Lucani se more

28 Apr

Frignava, sbattendo i denti dal freddo. Si chiamava Pino Scannamonaca, ed era nato nelle campagne dove Cristo non
aveva mai osato mettere piede: in Lucania. La terra non gli era mai parsa divertente. Forse grande e colorata, ma non
divertente. Gli avevano già decantato l’importanza del lavoro, la gratificazione della stanchezza e la grazia di Dio. Ma
lui preferiva starsene fermo, con la coperta sulle spalle, ad osservare l’inverno di quei corpi storpi e felici. I volti tronfi
di vino ed allegria. Le schiene ricurve sui frutti precari della terra in quell’ inspiegabile carnevale quotidiano. Pino
Scannamonaca emigrerà, un giorno. Ne era sicuro.

La sua prima casa era la masseria dei suoi bisnonni. Venne costruita coi frutti dell’emigrazione in Argentina e
ricostruita alla fine degli anni Ottanta grazie ai fondi statali gestiti dalla camorra per i terremotati dell’Irpinia. Suo
nonno, un democristiano a volte socialista a volte no, riuscì ad accaparrarsi i finanziamenti senza avere conoscenze in
politica. Se ne vantò con tutti, dicendo di essere un miracolato della Questione Meridionale. E forse lo era davvero.
Pino detestava la sua prima casa. Era stato a trovare i suoi zii in un appartamento al settimo piano di un condominio
nella periferia di Battipaglia. Da allora, l’ascensore a gettoni e un cane che non uscisse mai di casa erano i suoi
desideri più opprimenti.
Pino tollerava la campagna ma fino a un certo punto. L’unica sua gioia quotidiana era accudire un vecchio asino da
carico che ormai non lavorava più. Era il suo animale domestico da cui aveva l’obbligo di stare lontano. Mangiava
poco, non ragliava mai, e si godeva la pensione girovagando a zonzo con una stanchezza straordinaria. Serviva, così gli
dicevano, per attraversare il fiume in tempo di piena.
Ogni autunno Pino aspettava con ansia il fatidico momento in cui il fiume che disegnava la valle, si fosse alzato anche
solo di qualche centimetro sulle sue caviglie, per poter finalmente montare il suo mulo domestico. Anno dopo anno si
rattristava nel rendersi conto che in realtà il fiume non era altro che una serie sparuta di rigagnoli prosciugati dalla
desertificazione, che a stento riuscivano a districarsi tra cementifici e a raggiungere la grande Diga.
Quando suo nonno morì, e con lui anche il mulo, a Pino importò poco. Non aveva mai avuto il desiderio di imparare i
segreti della terra soprattutto ora che il passato procedeva dritto verso l’estinzione, sentiva in cuor suo l’opportunità
di fuggire da quelle langhe desolate e di trasferirsi in paese. Era convinto che il mondo che aveva sempre visto infinito
in realtà lo stesse soffocando. E che i vicoli stretti del paese, la gente, il mercato, la chiesa con le ragazze vestite di
nuovo per la messa domenicale, gli avrebbero dato nuova linfa. Certo, il paese non era la periferia di Battipaglia ma
per ora poteva andare.

L’occasione per fuggire dalla campagna bussò una mattina alla porta. Un ometto triste piombò in casa portandosi
dietro la pioggia della città, una serie di altri ometti, macchine, valigette, telefoni, carte. Discussero a lungo con suo
padre. E Pino era convinto che stesse accadendo qualcosa di veramente brutto. Suo padre si congedò da loro in un
italiano goffo e con un sacco di strette di mano. Li accompagnò alla porta fischiettando. “E’ arrivata la fortuna”–
esclamò sbattendo la porta. E si attaccò subito alla bottiglia di vino buono.
Un mese dopo Pino montò pieno di sogni su un furgoncino stracarico di roba alla volta del paese. La sua nuova casa
era un bilocale che cadeva a pezzi. Però era al centro del centro del paese, che all’epoca contava “ben” più di mille
abitanti. La masseria in campagna era stata espropriata per permettere la costruzione di un pozzo di petrolio, una di
quelle grandi scatole con le torri, le lucine e il fuoco sempre acceso, che già da qualche anno iniziavano a spuntare in
Basilicata, e nell’immaginazione di Pino.
Quando giunsero in città non si parlava d’altro. Gli Scannamonaca venivano apostrofati dai neocompaesani o come
miracolati, oppure come portatori di una pesante sciagura. I vecchi ignoranti si improvvisavano oracoli e prevedevano
disgrazie funeste. I più, invece, morivano d’invidia. Si prevedevano soldi a palate.
Suo padre Vito si era già convinto di essere ricco. Passava giornate intere seduto su una panchina della piazza,
sorseggiando Peroni grande, e decantando al mondo intero la fortuna che aveva avuto. Aveva in mente i grandi
sceicchi con gli iòtt e i denti d’oro. Già si vedeva, lontano da sua moglie, scendere le scale del suo jet privato, mano
nella mano con la più bella gnocca che la Lucania avesse mai visto dopo Lina Wertmuller. Vito Scannamonaca
guardava i suoi compaesani con spocchia. Offriva Amaro Lucano a tutti. Pagava a credito promettendo pieni di
benzina. Regalava gettoni per i videogiochi ai bambini che non conosceva e che credeva figli suoi. Si permetteva il
gusto sopraffino di giocare a tressetteappérdere. E vincere. Era opinione comune che suo padre Vito fosse diventato
lo scemo del paese. E a Pino questo non dispiaceva più di tanto.

A dodici anni Pino era già grande. Fumava, beveva vino e conosceva i motorini a memoria come l’Ave Maria, cioè a
pezzi. Delle mille ragazze in cui aveva sognato di incappare, alla fine ce n’era una sola. E la dava a tutti. Si chiamava
Luna, come nessuna santa, quasi che il padre già presagiva la sciagura che avrebbe comportato mettere al mondo una
femmina. Pino non aveva mai immaginato che la bellezza lo potesse intimorire tanto. Ma non se ne preoccupò:
semplicemente, non le rivolse mai la parola. Per sfuggire a quella soggezione prese a spiarla perseguitandola con lo
sguardo ogni volta che la disinvoltura glielo permetteva. Cercava di cogliere lembi di pelle scoperta dalle sue gonnelle
da cui ne ricavava infiniti soggetti per le sue fantasie erotiche. Nel frattempo i suoi amici, molto più spregiudicati, a
turno se la scopavano di santa ragione, manco a dirlo.
A sedici anni Luna rimase incinta. Fece fare il test di paternità a 14 persone, tra cui Vito Scannamonaca. I risultati però
non si seppero mai e Luna scomparve dalla circolazione. La gravidanza della ragazza rimase un mistero irrisolto, che
lasciò nel dubbio e nel sospetto reciproco tutta la piccola comunità. Qualche anno dopo spuntò sulla parete del bar
una cartolina con impressa una torre Eiffel. Portava la firma di Luna e un milione di baci e di saluti a tutti.
Ma ormai tutti, nel bene e nel male, avevano già altro per la testa. Il pozzo di petrolio alle pendici del paese
funzionava a pieno regime, bruciando con la sua fiamma perenne i gas e le speranze di tutti. I contadini a cui avevano
sottratto la terra avevano ricevuto indennizzi da miseria, e solo ora iniziavano a rendersene conto. Le autorità
regionali li rassicuravano: non era certo sui soldi ricavati dagli espropri che avrebbero costruito la loro fortuna.
Parlavano piuttosto di indotto. Sterminati posti di lavoro. Fruttuosissime attività che sarebbero nate intorno
all’estrazione del petrolio. Paesi interi che avrebbero risollevato la propria economia. Gestioni locali delle risorse.
Valutazioni di impatto ambientale. Lavoro. Dignitosissimo lavoro.
Pino Scannamonaca si divertiva da morire ad ascoltare questi signorotti importanti della città, che si dimenavano con
la cravatta al vento sui palchetti improvvisati nella piazza del paese. Percepiva nelle loro parole una musicalità
raffinata. Onirica. Concetti che nessuno capiva ma che trasportavano l’immaginario collettivo verso realtà parallele.
Tutti, dopo averli uditi, si sentivano già un po’ più abbienti. Si immaginavano operai con le tute sporche di olio e non
più di terra. Placavano i loro desideri di insubordinazione lasciando spazio a nuove speranze. Pino era divertito anche
nel vedere gli occhi pensierosi del padre, ricolmo di debiti, che un po’ percepiva il vento della rovina. Vito
Scannamonaca non rideva più solo per far ridere. Aveva rimosso il turbante d’oro dalle sue fantasie e si era convinto
di essere diventato scemo per davvero. A suo figlio i sogni infranti non importavano. Non aveva mai avuto bisogno di
soldi. Era felice nella sua solitudine da campagnolo disadattato in una realtà di paese. Per Pino le uniche cose che
contavano erano le parole. E gli industriali e i politicanti di parole ne avevano a bizzeffe. Parole umane, tecniche, di
conforto. Semplici o ricercatissime. Non era mica colpa loro se una massa di zoticoni non ci aveva capito niente. Le
parole erano state dette e scritte da qualche parte. Ma nessuno si era preoccupato di leggerle.
L’onda dell’entusiasmo portata dall’indotto (che nessuno aveva ancora visto), risollevarono rapidamente l’umore
della gente. In paese arrivò la rivoluzione sessuale dei costumi e quasi tutte, dalle tarchiatelle alle brave donne di
famiglia, iniziarono ad indossare jeans a vita bassa e maglie scollate. Per Pino furono anni di masturbazione
marchiana.

Il bar in piazza era la vetrina della comunità. Nelle strisce gialle lì davanti erano parcheggiate la Punto grigia del
sindaco, un potentissimo diessino che non contava un cazzo, e la Mercedes del maresciallo dei carabinieri, che invece
era l’unico a comandare. La piazza era il luogo pubblico, dove c’era la chiesa, il tabacchino con la sala biliardo
clandestina, il fruttivendolo che vendeva i detersivi sottobanco e i tavolini del bar, ritrovo ufficiale per gli ubriaconi
notori. I dieci ragazzi sopravvissuti all’emigrazione si radunavano, invece, nella villa, un piccolo cimitero ben curato,
con tanto di monumento ai caduti. L’epitaffio sotto la grande statua recitava solenne “caddero umili e puri eroi nella
grande guerra, il popolo memore ne incide i nomi nel cuore e nel marmo”. I ragazzi trovarono ben presto la
realizzazione del loro sogno americano nell’eroina e adoperarono la villa come luogo per andarsi a bucare. Pino
pensava che avrebbero dovuto erigere un monumento anche ai suoi amici eroinomani. In fondo, anche loro stavano
morendo per un’idea passata di moda. La gente con cui usciva Pino era molto diversa, si faceva di MDMA, droga che
che si riusciva a trovare solo ai rave. Le giornate erano perciò scandite dalla ricerca di una “festa”, dall’andare a una
“festa”, dalla ricerca dell’MD, e dall’euforia che ne seguiva. Naturalmente la maggior parte delle giornate si
svolgevano senza questo lieto fine. E allora era solo paranoia. Paranoia scandita dalla incessante catena di montaggio
delle canne. Il fumo di merda che si trovava in paese arrivava in piazza una volta a settimana, con lo stesso furgone
che ogni giorno alle cinque di mattina raccattava manodopera a nero. Il caporale si fermava per cinque minuti in
piazza, lasciando le ante del furgone aperte. Allora una sfilza di disperati assaltava il rimorchio con la forza e l’orgoglio
di chi era disposto a sacrificare la propria schiena per dieci euro di sudore nei campi.
Pino quella mattina tornava stravolto da un rave party. Era in macchina con i suoi amici e dai finestrini appannati vide
suo padre con la testa bassa salire su quel furgone. Vito Scannamonaca lo scemo del villaggio, che aveva la masseria
più grande della valle, ora, schiavo, raccoglieva i frutti di quella terra non più sua. Pino cercò il suo sguardo, e poi lo
evitò.

Tornò a casa e si accasciò sul letto. Serrò le palpebre e si sforzò di pensare alla morte, a quello che sarebbe stato
dopo. No, non riusciva proprio a immaginarsela la morte. Vedeva solo buio, poi puntellini, poi niente. Solo l’angoscia
gli saliva addosso e tutto gli sembrava assolutamente insignificante. Rivedeva suo padre affannarsi nel compiacere il
suo pubblico borioso. Le gambe di Luna e il suo sorriso da bambina che con gli anni era diventato sempre più triste.
I suoi amici che combattevano la grande guerra per la felicità, il grande sogno americano dell’eroina, e gli sembrava
solo un incubo. Si immaginava vestito con tanto di kimono uccidere uno ad uno tutti i personaggi del suo paese. Il
parroco ignavo, il sindaco paffuto e il maresciallo camorrista. Sentiva di essere arrivato a delle conclusioni a cui
nessuno sembrava aver pensato. Di avere un asso nella manica che l’avrebbe sistemato. L’unica cosa che doveva fare
era andarsene di lì, oppure sarebbe finito come il padre. A fare il caporalato e raccogliere i pomodori insieme ai negri.
Pino Scannamonaca emigrerà un giorno. Ne è sicuro.

[versione integrale del racconto pubblicato sul numero 214 di Frigidaire, 2009 Collettivomensa]

Una Risposta to “Lucani se more”

  1. yeahannunci 15 settembre 2011 a 22:48 #

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