Collettivomensa ascolta Giorgio Vasta

1 Ott

In Italia nei confronti della cultura prevale un atteggiamento non dico di sospetto ma sicuramente di difficile messa a fuoco di che cosa effettivamente sia: nella maggior parte dei casi si considera la cultura come un qualcosa di decorativo, di ornamentale.

Un esempio lampante è il fatto stesso che nei giornali e nei telegiornali la troviamo sempre in relazione allo spettacolo: “Spettacolo e Cultura”. Questo dà già l’idea di come venga collocata nella zona dell’intrattenimento puro e semplice, ma è un tipo di intrattenimento che non ha la stessa forza economica, la stessa forza commerciale dello spettacolo propriamente detto, come quello televisivo e cinematografico. La cultura, quindi, si trova in una specie di terra di nessuno, in un luogo non identificato, diventa una specie di ghetto difficile dello spettacolo ed è poi questo il modo in cui viene recepita. Altrove, all’estero c’è un credito maggiore per chi lavora con la scrittura o con la narrazione  in generale, un credito come credibilità ma persino dal punto di vista economico.

Io con la pubblicazione di un libro non ci vivo, vivo con mestieri che hanno a che fare con la scrittura, come l’editoria. Nel mio caso, io non potrei vivere di scrittura intesa come pubblicazione di un libro perché non firmo contratti tali da farmi passare due anni in tranquillità: a stento riuscirei a fare due mesi, credo. Ma questo non mi dispiace ed è anche la ragione per la quale dopo il primo libro ho scelto di restare con un editore medio – piccolo come Minimum Fax, contento per le proposte arrivate da altri editori, consapevole del fatto che avrebbero potuto offrire di più, ma mi interessa il percorso dentro Minimum Fax e il fatto che io non debba vivere con un libro. Il lavoro editoriale è quello che mi fa campare, poi c’è la scrittura di un libro. Ma non sono ricattato dal libro, non sono costretto a scriverlo perché se no non so come far quadrare il bilancio l’anno successivo.

Se noi guardiamo una certa zona della letteratura italiana, noi vediamo che ci sono autori seriali, nel senso che serializzano la propria produzione, e annualmente devono uscire con un nuovo libro, come se ci fosse una specie di spada di Damocle che governa le loro azioni e non c’è più una scelta, loro devono scrivere un libro all’anno perché c’è un contratto organizzato in un certo modo e si deve fare in quella maniera. Ma lì è più una questione di economia di tempo. A parte il fatto che può anche capitare che autori indotti a pubblicare un libro all’anno facciano dei bei libri, così come può anche capitare che un autore pubblichi un libro ogni cinque anni e che sia brutto. Ci sono orologi interni di ogni autore e ogni autore decide come gestire il funzionamento di questi orologi con un suo interlocutore che è l’editore.

Io mi sento libero non tanto rispetto a qualcun altro, ma rispetto al rischio di un orologio esterno, un tempo esterno che detta il tuo lavoro. Per dare un’idea: quando ho consegnato alla casa editrice “Il tempo materiale” era il settembre del 2007, il romanzo è uscito nell’ottobre del 2008, cioè sono trascorsi 13 mesi dalla consegna del libro alla sua pubblicazione. Di certo non sono trascorsi nell’immobilità, sono trascorsi nella riscrittura del testo, perché a quel punto mi sono accorto che avevo bisogno di tempo. Si è fatta una prima ipotesi di pubblicazione a maggio del 2008, ma ho dovuto rimandare tutto ad ottobre per bisogno di altro tempo. Questo per un editore come Minimum è un problema perché è una casa editrice che pubblica una trentina di libri in un anno, di questi ha solo sei italiani in un anno, e quindi se sono cinque o quattro la differenza è notevole.

Il mio rapporto con l’editing è particolare, io mi trovo in tutti e due i ruoli, lavorando come editore mi trovo da tutte e due le parti. Ci sono tantissime discussioni, polemiche rispetto all’editing. L’editing che ho fatto io da autore, ed è l’editing che provo a proporre nel lavoro editoriale, è sostanzialmente conversazione critica, che non prevede nemmeno l’esistenza davanti a me e all’altra persona del testo, non è nemmeno lontanamente una forma di addomesticamento del libro, cosa che tra l’altro non mi interessa. Perché sì il desiderio è che il libro venga letto, ma non che venga letto in maniera fraudolenta da tutti, ricorrendo a dei trucchi, nascondendoglielo in tasca alle persone attraverso una forma drammaturgica o stilistica il più possibile rassicurante. Mi interessa che sia letto da quelli che sono i lettori di quel libro, se sono cinquemila o diecimila dipenderà da loro, ma a me interessa che il libro arrivi in maniera leale.

Prendiamo in considerazione il lavoro che hanno fatto alcuni editori. Un esempio per tutti: Einaudi, che come grande casa editrice deve far attenzione a questioni di fatturato. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio della decade successiva c’è stato un autore straordinario come Matteo Galiazzo che per sua scelta al terzo libro ha smesso di pubblicare e oggi scrive manuali per l’informatica, in modo del tutto volontario, è lui che non vuole fare libri. Matteo Galiazzo esordisce a 26 anni con “Una particolare forma di anestesia chiamata morte”, una raccolta di racconti e poi fa altri due romanzi. Einaudi nel suo caso (come nel caso di altri scrittori, come ad esempio Franco Stelzer) sapeva perfettamente che quelli non sono in alcun modo libri che possono essere piegati anche con il miglior marketing, con il miglior lavoro di ufficio stampa, ad una commercializzazione ampia. Li ha pubblicati e si è messa nella condizione di tenere questi spazi vivi, attivi, pubblicando libri che faranno tremila, quattromila copie, che sono un buon risultato ma non sono un buon risultato per Einaudi. Rispetto ai rischi dell’editing, rispetto al dialogo tra redazione di una casa editrice e ufficio commerciale di una casa editrice, augurandomi sempre che non sia l’ufficio commerciale a prendere il sopravvento, la mia preoccupazione è che queste riserve, questi spazi indispensabili possano ridursi particolarmente. Già hanno una loro contrazione perché si torna non all’insensibilità delle redazioni, ma ad un certo tipo di protervia degli uffici commerciali. Vengono dettate delle linee, si chiede un certo tipo di redditività ai libri e

bisognerebbe sempre tenere a mente che è di un libro che si sta parlando, e non gli puoi imporre di essere per tutti.


Non è una questione di snobismo o di elitarismo. E’ una questione fisiologica, naturale: un libro deve riuscire a raggiungere i suoi lettori. Pensiamolo in ambito cinematografico, dove è molto più evidente. Pensiamo ai moltissimi film che arrivano dall’estero e ai quali la distribuzione italiana impone dei titoli intenzionalmente fuorvianti, come ad esempio è successo per “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” di Gondry tradotto con “Se mi lasci ti cancello”. Questo film è molto indicativo: è un film che ha portato al cinema un pubblico sbagliato, ovvero un pubblico di adolescenti che con questo titolo e con Jim Carrey credevano di andare a vedere un certo tipo di film e ha lasciato fuori quello che invece era il pubblico elettivo di questo film. Quella è stata una bassezza della distribuzione.

Provare a essere il più possibile leali nella proposta di un film o di un libro, in condizioni ideali, è quello che dovrebbe premiare.

Pensare agli autori come arrivisti passivi, che cercano solo rampe di lancio per potere poi arrivare in tutte le case, per essere il più possibile visibili è sbagliato. L’autorialità non riguarda solo la scrittura di un libro. Un autore è autore anche di una serie di scelte che hanno conseguenze politiche, intendo dire di politiche di rapporti, di idea di mondo. Partendo da questo si può anche ammettere che si vogliano condividere dei percorsi, si sa che non si faranno centomila copie, se ne faranno diecimila, non si guadagnerà chissà che cosa,  però il prodotto avrà un valore, inteso come quello che arriva alla fine, il risultato. Ma il processo è quello nel quale io esisto in relazione agli altri, nel legame e nel dialogo con le persone della casa editrice e per me salvaguardare il processo è fondamentale.

L’editoria non è una scienza esatta


L’editoria non è un luogo nel quale sommando una serie di scelte che sembrano essere perfette si arriva a un risultato perfetto. Si può compiere un percorso nel quale si è stati prudentissimi, si è fatto tutto quello che si voleva e poi i risultati non arrivano. Si può essere meno attenti, meno consapevoli, e si arriva lo stesso a qualcosa di buono. Se l’autore non accetta la propria passività diventa un interlocutore, l’autore dovrebbe sempre essere un interlocutore forte, dovrebbe saper parlare, saper dire di no, tanto quanto deve essere in grado di ascoltare e accogliere i suggerimenti che gli servono. Ci sono compromessi depressi, schiaccianti verso il basso, e invece ci sono una serie di compromessi che sono pura, intelligentissima strategia. Ad esempio un autore fluviale, impetuoso e straordinariamente bravo, di cui non dirò il nome, nel dare forma ai suoi libri sa che deve prevedere una quota di scrittura che l’editor gli proporrà di togliere di mezzo e allora preventivamente mette delle pagine che sono quelle che poi lui anche con una certa sofferenza accetterà di togliere.

Se non consideriamo gli anni del liceo e dell’università che erano molto più indefiniti, mi sono ritrovato ad avere a che fare con la scrittura, l’editoria e cose di questo genere dai 26 anni in poi. Ma non ho avuto la sensazione di essere tagliato fuori da qualcosa, di dover spingere in una certa direzione. Il mio rapporto con l’underground è un rapporto del tutto normale. Mi trovo ad incontrare l’underground in diversi ambiti sia letterari che cinematografici, con una certa naturalezza, non è qualcosa che devo inseguire. Probabilmente usare la rete, trascorrere parecchio tempo in rete, mette nelle condizioni di avere a che fare con stili e forme di produzione che sono alternative a quelle mainstream, con le quali è più semplice e quasi inevitabile entrare in contatto. Il grado di libertà ma ancora più di agilità per un certo tipo di lavoro, ad esempio per il fumetto, in Italia è molto diverso rispetto a quella degli stati uniti, dove è possibile trovare senza troppa fatica distribuzione e commercializzazione con i propri mezzi in librerie con commercializzazione mainstream. A New York mi è capitato di trovare librerie con pareti intere di fumetti autoprodotti che stavano accanto a quelli degli autori più noti, più titolati. Vivendo in una condizione di normale ricerca di materiale, di scrittura, avere a che fare con l’underground è uno dei luoghi più normali. Io non ci sono passato dall’underground se non per quanto riguarda la scrittura in rete come con Nazione Indiana, ma non so quanto si possa considerare underground un blog come Nazione Indiana.

Sono andato via da Nazione Indiana perché con una metafora quando si butta un sasso in uno stagno si producono cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua, e la Nazione Indiana era quella dei primissimi cerchi, aveva fatto impatto ed era entrata nello stagno. Poi è naturale che con il tempo questi cerchi si sono andati allargandoci ma io avevo perso contatto con quella che era stata l’idea di partenza e con quel desiderio di condivisione forte, non semplicemente dato dal fatto di essere quindici, venti redattori che possono pubblicare su quella piattaforma. Di recente da qualche mese a questa parte esiste un blog letterario che si chiama “minima et moralia” che è in qualche modo legato a Minimum Fax del quale faccio parte con Nicola Lagioia, Cristiano de Majo ed altri e in questo caso non è certo l’elite dell’underground, per la quantità delle visite e dei commenti, però è il ritornare a quello che era stato Nazione Indiana all’inizio.

7 Risposte to “Collettivomensa ascolta Giorgio Vasta”

  1. Matteo Scandolin 1 ottobre 2009 a 20:10 #

    Oh ragazzi, complimenti!, due persone più degne e interessanti di Moresco & Vasta era difficile trovarle a ULTRA! :)
    MS

  2. matteo galiazzo 2 ottobre 2009 a 12:56 #

    hei, io scrivo codice java, mica manuali di informatica, please

    ciao giorgio! e grazie per la memoria

  3. sarmizegetusa 3 ottobre 2009 a 15:13 #

    bellissime queste due interviste

  4. danip 5 ottobre 2009 a 14:25 #

    complimenti, interventi assolutamente memorabili

  5. ddd 6 ottobre 2009 a 23:32 #

    bellissima la foto di Vasta insieme a Federer

  6. filme porno 13 marzo 2010 a 12:02 #

    Poi è naturale che con il tempo questi cerchi si sono andati allargandoci :)

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