Collettivomensa molesta Gaetano Cappelli

14 Nov

GAE

L’underground, come definizione, non è che calzi molto con i miei personaggi che possono esser figure di un sottobosco culturale ma anche personaggi già introdotti nel mondo materiale ai quali poi succede qualcosa che da un accenno di successo li riprecipita nel fallimento. Sono personaggi che hanno grandi sogni e grandi speranze ma che poi, nel corso della storia, finiscono tragicomicamente per trovare una loro dimensione in una situazione meno alta. L’immagine che gli si può accostare è quella delle montagne russe, in cui si arriva in cima, per poi sprofondare nell’abisso in vista di una risalita… è un po’ la vita che è fatta così anche se chi legge romanzi vuole più vita. Mi spiego meglio: noi nasciamo e trasciniamo le nostre esistenze e spesso, ahinoi, moriamo senza che in tutto questo sia avvertibile un senso ed ecco che invece tra le pagine meravigliose dei libri, di certi libri, ogni parola, ogni incontro, ogni coincidenza o contrattempo, ogni sventura o fortuna cessa d’essere un mero prodotto del “tempo inerte” – noioso grigio ripetitivo –  che contrassegna la nostra vita reale, per entrare in una delle grandi stupefacenti trame del destino. Leggendo per una sorta di compensazione simbolica, smettiamo così di essere i poveri esseri in balia della casualità che siamo, per trasformarci in eroi con un proprio e personale fato da compiersi: diamo cioè – o almeno ci illudiamo di dare  – un ordine all’esistenza.

Devo dire che il mio destino di scrittore è abbastanza particolare… forse tra i primi in Italia, nell’88, sono riuscito a pubblicare come accadeva in America. Cioè ho preso il manoscritto, l’ho messo in una busta e l’ho mandato in giro per le case editrici. Il punto è che negli anni ’70 non si scrivevano più romanzi. Nessuno ne leggeva. Erano anni un po’ da talebani. In quegli anni pubblicava chi già faceva parte di un gruppo letterario o, comunque, dell’intelligentzia. Poi invece venne fuori questa moda dello scrittore giovane, con i vari De Carlo e Tondelli che tra l’altro fu molto generoso nel portare alla pubblicazione diversi scrittori, con le sue famose antologie Under ’35. Io seppi che Marsilio aveva organizzato una specie di concorso, ben prima di Tondelli, per esordienti. Si chiamava Primo Tempo ed era la prima volta in Italia. Partecipai e fui fortunato: Floppy disk, il mio romanzo d’esordio, uscì subito dopo. Da allora di romanzi ne ho scritti dieci e da quando D’Orrico è riuscito a farmi conoscere a un pubblico più vasto, Marsilio – sì, proprio il mio editore di allora col quale sono curiosamente tornato – sta  ristampandoli tutti. A questo punto sì, posso dire che sono sopravvissuto all’underground.

Fino ad un certo punto Floppy disk è stato il mio romanzo di maggior successo. Poi, a parte Volare Basso, che è entrato un paio di settimane in classifica, non ho mai avuto grandi vendite. Forse il fatto che io viva a Potenza è un po’ un problema. Nel senso che si sa come vanno queste cose, se tu ad esempio la sera, invece di vederti coi tuoi amici – che magari non leggono manco un cazzo – ti vedi con gente che lavora nei giornali, alla radio, in tivvù, è logico che il tuo nome circola. Per me allora è stato importantissimo incontrare Antonio D’Orrico (noto, e discusso, critico letterario ndcm). Detto questo comunque io a Potenza ci vivo benissimo. Mi piace stare coi miei amici e non parlare necessariamente di libri. In fin dei conti leggere è un lusso per pochi! E poi mi piace raccontare nei miei romanzi proprio la Basilicata – intendiamoci non solo la Basilicata. E’ un posto un po’ misterioso. Basilicata Lucania, non si sa neanche come si chiama. E Potenza poi… raccontandola proprio a partire dalla noia di piccola città di provincia vedo che esercita un inspiegabile fascino. In realtà, la novità nella mia scrittura, se ce n’è una, è che non ho descritto il solito sud di disperati. O meglio c’è gente disperata, i disoccupati che fumano al bar del paese eccetera, ma si tratta di gente particolare, cioè non è l’immagine solita del meridionale che tiene u’ ciucc’ (l’asino ndcm) attaccato con la corda, no, si tratta di gente normale, in una parola: moderna.

Il fatto è che lo scrittore deve costruire miti, altrimenti ti compri un giornale e non un romanzo. Io dalle situazioni underground, o marginali, provo a tirar fuori il fascino che conservano. Quando Eugenio Granieri, protagonista di Volare basso (Frassinelli 1994, Marsilio 2009), entra nel bar del suo paese, che poi è Pignola, non trova più Cristo si è fermato ad Eboli, ma gente vestita in certo modo, che fuma, beve e magari parla di certa musica. E questo per noi può essere normale, ma molti lettori si sono chiesti: addirittura questi si vestono così, sentono ‘sta musica. Prima, quando dicevi Potenza al nord non sapevano neanche che esisteva. Ora invece… – (neanche ora, lo sanno, dice il collettivomensa) – Ah, nonostante Woodcock? No, perché c’è stato un momento in cui si sapeva benissimo che Potenza e soprattutto il suo tribunale, esistevano e invece adesso  se lo sono dimenticati di nuovo? Meglio così.

L’editoria non è solo una questione commerciale. Voglio dire: se oggi entri un una libreria trovi veramente di tutto. L’altro giorno leggevo un libro di un tizio che per risolvere i suoi problemi psicologici diventa lottatore di sumo. Pazzesco! Chi vuoi che lo compri? E magari invece diventa un successo. Gli editori giustamente ci provano, ma è un po’ come giocare alla lotteria. Non esiste il libro di cui si può dire avrà sicuramente successo. Perché se così fosse, non avrebbe senso pubblicare cinquanta libri al mese. Pubblicherebbero quello e basta.

Tipo, recentemente ho visto un libro in classifica  (Tutto Camilleri, Barbera 2009), di Gianni Bonina che è un critico come tanti. Bene questo libro è entrato in classifica solo perché nel titolo aveva la parola Camilleri. Non sono quindi gli editori la bestia nera della letteratura. Sono i lettori che sono spesso dei coglioni totali. La gente ormai si compra Camilleri in preda ad un raptus. Cioè finisce per comprare addirittura un libro di Gianni Bonina su Camilleri. Questi l’hanno comprato perché in copertina c’era scritto Camilleri e hanno pensato che fosse uno dei libri che Camilleri sforna, da serial writer, ogni due mesi..

E dire che che Camilleri ha pubblicato il suo primo libro per Lalli (Il corso delle cose, Lalli 1978), che è  il prototipo dell’editore che pubblica a pagamento. E pubblicare con Lalli vuol dire essere uno sfigato pazzesco. Per fortuna la vita è proprio strana visto cosa è poi diventato Camilleri.cappelli

Ecco perchè sostengo che la storia dell’industria editoriale, dei romanzi scritti a tavolino, è una gran cazzata. E anche i lettori, nonostante quello che ho appena detto, hanno un loro carattere. Comprano le cose che vogliono comprare. Non gli si può imporre un libro. Ad esempio quando Rushdie venne in Italia, subito dopo la fatwa, fu lanciato per un suo libro, che faceva schifo, con una pubblicità assurda. È stato supportato da ore ed ore di trasmissioni televisive. Ma il suo libro è andato ‘na cacata. Questo perché non corrispondeva alle attese dei lettori.

Un altro esempio? Tiziano Scarpa. Ha vinto lo Strega ma il suo romanzo sta vendendo assai meno delle attese. E anche il fatto che glielo abbiano commissionato a tavolino per fargli vincere lo Strega è una cazzata. Scarpa ha vinto lo Strega perché ha avuto culo, come ho scritto pure in un mio pezzo. Il candidato di quest’anno di Mondadori trattino Einaudi era infatti Del Giudice. E avrebbe vinto lui sicuramente perché ormai il premio Strega si chiama premio Strega trattino Mondadori. Sono infatti tre anni che Mondadori vince. Prima almeno c’era un alternanza con Rizzoli, ma ora neanche quello. Dunque, Del Giudice ha di fatto rinunciato alla candidatura – dicendo tipo: non partecipo perché so che vincerei – facendo un beau geste e una gran cazzata. Magari confidava che la gente avrebbe letto lo stesso il suo libro per la sua fama di scrittore geniale e invece è andato malissimo.

E allora Scarpa, che scrive dei bellissimi saggi ma dei romanzi che sono una rottura di coglioni, si è trovato con questo romanzo come candidato Einaudi-Mondadori, e guarda un po’ ha vinto. Io di Stabat Mater ho letto solo la prima pagina e mi è bastata. È una di quelle storie che mi tediano a morte, che non leggerei neanche sotto tortura, come non leggerei i libri della Mazzantini che ha vinto il Campiello che è una che fa piangere… piace perché commuove ahaha. E intanto vende tantissimo. Chiagne e fotte insomma.

D’altronde pensavano tutti che lo Strega lo vincesse Scurati (Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani 2009), uno scrittore che mi fa paura… come uomo, oltre al resto, con quella sua aria perennemente indignata. E invece ha perso per un punto. Be’, sono contento.

Sono stati molto importanti, nella mia giovinezza, i primi libri di Andrea de Carlo, tipo Treno di panna (1981), che è stato un romanzo di rottura, direi uno dei primi romanzi contemporanei d’Italia. E mi ha dato l’idea che anche qui da noi si potesse scrivere qualcosa di moderno. I letterati italiani, diciamolo, erano dei vecchi barbagianni. Anche quelli della mia generazione. Se pensi  a uno come Marco Lodoli che ebbe un buon successo con Diario di un millennio che fugge (1987). Quando lo lessi pensai allora è inutile che scrivo se va bene sta roba. Roba del tipo che ti immagini recitare da quegli attori tromboni, col maglione a collo alto, neo esistenzialisti impegnati, dove ci sono questi due che si isolano sulle coste della Provenza, una roba terrificante.

Oggi tra gli italiani che leggo ci sono Alessandro Piperno, Francesco Piccolo – in cui si sente forse un po’ della mia influenza – Camilla Baresani, Pascale… il mio amico Tramutoli e altri così. E molti nord amaricani. Bellow poi, ho un’adorazione per lui.

La situazione letteraria lucana è buona, perlomeno esiste. Sono stato in Molise, regione piccola come la nostra, e non c’è nessuno. Qui invece ci stanno almeno quei quattro cinque nomi che hanno pubblicato con editoria nazionale. Vi consiglio un libro molto interessante a proposito, che parla della nuova letteratura meridionale. Si chiama Uccidiamo la luna a Marechiaro di Daniela Carmosino per Donzelli. È molto bello, se non altro perché parla bene di me ahaha.

Una buona parte dei critici non riesce a incidere sui gusti del pubblico perché fanno marchette. Poi ci sono quelli indipendenti. Ma il punto è che quasi nessuno li legge. I lettori hanno altri canali. Il passa-parola è il primo tra tutti. Ci sono libri di cui non esce una recensioe e dopo qualche settimana te li trovi in classifica. Nel mio caso che in classifica comunque ci passo di sfuggita, l’abbiamo detto, è stato importante D’Orrico. Ma certo se non fossi piaciuto ai lettori dopo il suo lancio sarei rimasto al chiodo. Invece per dirne una Parenti lontani (Mondadori 2000, Marsilio 2008) che è un libro a cui tengo tantissimo, perché per scriverlo ho impiegato quattro anni, dopo la prima edizione con Mondadori nel 2000, quando era stato un flop pazzesco, ora ha venduto quasi ventimila copie. Così adesso sono contento… ma anche prima che le cose mi andavano male, non ho mai pensato di andarmene da Potenza eh.

5 Risposte to “Collettivomensa molesta Gaetano Cappelli”

  1. Sonderkommando 15 novembre 2009 a 00:19 #

    ganza l’intervista

    nel prossimo numero invece di quella sola di tuono pettinato mettete l’originale, ovvero dr.pira

  2. Sonderkommando 15 novembre 2009 a 00:22 #

    avete dimenticato di chiedere a Cappelli come mai si veste in modo così buffo

    • collettivomensa 15 novembre 2009 a 00:52 #

      diobò, l’è un esteta! che poi nella foto non so chi dei tre sia il più buffo.
      il puffo.

  3. Lucio Bravo 19 aprile 2012 a 09:31 #

    leggo dopo molto tempo, ma mi sembra un bel ragionamento da lucano ancora attuale

  4. Ugo 23 aprile 2012 a 12:43 #

    Alla fine abbiamo capito che uno come Cappelli (“scoperto” da D’Orrico – sì, quello che vede capolavori anche nei cappelli pieni di cacca) dispensa beneplaciti se viene magnificato, come dice che avrebbe fatto Daniela Carmosino, mentre se viene giudicato per quello che è, cioè uno “scrittore” come tanti, forse uno dei più scarsi in circolazione, allora sciorina contumelie. Ma quella che leggo qui su Camilleri è proprio inaudita: la gente avrebbe comprato il libro “Tutto Camilleri” perché c’era il nome di Camilleri. E non avrebbe visto che, nella parte della copertina riservata all’autore del libro, figurava scritto “Gianni Bonina”, sicché avrebbe finito per comprare un libro di un signor nessuno (e in realtà tale è questo Bonina) credendolo di Camilleri. Ma che fumava Cappelli quando scriveva questa autentica cappellata? Crede forse che la gente sia svampita e cretina come lui? O forse è stato uno sbotto di invidia? Può capitare a chi si crede scrittore e veda gli altri in classifica. Sì, meglio che rimanga a Potenza, che forse lì qualcuno gli dice bravo. Forse, ho detto, perché negli ultimi anni è completamente sparito. Sic transit gloria coglionorum. Perché non prova anche lui a scrivere un libro su Camilleri? Non andrà in classifica ma magari impara qualcosa.

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