Collettivomensa ascolta Filippo Tuena

10 Ott

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Non me la prendo con gli scrittori di best seller, me la prendo con il sistema editoriale, che non riesce a bilanciare gli scrittori commerciali con gli scrittori d’avanguardia, che sono quelli che vendono di meno, ma che lavorano di più sulla struttura del romanzo, cercano strade nuove.

La letteratura di qualità non è necessariamente una letteratura di nicchia. Se io scrivo qualcosa, con una certa struttura, e questa struttura corrisponde al progetto che avevo, è la cosa giusta che dovevo fare. Sono i libri che alla fine determinano loro stessi, non deve essere né lo scrittore né tanto meno l’editore.

Quando inizi a scrivere un romanzo, che poi è un impegno che dura 2 – 3 anni, non puoi ingannare te stesso. Il progetto segue una linea che non puoi deviare. E spesso i grandi editori ti propongono delle soluzioni “medie” fatte di infiniti ‘Prova a fare così’, oppure ‘Correggi’. Il che, entro certi limiti, mi pare anche ragionevole, oltre questi limiti di decenza diventa sconveniente per il libro, poiché il lettore poi si trova davanti un progetto ibrido, frutto di un compromesso. Tendenzialmente tutto questo è legato alla commerciabilità. Non escludo però che esista anche un editing di qualità.

Ho pubblicato con Longanesi, con Fazi, Con Rizzoli e in linea di massima ho sempre fatto quello che volevo. Sono riuscito, discutendo, a imporre la mia visione. Il problema è che la mia visione non è commerciale, e quindi scrivo un romanzo come mi va di scriverlo, escludendomi però il supporto della casa editrice, pubblicitario intendo, che poi è l’elemento che determina il successo commerciale.

Lo scrittore è l’autore del dattiloscritto, che è perfetto, e rappresenta esattamente le sue intenzioni. A un certo punto questo dattiloscritto va in redazione. Viene letto da un editor, che poi decide se farlo o no. A quel punto egli opera un suo intervento, che l’autore cerca in tutti i modi di fermare. Superato questo punto il libro viene pubblicato ed entra nel sistema commerciale, e qui subentra un altro soggetto che è il distributore. Poi il libro entra in libreria e il libraio diventa a sua volta coautore dell’operazione e a mano a mano che questo processo si sviluppa l’autore viene depauperato del suo lavoro. Così si trova dall’essere autore al cento percento, ad esserlo al cinquanta, al trenta, al venti…

Questo meccanismo si è sviluppato negli ultimi quaranta anni. Prima si vendeva molto meno, ma tanto poco bastava a pareggiare le spese di pubblicazione che erano davvero esigue. Negli anni Trenta un libro in Italia faceva diecimila copie, Bontempelli ad esempio è un autore che avrà venduto al massimo duemila copie. Di questo nuovo meccanismo commerciale ne sono complici anche i giornali, che pubblicizzano quasi esclusivamente quegli eventi che già sono conosciuti dai lettori. Per cui se esce il best seller ha di sicuro la sua bella pagina sul giornale, visto che ha un bacino d’utenza di 500 000 lettori si dà importanza al fatto che questi lettori si trasmettano anche a quella pagina di giornale, mentre per un libro di poesia, che ha un bacino d’utenza di mille lettori, non c’è posto perché non porta audience.

Il punto non è subire l’editing. Il punto è avere il via libera dal sistema commerciale o non avercelo. L’editing da un certo punto di vista è anche giusto, ma esclusivamente se rivolto alla qualità della scrittura.

Oramai internet è un luogo dove tutto è possibile, dove puoi pubblicare qualsiasi cosa. Per cui è necessario un grande autocontrollo da parte dell’autore, altrimenti diventa una libertà negativa. Spesso siamo sommersi dalla quantità e non riusciamo ad estrapolare la qualità negli scritti in rete.

La casa editrice è un passaggio obbligatorio, poiché il conflitto è sempre utile, ti impone un ragionamento che poi sta a te decidere se ignorare o no – io generalmente non lo osservo – però ti fa riflettere sul tuo prodotto. Ad esempio ho fatto un libro nel 2005 con Rizzoli che si chiama ‘Le variazioni Reinach’, di quattrocento pagine senza punteggiatura. L’editor in questo caso mi disse di inserire qualche virgola, perché altrimenti il lettore non ce l’avrebbe fatta a leggerlo. Bene, ci sono stato un po’ a pensare, e poi alla fine le ho messe, perché l’argomento di quel libro, che è la storia vera di una famiglia ebrea distrutta nei campi di sterminio, mi sembrava che meritasse un pubblico maggiore. La leggibilità e la diffusione faceva parte del gioco. Devi percepire che l’editing migliora il libro, altrimenti è sbagliato cedergli.

Il primo romanzo (“Lo sguardo della Paura”, Leonardo 1991 n.d.cm) lo spedii un po’ alla bruta, con la dicitura: ‘gentile casa editrice’. Poi, dopo un anno, iniziarono ad arrivarmi i primi, tragici, rifiuti. Dopo questi numerosi rifiuti mi arrivò una telefonata improvvisa di Giuseppe Pontiggia, che mi disse di aver letto il testo, e di volermi proporre alla Mondadori. A quel tempo facevo l’antiquario, ed entrò in bottega, per una fortunata coincidenza, Leonardo Mondadori. Io gli dissi subito che avevo un libro in attesa nella sua casa editrice e lui, mi chiese se ne avessi una copia del manoscritto da leggere nel suo viaggio che avrebbe fatto a Capri. Inaspettatamente mi chiamò, tre giorni dopo, dicendomi che lo avrebbe pubblicato nella sua casa editrice che aveva fondato andandosene dalla Mondadori. Poi, pubblicato il primo con la “Leonardo”, è stato tutto più facile.

Pubblicare un libro con una casa editrice a pagamento non è sbagliato. Devi semplicemente essere cosciente che si tratta di un’operazione autoreferenziale, tutto qua. Un’operazione che non produce niente, perché tanto in libreria quei libri non ci arrivano. Se vuoi fare dei bei regali di Natale, ti stampi un libro che hai scritto e lo regali agli amici. È un’operazione divertente, un gioco. Come se facessi una festa in cui invece di offrire da bere offri il libro.

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Ci sono fior di scrittori che riescono a vivere di scrittura. Di solito se lavori nel mondo dei libri hai anche consulenze, lavori nelle redazioni di giornali e case editrici, e cose del genere, a cui aggiungi i proventi di un libro, che non sai mai quanti sono, e diciamo che riesci a vivere. Camilleri, Dacia Maraini e altri così ci campano di scrittura. Ma se tu vedi sono tutti autori che bilanciano operazioni commerciali con libri di qualità. Queste operazioni commerciali però non sempre riescono, anche per colpa degli editori che spesso vedono dei successi in libri dalle grandi firme, che poi in realtà non vendono come dovrebbero. A volte invece ci si trova davanti a dei boom inaspettati, di libri di cui neanche la casa editrice che li ha pubblicati ne aveva previsto il successo. Ma questi sono casi rari.

Mi sento aventiniano ora, non solo nello scrivere. Non vedo movimenti politici che mi rappresentano. Riesco sempre con maggior difficoltà a condividere i metodi di lotta che ci vengono presentati. Il confronto politico è scadentissimo. I politici, d’altronde, sono il prodotto della nostra società e non il contrario, questo mi fa riflettere in maniera molto malinconica. E il pubblico della politica non è diverso dal pubblico dei libri. Ad esempio, se milioni di italiani sotto Natale vanno al cinema a vedersi ‘Vacanze di Natale’, perché dovrebbero poi votare diversamente o leggere diversamente? Alle ultime elezioni  ho votato socialista, figurati. Perché sono laico e voto quelli che sono laici. Quando ero giovane votavo radicale, ma oggi non è più votabile. Ho sempre votato partiti che prendono l’uno e mezzo percento, che poi è il bacino d’utenza dei miei libri, quindi mi trovo. Quadra tutto.

La letteratura non interessa a nessuno. Mi chiedono sempre: ‘ma tu hai fretta di pubblicare?’. E io gli rispondo: ‘no, perché nessuno ha fretta di leggermi’. Scrivere, oggi, è un’attività molto snob, ecco. La nostra spinta è a farci leggere piuttosto che a leggere. E questo è sbagliato. Leggere in me produce un immenso piacere, quasi quanto quello di vedere il proprio nome stampato sul frontespizio di un libro. Io proporrei delle “scuole di lettura”, anziché “scuole di scrittura”. Se tu leggi qualcosa che ti piace, da Melville a Thomas Mann eccetera, fai un lavoro strutturalmente rilevante. Qualcosa dentro ti accade, ma devi un po’ saperlo fare.

Ora c’è questa pressione fortissima a farsi leggere, a pubblicare. Molti di coloro che ci provano vengono falcidiati appena fuori dalla trincea, ma qualcuno, anche di qualità, ce la fa. È nella legge dei grandi numeri.

Non consiglio mai a nessuno di iniziare a scrivere. Ma alla fine conta poco, scrivere è qualcosa di irrefrenabile. Non puoi opporti. Ma sai che vai incontro ad un mondo molto difficile, con pochi soldi, in cui è una continua guerra. Soprattutto oggi che mi sono accorto che le case editrici riducono di molto il rischio, cercano di andare sul sicuro, e quindi le possibilità per un esordiente sono minime. Però, è come se qualcuno mi dicesse ‘voglio innamorarmi di quella ragazza’, non potrei mica rispondergli ‘no, non lo fare’.

Io scrivo sempre storie di persone vere, raramente autobiografiche. Se mi interessa parlare di un periodo storico, di una situazione, scelgo un personaggio vero e ne parlo. Poi, cerco di far capire il rapporto tra il libro e lo scrittore che lo sta scrivendo. Cioè inserisco nella storia come il libro è stato fatto. Ad esempio nel libro sulla famiglia Reinach, racconto che ci sono io che vado in un museo e vedo delle immagini e da lì inizia tutto. Ma anche di me che intervisto persone o vado in archivio a cercare documenti, e così via… perché in qualche modo il lettore, per me, deve essere partecipe al fatto creativo. Mi sembra sciocco e superficiale raccontare solo il fatto. Voglio rendere partecipe il lettore dell’emotività che avevo io quando scrivevo il libro.

Tendenzialmente fare lo scrittore può essere un buon modo per rimorchiare. Ma soprattutto lo scrittore acquisisce una grande capacità dialettica, tale da fuoriuscire indenne dalle controversie. Potresti convincere la tua ragazza che non le hai messo le corna, ad esempio, o cose così. Ma questo è un mondo che non mi appartiene più, sono sposato da venticinque anni, ormai…

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3 Risposte to “Collettivomensa ascolta Filippo Tuena”

  1. ernestvirgola 11 ottobre 2009 a 10:40 #

    w collettivomensa! a quale manifestazione parteciperete prossimamente? così ci si incontra dal vivo! un abbraccio sara

  2. Dr.Panico 13 ottobre 2009 a 18:07 #

    Il Collettivomensa non è un collettivo, è un Collettivomensa.

  3. collettivomensa 17 ottobre 2009 a 15:06 #

    sara carissima,
    per ora stiamo spacciando riviste di contrabbando al Festival della Creatività (firenze)…
    appena saliamo per qualche evento un po’ più nordico te lo facciamo sapere volentierissimo…
    baciotti

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