Collettivomensa ascolta Moresco

30 Set

IMG_8160

Ho sessantun anni, ho il mio pubblico, pubblico con editori grossi eccetera, ma non è che mi percepisca come uno scrittore di punta, visto che faccio la vita che facevo prima, ricevo un numero molto ridotto di telefonate, la mia cassetta delle lettere è sempre vuota. Non è come se non fosse successo niente, per carità, perché qualcosina è successa in questi anni, riesco a pubblicare libri che prima non riuscivo a pubblicare,

ma mi sento come uno che deve ancora camminare. Vorrei fare di più, dare di più.

Ho pubblicato il mio primo libro a quarantacinque anni, e fino ad allora non ho pubblicato una riga neanche sull’ultima sconosciuta rivistina. In giovane età mettersi insieme e fare una rivista, anche se marginale o semisconosciuta, è una cosa molto superiore a quello che è successo nella prima parte della mia vita. La mia vita, lo dico senza vergogna, è stata un casino. Dentro di me so le lotte che ho fatto, so quanto ho sofferto prima di riuscire a pubblicare un libro per un grande editore, prima di pubblicare una rivista assieme ad altri amici scrittori. Io me lo sognavo di scrivere un articolino anche nell’ultima rivista per notorietà o visibilità che c’era in Italia, per cui non disprezzate questo mondo anche se ancora poco visibile al grande pubblico. E io c’ho provato a pubblicare, certo che c’ho provato, ma non mi han voluto neanche sull’ultima rivistina quindi

vorrei dire di giudicare in una maniera non liquidatoria questo mondo sommerso, di riviste, autoproduzioni eccetera.

Dio bono, quando avevo 21 anni me n’ero andato in un paese che si chiama Cinisello Balsamo, non avevo l’allacciamento della luce perché non avevo come pagarla, avevo le candele sul tavolo, mi sono buttato nella politica, ho iniziato ad andare in giro per l’Italia, e per dieci anni ho fatto solo delle cazzate. Che poi non sono cazzate in tutto e per tutto, intendiamoci, ho fatto le cose in cui credevo, ho dato l’anima, ho rischiato. E non voglio dire che me ne pento, per carità, soltanto che ho buttato via dieci anni della mia vita rispetto a quello di cui ho vissuto dopo. Giravo di città in città, per fare la rivoluzione.

Campavo come potevo. Lavoravo nelle fabbriche, nelle officine, in nero.

E quando sono arrivato a trent’anni  – con mia moglie e la bambina piccola che ha girato con me per tutta Italia – ho realizzato che tutta la mia vita era stata un disastro, un fallimento, a un certo punto ho trovato questa zattera dello scrivere ed ho iniziato. Poi ci sono voluti altri 15 anni per trovare un editore importante. C’ho messo tanto tempo per trovare la mia strada. Per cui una persona che a vent’anni anni fa una rivista che seguono cinquanta persone, che non è un cazzo, sta di sicuro cercando la sua strada. Ed è più avanti di me, di quello che ero io alla vostra età. Di sicuro è così.

Oggi sembra che chi è visibile è un essere umano, chi non è visibile non esiste.

Come se fosse una non persona, non è così. Perché so per esperienza che quello che succede sotto terra, nella zona di non visibilità, è una cosa che ha uno sviluppo, una credibilità. Bisogna partire, darsi da fare in tutti i modi, emergere dal basso. Tutti quelli che partono subito coptati, lanciati, non è detto che siano i migliori.

Anzi, quello che trova un’ immediata accettazione, non fa attrito, entra in un circuito commerciale come un dejà vu e quindi viene imposto al pubblico, e da esso riconosciuto e accettato a prescindere. E perde inevitabilmente di contenuti.

L’underground è il posto in cui ho vissuto fino a più di metà della mia vita, visto che ho 61 anni e non penso che creperò a 90 anni. Se nell’underground ci stai dentro come uno sfigato, sei fottuto. Io anche quando ero nella merda più assoluta non mi sono mai sentito uno sfigato. Anche se secondo tutti i parametri ero un deficiente. Per cui il fatto che uno occupa un posto, molto basso, non vuol dire che sia basso lui, né che lo sarà sempre, cazzo.

IMG_8159x

L’editoria è il regno della lotta, è il regno del buio, è il regno del conflitto perché l’editore nella stragrande maggioranza dei casi è un mercante, e quindi cerca ciò che fa vendere. E fa vendere quello che la gente ha già nell’orecchio, che conosce già. E non certo lo scrittore che porta rottura.

Io non mi sento uno strumento commerciale. No cazzo. Non sono io che sono sceso a patti. Sono stati gli editori a venire da me. Non sono io che ho cambiato il mio modo di scrivere, infatti ci ho messo quindici anni a pubblicare perché scrivevo in un certo modo. Mi dicevano ‘la gente si spaventa, vuole argomenti più facili, che non fan paura’ e io non è che mi sono messo a pubblicare un gialletto del cazzo. E ora che pubblico con grandi case editrici non caccio certo libri facili o accomodanti, vedi Canti nel Caos, che non lo è di certo. Anzi, ora posso pubblicare cose sempre più spinte, con sempre meno problemi.

Il consiglio ai giovani autori è quello di non scendere mai a compromessi. Poi, certo, dipende da cosa uno vuole. Se uno vuole uno status, vuole essere riconosciuto come figura pubblica allora uno pubblica quello che gli chiede l’editore. Entra in quel circolo commerciale e sta bene. Il problema lì è di autostima.

Occorre semplicemente credere in se stessi e nelle proprie capacità. Poi se uno è toccato anche in tarda età, come è successo a me, da un minimo – rispetto almeno ad altri scrittori commerciali – di visibilità non vuol dire che l’ha toccato la medusa e l’ha pietrificato. Cioè, se io conoscevo Van Gogh un anno prima che crepasse e vedevo i suoi dipinti, e dicevo “ah cazzo, sono meravigliosi” , non è che dopo la sua morte, quando si è trovato in un giro di visibilità e commercialità più allargata, la sua opera è diventata un’altra cosa. Una cosa brutta. Questo vuol dire vedere la realtà con gli occhi pietrificanti dell’industria, che ogni cosa che tocca la rende morta. Non è così. Non è che le poesie di Rimbaud sono un’altra cosa perché me le pubblica Feltrinelli. E questo discorso mi sento di applicarlo anche agli autori in vita. Invece c’è una sensazione comune che appena la grande editoria tocca qualcosa di buono, questo qualcosa muore.

Poi io avendo avuto una rincorsa così lunga di questo discorso in realtà me ne sbatto. Tanto lo so come sono andate le cose. Lo so che non sono io che sono cambiato. Che sono stati gli editori ad un certo punto a dire: ‘sentiamo cos’ha da dire questo qua’. E in questo caso la mia fermezza ha pagato. Io potevo crepare dieci anni fa e non vedere niente di tutto questo. Il mio è stato un rischio. Ma sono convintissimo che ciò che ci piace, come ci piace, è l’unica cosa che nella vita non si può svendere. Cosa cazzo me ne frega a me, di raggiungere il grande pubblico. Io voglio raggiungere l’altro, certo, ma su un qualcosa che mi avvicina a lui. Non ho bisogno di prenderlo per il culo mettendomi a scrivere un gialletto così lui mi legge e io vado a finire sui giornali con la mia faccia di cazzo. E tutti a dire ‘guarda questa bella faccia di cazzo’. No, non mi interessa.

Non per questo mi sento uno scrittore di rottura. Io sono stato descritto come uno scrittore difficile, illeggibile, fastidioso perché troppo eccessivo. Ma dentro di me non mi sono mai percepito così. A me pare di aver detto le cose nell’unico modo in cui è giusto dirle, tutto qua. Perché se non facessi così non riuscirei a rappresentare la realtà che ci circonda, che naturalmente non è la stessa di cinquant’anni fa. Se devo entrare nel mondo di adesso, negli elementi portanti della contemporaneità, cioè nell’economia, nella pornografia, non è che posso stare in poltrona a guardarle, devo andarci dentro fino infondo. E molta gente il mio punto di vista lo capisce, c’è gente che capisce immediatamente le cose come cerco di dirle. E anche loro le vivono così. Per loro sono un fratello. Con loro non posso sentirmi uno scrittore di rottura. Poi certo, per il benpensante che legge la mia roba dice: ‘che schifo, che orrore’, per loro sì che sono uno scrittore di rottura. Ma in realtà a questa cosa non ci penso più di tanto.

Quando non mi pubblicavano la gente mi diceva: tu devi avere un lettore preciso in mente, e scrivere per lui. Questo è esattamente il modo per prendere per il culo le persone. Non me ne frega un cazzo di creare dei tipi astratti di lettori e dire: ‘io scrivo per quello’. Nel partire da me stesso, nello scrivere per me stesso, non faccio un gesto di arroganza e di presunzione dicendo: ‘non me ne fotte un cazzo dell’altro’, anzi mi metto in gioco in tutto e per tutto nella speranza di trovare un lettore che come me ha bisogno di scendere nel profondo di se stesso. E ci veniamo incontro. Ma è un incontro su cui non si basa la mia scrittura. È un incontro che avviene dopo.

Lo scrittore deve avere la fortuna di trovare una fessura, nella macchina editoriale. Una fessura rappresentata da una persona fisica. Perché le persone in carne ed ossa fanno la differenza. Non è che sono delle macchina impersonali. Bisogna avere la fortuna e l’intelligenza di intercettarla e di incontrarla. Per me questa persona è stata Giulio Bollati. È lui che ha creduto in me. Nel mio ennesimo libro mandato agli editori per posta, perché non conoscevo nessuno. Bollati – personaggio importante, anziano, collaboratore di Einaudi – ha accettato con entusiasmo di pubblicare un libro che per quindici anni era stato rimbalzato anche da case editrici molto meno importanti della sua. E se io non avessi avuto la fortuna di incrociare quella persona, magari ancora adesso sarei ancora inedito. Ma anche dopo che sono usciti i miei libri, ho potuto continuare a pubblicare perché ogni volta sono riuscito ad intercettare una persona fisica – prima alla Feltrinelli poi alla Mondadori – che hanno fatto la differenza. Il mondo è vivo, nel bene e nel male. Non è un blocco unico. Anche se l’editoria ha delle logiche che sono quelle commerciali, di fruibilità, che con me non c’entrano un cazzo, infondo è una macchina fatta di persone. Una macchina in cui va creato un corto circuito, è questa anche la bravura dello scrittore.

Sono uno dei fondatori di Nazione Indiana, per cui mi dispiace molto parlarne male, anche perché sembrerei uno che se la tira, uno snob, uno che li giudica eccetera. Diciamo che ultimamente, con altri autori che sono usciti come me da Nazione Indiana, volevo qualcosa di diverso. Volevamo fare una battaglia più radicale contro la restaurazione. Di fatto noi abbiamo iniziato dicendo: ‘è in atto una restaurazione totale, in tutti i campi, nella politica, nella religione, ma soprattutto culturale’.  E da questo siamo partiti. Da questa affermazione è nata Nazione Indiana. Ad esempio l’esplosione del giallo, della letteratura di intrattenimento è una forte restaurazione in atto nella letteratura. Cioè non si vuole che nella letteratura possa esplodere qualcosa che vada al di fuori delle logiche di fruibilità e commerciabilità. Ma a un tratto l’impressione era che al grosso di Nazione Indiana non interessasse altro che fare una vetrina in rete, dove pubblicare i propri iscritti e sfruttare la visibilità del sito per fini personali. A molti non interessava proprio mettersi in gioco in questa battaglia, per altri il problema è stato che se si fossero esposti in questa lotta avrebbero avuto problemi con gli editori. E infondo non è vero. Perché io che ho continuato a dire queste cose contro la restaurazione, oggi pubblico su Mondadori. Per cui, calarsi le braghe, come hanno fatto molti di loro, non è neanche lungimirante.

Il mio istinto mi dice di non votare, ma non me la sento. Per cui alle ultime elezioni ho votato, per coscienza. E non ho votato PD.

IMG_8134x

14 Risposte to “Collettivomensa ascolta Moresco”

  1. lanottedeisenzadimora 30 settembre 2009 a 14:24 #

    mitico moresco!
    :)
    girolamo

  2. Alessandro Raveggi 30 settembre 2009 a 15:19 #

    Dirompente.

  3. Filippo Balestra 30 settembre 2009 a 16:23 #

    Accipicchia che parole rincuoranti.
    Grazie al collettivo per averci dato un buon leggere!

  4. enpi 30 settembre 2009 a 17:30 #

    la Bibbia. andrebbe letta – quest’intervista – nelle scuole, per strada, prima di fare l’amore, mandata a memoria e trasmessa, recitata a tutti quelli che hanno cinque minuti per ascoltarla.
    a chi ti fa ‘sti discorsi sul cosa sia vendibile, leggibile, sul lettore ideale del cazzo, sul piegarsi, sull’accettare loghiche che non sono nel proprio cuore.
    io, ad avere affianco Moresco, mi sono emozionato – e chi se ne frega se passo per scemo, a dirlo.
    perché è una di quelle rarissime persone che va incontrata, fisicamente – oltre che nelle cose che scrive – che non delude, che ha le scarpe distrutte e i calzoni lisi.

    e attenzione al “successo”, al pubblicare a vent’anni, al dare alle case editrici quello che vogliono: attenzione.
    ché poi si scrive l’ennesimo libro, l’ennesima pagina uguale a ogni altra pagina, l’ennesima cosa inutile.

    lo so che cercare un “riconoscimento” è un fattore necessario, ma è anche terribile. è necessario chiedersi se chi condivide le cose che scriviamo o facciamo, non lo sta facendo perché riconosce, in quelle cose, un già sentito, una rassicurante assenza.

    e.

  5. simonetta bumbi 30 settembre 2009 a 17:42 #

    dio bono, non so nemmeno chi sei, ma quando ho letto “Io non mi sento uno strumento commerciale. No cazzo. Non sono io che sono sceso a patti.” beh, ecco, allora mi sono detta “lo vedi che non sei pazza?”
    io non sono una scrittrice, ma forse ho avuto e ho ancora qualcosa da dire, e anche da dare, ma nessuno mi cambierà mai. MAI.
    forse, gli scrittori veri, sono quelli fuori dai libri, dai nomi grandi, e da ogni tipo di marchetta.
    io prego solo DIO, agli altri, posso dire grazie.

    con stima

    simonetta bumbi

  6. Manuela 30 settembre 2009 a 19:18 #

    grazie per averci regalato queste parole. fa un po’ meno schifo, adesso, questa inutile giornata di fine settembre.

  7. Matteo Scandolin 1 ottobre 2009 a 10:13 #

    Chapeau. A tutti, a chi ha fatto l’intervista e a Moresco. Perché anche per me che conto ben poco, a star su quel palchetto lì un po’ mi sono emozionato. (Un bel po’.)
    MS

  8. Salvatore 1 ottobre 2009 a 11:06 #

    L’intervento è davvero ricco di spunti, ci si potrebbe ragionare per ore, sviscerarlo, citarlo e “vivisezionarlo”.

    tra i miei brani preferiti:

    “Lo scrittore deve avere la fortuna di trovare una fessura, nella macchina editoriale. Una fessura rappresentata da una persona fisica. Perché le persone in carne ed ossa fanno la differenza.”

    e tra quelli invece che più mi hanno fatto riflettere:

    “Quando non mi pubblicavano la gente mi diceva: tu devi avere un lettore preciso in mente, e scrivere per lui. Questo è esattamente il modo per prendere per il culo le persone. Non me ne frega un cazzo di creare dei tipi astratti di lettori e dire: ‘io scrivo per quello’. Nel partire da me stesso, nello scrivere per me stesso, non faccio un gesto di arroganza e di presunzione dicendo: ‘non me ne fotte un cazzo dell’altro’, anzi mi metto in gioco in tutto e per tutto nella speranza di trovare un lettore che come me ha bisogno di scendere nel profondo di se stesso. E ci veniamo incontro.”

    Grande fortuna poter leggere gratuitamente sul web questo intervento.

    Grazie al collettivomensa!

  9. federicorred 1 ottobre 2009 a 14:34 #

    lettura salutare.

  10. collettivomensa 2 ottobre 2009 a 16:11 #

    grazie a chi ha reso possibile la riuscita dell’intervista.
    grazie a voi che l’avete letta.
    grazie a moresco che ha evitato con saggezza di prenderci a calci in culo quando gli abbiamo chiesto “ti senti un prodotto commerciale?”
    e mo beccatevi Vasta (a cui seguiranno Gabriele Frasca, Filippo Tuena, Violetta Bellocchio e altri e altri ancora)

  11. simone 5 ottobre 2009 a 13:38 #

    complimenti ai commensali.
    se sono uscite quelle frasi da moresco, evidentemente avete sollecitato bene.
    avanti così.

  12. Marco Palasciano 7 ottobre 2009 a 02:50 #

    :))))))) Venerdì 9 ottobre avrò l’onore di presentare Moresco e i suoi “Canti” a Capua (Caserta)! Se avete amici in zona interessati a ciò, mandateli a Palazzo Fazio (via Seminario) per le 18.30; grazie! Vedasi http://palasciania.splinder.com/post/21415220

  13. Datura Martina Lo Conte 24 ottobre 2009 a 13:53 #

    Ebbi l’onore di incontrare Moresco per una presentazione del Primo Amore a Firenze, grazie al Filosofestival.

    Discutemmo molto sul “come” mettere in atto la “rigenerazione culturale” che il Primo Amore auspicava nelle sue pagine. Fu un incontro molto importante. Perché è sempre importante porsi degli interrogativi…ed io non ricevetti risposte esaustive ma andai via con fertili dubbi.

    Questa intervista, conferma le mie impressioni sulla sua forza e determinazione, che si spera siano da esempio per chiunque abbia veramente qualcosa da raccontare, da narrare.

    Grazie quindi.

    a presto.

  14. Marco Palasciano 25 ottobre 2009 a 02:53 #

    :) Penso che gradirete le simpatiche foto della gita con Moresco il giorno dopo la presentazione di cui dicevo:

    http://palasciania.splinder.com/post/21505706

    E questo è il video dell’intervista:

    http://www.capuanova.it/eventi/moresco.html

    Ossequi :)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: