofilìa

5 Apr

Viaggio della vita.

Viaggio è vita. No.

Che vagheggino pure i poeti, la vera ragione del viaggio è tornare.

Se Viaggio è suo ritorno, la sua essenza è in nomi di passaggio. Oggi Battipaglia, penultima tappa della mia epopea da ventottomila lire di sudore e di Sud.

L’afa della sera è un souvenir Made in Tunisia. Importata su un gommone a vento via Lampedusa, pesante e calma e sudaticcia nei miei polmoni impiastricciati di catrame.

Annaspo calma piatta, tra poco sarò a casa. Immortalo una immagine da tramandare ai ricordi e mi convinco che mi annojerò. Tra poco sarò a casa. Carico di un ricordo.

Due occhioni tristi seduti davanti al bar della stazione ansimando mi sorridono. Lui è alto più di me e sta seduto da solo. Io cammino strisciando i piedi, con la borsa sulle spalle e un alone aromatizzato a forma di zaino stampato sulla maglietta marrone.

Due occhioni tristi mi domandano distratti:

– Fa caldo stasera eh?

– No, ora no – gli rispondo distratto pure io.

– Comm’ no!

– C’ho fame, caldo no

– Tien’ fàmm’? Io tengo caldo.. Dimmi nu poco, che ci fai a Battipaglia tutto solo solo?

– Aspetto

– O’ pullmànn?

– Treno

– E addov’è che te ne vai?

– A casa

Che begli occhi ca tieni ussàj?

– Lo so.

Lui avrà cinquant’anni e la barba grigia e puzza di piedi. Io ce n’ho sedici e devo fare pipì. Magari c’avessi la barba pure io.

Come ti chiami pesciolì?

– Goran

– Io Giuseppe Cappa, tu com’è che t’ chiàmm’?

– Goran

– Eccheccàzzo di nomme è mo questocquà, pesciolì, ti posso chiamare chessò..

– Sì

– Vabbuò, tieni gli occhi belli u’ saj?

Mi divincolo a testa bassa da una dolce stretta di mano. Entro nel bar e ordino Peroni piccola

E il bagno c’è? – chiedo al barista, l’insuccesso l’ha cambiato.

E come non c’è! C’è… ma è ròtto.

Guardo il cellulare cercando l’ora giusta per andare via. L’orologio mi racconta del tempo che manca al mio treno per casa. Dice un’ora e spiccioli. Non gli credo. Credo proprio che mi annojerò.

Fa caldo eh, pesciolì?

Con passo meschino e trasandato Giuseppe Cappa si avvicina dal bujo con gli occhi dell’amore, bramando ossigeno e parole umide dalle mie labbra vergini e un poco violacee.

– No – lo deludo – ma ho birra vuoi?

– Nu poco, me la piglio volentieri Gigè.

La sua saliva impregnata di baffi inonda il becco della bottiglia. Due sorsi profondi e un respiro seguito da un rutto.

E’ rimasto il culo pesciolì, gustatèllo tu.

– Vai, finisci. Io vado a pisciare.

­Mi giro con la gamba tremula cercando un anfratto bujo o anche no.

Aspè che t’accompagno.

– Ma anche no!

– Comme no pesciolì, non ti posso mica fare andare in giro da solo. Qua ci sta tutta malaggente. Qua ti vendessero pure a te, per farsi due shpiccioli, Gigè. Ma tu mo staj con me. Io qua comando io capì. Ya, andiamo, vieni cu’ mmè!

Il suo dire ingenuo non appare minaccioso eppure lo è. Il mio fare svogliato è stanco e non troppo ingenuo. Ho mal di gola e devo fare pipì.

– Vabbuò – dico, e non dico altro.

Lui ha tanto da dire e zoppicando lo dice:

Se devi pisciare ce ne andiamo quaddietro che è bujo, e mo vediamo pure se ci stanno le zoccole Gigè, ti piacciono le zoccole a te? E i cani? Io ne ho sette cumbà, cinque in campagna e due alla casa qua. Abbito proprio sopra alla stazione, quel palazzo colle tapparelle blu, lo vedi là? Sto da solo Gigè. Tenevo ‘na mugliera che poi però me l’hanno fottuta. E mo però c’ho tutti gli amici qua alla stazione. Gente di strada vuagliò. Cose che ti ci devi stare pure nu poco attento. Ti piacciono le persone come a mè, piccolì? Non ti piacciono ho capito. Com’è, ti piacciono mo.. Ah, no, mi pareva che non ti piacevano e allora ho det.. vabbuò, io guido gli autobbùs. E tu? Tu studi tu? Sì picc’rìll’ ancora, Goràn e cum’ càzz t’ chiami. La vedi a quella? Quellallà è Rosalina. Quella c’ha le cosce calde come una mamma. Io qua le conosco a tutte quante. E pure i maschi li so. Cumbà, quand’è sesso a me non me ne fotte niente. Maschi o femmine che siano. O no? E a te? Pesciolì, te ne importa a te se tiene il pesciolino come a te?

– Giusè, mo però devo pisciare.

– Ah, e piscia qua. Io ti guardo. Una volta Gigè devi sapere che una vol..

La pipì scorre pallida galleggiando poi affondando nella breccia. Giocosa cade nei fossetti scavati dalle api inebetite. Giocosa raggiunge i piedi poi li evita in cerca d’aria, spinta da non so quale impercettibile pendenza. Stanca poi decide di stagnare e resistere, all’evaporazione che con sto cazzo di caldo la coglierà di sicuro. Clapfsh! Sandali di sughero biblicamente si immergono nella fanghiglia, galleggiando e non. Poco sopra dita luride e pelose si contendono gli schizzi. Molto sopra un visino idiota e barbuto mi sorride in cerca di risposte. Ma quale cazzo era la domanda? Riabbasso il capo e vedo i piedi di Giuseppe Cappa sporchi di terra e amore. Strizzo gli occhi. Sorrido. “Chebbellezza”, penso.

– Andiamo Giusè, t’offro una birra.

– Lascia fare, te la pago io. Assettat’ al muretto infondo là e aspetta appapà, che mo torno e te la porto, vabbuò?

Giuseppe Cappa si allontana verso il bar lasciandosi alle spalle un alone di puzzadisudore e me. Mani in tasca. Il cellulare con un vibrante peto metallico mi annuncia l’arrivo di uno sms. Leggo e sbadiglio un po’. “Un nuovo sogno ci attende. Una nuova dose di veleno raffinato e lussurioso. Verrò a trovarti, lo giuro. Magari domani. Che la buia notte ti abbia in dono, mio dolce Goran”. È lei. Banale e ingenua e bella come lo era ieri. Amore fulmineo lasciato svanire su una nave in partenza dal Pireo. Direzione Istanbùl. Con una vana speranza e un indirizzo falso in tasca.

La conobbi sul ponte della nave mentre facevamo all’ammòre in piedi. Cioè non è che proprio la conobbi, ma le giurai che era come se la conoscessi da una vita. Staccai un pezzo di pane dalla tasca e ci incisi sopra l’indirizzo della mia fidanzatina. Le dissi “la gioventù non aspetta ritorni, dimentichiamoci domani e non facciamoci del male”. Lei mi morse la lingua per gioco e per gioco sorrise. Io mi leccai virilmente il labbro insanguinato. “Chitemmuòrt, che cazzo ti ridi” pensai. E con un bacio molliccio mi augurai un buon ritorno a casa. E andai.

Goràn, sò tornato. Tiè, versa la birra e senza schiuma la voglio.

– C’hai sigarette?

– No qua no. Ma se vuoi però le tengo a casa, le vuoi? Dai le vuoi? Io tanto abbito proprio quàssopr..

– Vabbuò, andiamo veloce che fra mezz’ora c’ho il treno.

– E comm’ no! Facciamo velocissimo! Ti faccio pure qualcosa da mangiare la vuoi?E poi c’ho pure altra birra eh? E se vuoi ti fai pure una doccettina calda calda che te la preparo come dico io vabbuò? – Sorrido.

La strada è umidiccia e i reumatismi ne risentono un po’. Vorrei trovare la via più breve per il sorriso incondizionato. Per smettere di ingozzarmi di immagini da ricordare. Allegate al curriculum tascabile che mi porto appresso. Ho sedici anni e ho visto già troppi piedini divincolarsi felici nelle proprie pipì. Felicitarmi con me stesso per l’ennesima emozione che ormai non mi emoziona più. Amori partite! E non tornate per nessun cazzo di motivo! Giuseppe Cappa aveva ragione. La strada umidiccia è veramente breve. Ed ora è finita.

Tintinnio di chiavi arrugginite, inferriata alluminosa e tappetino che non c’è. Cappa apre il portone e poi sale ciondolante per le scale a ritmi convulsi. “Prego entra”. Lo seguo nel buio dell’appartamento. Due cani immobili si accucciano nella penombra. La finestra incornicia i treni in transito e il loro alito di nafta. Una branda messa nell’angolo e lenzuola coi fiorellini non di cattivo gusto. Puzza di Amaro Lucano. Felicità al neon. Giuseppe sgattaiola aldilà del muro e si dà un gran da fare. Si scusa più e più volte. Sposta cose. E poi si scusa ancora. Per la sporcizia per il disordine per la luce un po’ troppo soffusa. Mi chiede di sedermi e io mi siedo. Farò come se fossi a casa mia. Giuseppe Cappa sparisce di nuovo.

A un tratto. Un polpastrello umido segna lento la mia nuca folta di capelli. Scende leggero disegnando autostrade del Sud sulle mie vertebre disordinate. Collo. Schiena. Lombi. A scavalcare la maglietta zuppa di odori stagnanti da settimane, sulla pelle nuda. Apro la birra senza posare gli occhi in altri occhi. Peroni Piccola riempie il bicchiere di plastica con un fottio di schiuma. Fisso gli occhi ancora altrove fingendo di immaginare cose. Giuseppe Cappa mi strappa maldestramente la birra che ho versato per lui e male. La birra cade sul pavimento lercio ma non importa. Mano sfiora mano con mani squamose. Smetto di immaginare cose, mi volto lo guardo e gli sorrido.

Che begli occhi che tieni – Gli sorrido ancora.

Giuseppe Cappa è vecchio, e la sua pelle aggrinzita sotto la canottiera di flanella e i peli bianchicci e attorcigliati, cade goffa sulla fodera del divano. Ha i muscoli tesi per reggersi in equilibrio con un braccio sul guanciale. Il suo sorriso ebete si è fatto carico di una inspiegabile tensione. Il labbro è tremulo. Il respiro lento e nauseabondo. Sorrido un po’ meno. Sorrido ancora. La sua mano forte sale lenta sul mio viso rilassato. Mi prende i capelli con violenza. Li stringe poi li accarezza poi li abbandona. Si avvicina, abbassa lo sguardo. Si avvicina ancora e ansimando mi bacia con dolcezza. Poi.

Il cuore calloso sussulta tenero nel petto d’aquilone che mi ritrovo. Penso ripetutamente che stanotte avrò qualcosa a cui pensare. Pensieri che non sono ricordi.

Giuseppe Cappa è nudo. E odora di me. E la sua anima è volata via ma non molto lontano.

Aveva un amore al collo d’oro bianco. Dei soldi, pochi, nel portafogli di pelle appoggiato sul comò. Aveva birra, tanta, e un libro di ricette monoporzione. Non aveva sigarette ma sì. Io non fumo.

Giuseppe Cappa

Viaggio della vita.

Viaggio è vita. Macché.

Dal finestrino appannato dalla notte una finestra fugge via dai miei occhi restando ferma agli occhi suoi.

I suoi occhi spalancati invano fissano il soffitto gialliccio e pallido. I miei occhi si chiudono e dimenticano, persi nel verdore di Ferrovie dello Stato. Annaspo calma piatta, tra poco sarò a casa. Respiro le rotaie fumanti. Tra poco sarò a casa.

Intanto i suoi cani brindavano bevendo sangue, alla morte del padrone. Brindavano alla nuova libertà.

Una Risposta to “Nonnofilìa”

  1. endy 23 aprile 2009 a 02:48 #

    …la foto messa lì è devastante.

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