Beppe – di fabio biagio salerno

19 Dic

L’ultima goccia mi cadde dritta in un occhio, per poco non mi accecava la stronza. Non pioveva più ma le nuvole restavano al loro posto immobili. Banana mi fece cenno con la testa aldilà del vicolo, tutto scorreva secondo i piani. Mi voltai e vidi Marchetta che con ampi gesti delle braccia mi fece intendere platealmente che era tutto apposto. Pensai a qualche preghierina veloce da dire per ingraziarmi i favori di Gesù, ma mi passò di mente alla svelta. Chiusi l’ombrello ed entrai.

Donna Giuseppina stava dietro il bancone e tagliava il formaggio coi buchi. Non mi vide entrare né tirare un sospiro di sollievo. Dispensando sorrisi mimetici sgattaiolai tra la fila autogestita e mi portai infondo a quel corridoio con gli scaffali. La merce scadente grondava fuori dai ripiani, coi colori sbiaditi. Mi guardai bene dal non far cadere niente per non attirare l’attenzione dei presenti, metà dei quali dovevano essere miei potenziali parenti – o compari che fa lo stesso. Evitai le buste di patatine al pomodoro coi tatuaggi fichi, che in bilico nei cartoni strapieni rischiavano di cadere mandando a puttane il piano. Me ne tenni alla larga, ero decisamente prudente io.

Il frigo con le bibite mi si parava dritto davanti, ma decisi di aggirarlo un po’. Passeggiai tra i prodotti esaminando roba a caso. Dagli shampoo passai ai detersivi. Lessi le etichette con quelle parole difficili che in quinta elementare non ti insegnano ancora. Finsi di capirle, di essere un intenditore. Sgranavo gli occhi, mi impressionavo di quanto potessero essere importanti, sorridevo, mostrando tutto il mio stupore. La gente, casomai se lo fosse chiesto, avrebbe di sicuro creduto che ero lì per fare la spesa per la mia anziana nonna. Ero un nipotino molto servizievole.  Lo sapevano tutti.

Come pianificato il mio occhio vispo colse l’attimo in cui Donna Giuseppina batteva la cassa, nell’euforia generale. Qualcuno doveva aver detto qualcosa di molto divertente, perché ad un tratto ridevano tutti. Risi anche io con naturalezza. Riposi lesto i detersivi a posto, e mi avvicinai al frigo con le bibite in fila, tenendo lo sguardo dritto in aria. Non mi curai dell’ingegnoso sistema di sicurezza, uno specchio parabolico come quelli che si mettono nelle curve, che permetteva di far vedere il banco-frigo dalla cassa, mi sentivo inosservato. Il cuore forse mi batteva in modo strano, doveva essere il caldo maledetto di agosto. E l’umidità. E pensavo a mille altre cose del genere, anche più profonde del caldo d’agosto dell’umidità. Ma fu in quell’attimo in cui la mente mi parve vuota, che senza pensarci lo feci. Presi una coca cola in lattina e la infilai nell’ombrello, con coraggio e determinazione. Sangue freddo. Rispondevo al pericolo per le rime, come meritava. Niente mi avrebbe impaurito, niente avrebbe scalfito il mio cuore impavido.

Entrò altra gente nel negozio, qualcuno uscì. E io iniziai ad avere quella strana fretta che non deve assolutamente confondersi con la paura. La prima metà del piano era andata a gonfie vele. Ora tutto si prospettava in discesa. Trovai il coraggio e andai avanti. Trattenni il respiro. Mi caricai di responsabilità e inquadrai con lo sguardo lo scaffale con gli aggeggi per la casa. Era esattamente dove mi era stato descritto dai basisti nei numerosi sopralluoghi che avevano preceduto il colpo. Mi avvicinai in maniera diretta stavolta, la refurtiva nascosta nell’ombrello mi metteva ansia. Dovevo agire in fretta cazzo. Nei cinque passi di avvicinamento individuai la preda. Bastò un solo movimento, fatto senza la minima precauzione, e la confezione di superattak cadde per magia nelle mie mani supersoniche. La infilai sotto la maglia color pistacchio e la bloccai con le braccia conserte, poi, con l’ombrello appeso all’avambraccio, uscii a testa bassa senza salutare nessuno. Finalmente respirai.

Come previsto fuori dal negozio non c’era nessuno dei miei ad aspettarmi. Le direttive erano precise: al covo fra un quarto d’ora. Casomai non mi avessero visto entro un’ora, l’ordine era di disperdersi, tornare ognuno alla propria famiglia, dispensare sorrisi alla mamma e far finta di niente, aspettando la mattina seguente per cercare mie notizie.

Percorsi le salite tortuose alla svelta, carico d’orgoglio, con la coca cola che sbatteva nell’ombrello ad ogni passo e il superattak ancora bloccato sotto la maglietta dalle braccia conserte. Arrivai al covo e mi ripresi un po’, scaricando la tensione su un formicaio che stava divorando uno scarafaggio. Uccisi tutto quello che potevo con la punta dell’ombrello e bevvi la coca d’un fiato, guardandomi bene da occhi indiscreti. Al momento giusto bussai. Come preventivato i pugni chiusi si schiantarono tre volte contro il portone marrone. Attesi qualche secondo ma nessuno mi rispose. Bussai un’altra volta, con tre colpi ritmati molto più precisi dei precedenti, ma ancora non udii alcuna voce. Mi venne poi una voglia matta di capire che razza di ora fosse, e scoprire se quei cinque minuti del colpo in realtà erano stati una eternità, e io non me n’ero accorto. Ma non avevo l’orologio, merda. Ne avevo ricevuti a migliaia per la Prima Comunione ma non ero mai riuscito ad indossarli. Pensai poi ai miei amici e ai loro fottuti orologi subacquei, fichissimi. Avranno guardato quelle maledette lancette e mi avranno lasciato solo come un cane, con la refurtiva in mano e nemmeno un covo dove nascondermi. Maledetti infami svizzeri. Caddi per un attimo nello sconforto, poi bussai ancora, per un ultimo disperato tentativo, stavolta con calci e pugni chiusi mandando a puttane tutti i codici e le misure di sicurezza.

– Oh – gridai – svizzeri di merda, ci siete?!

Passarono numerosi attimi. Ebbi tutto il tempo per pensare di piangere più di una volta, poi una voce nel silenzio prese coraggio e dall’interno mi rispose bassissima, – I colpi sono quattro non tre – sussurrò.

– Cazzo, vero –  pensai ad alta voce bussando quattro volte.

– Parola d’ordine?

– Beppe Signori

– E’ lui, apriamo!

La porta si aprì ma non vidi nessuno. Scesi le scale del vecchio magazzino adibito a covo segreto. Era buio. Qualcuno richiuse la porta dietro di me e accese la luce, con la trasparenza di un Vietcong. Mi apparvero di botto, in tutta la loro mediocrità, piccoli al mio cospetto. Banana mi guardò dritto senza parlare. Marchetta, seduto, mi parlò senza guardarmi,

– Allora? – mi fece con voce arrogante.

– Allora è stato terribile porca vacca – risposi – mi hanno scoperto ma ce l’ho fatta per un pelo. Non mi hanno visto in faccia giuro. Li ho depistati velocissimo col cuore in gola. Sono velocissimo io, lo sapete no? E in salita poi… E poi l’attak era in alto. Ho dovuto arrampicarmi. Avreste dovuto vedermi. E andava tutto liscio. E guarda tu proprio quando stavo uscendo ‘zì Peppe’ non mi chiede che c’ho sotto la maglia? E io subito fuori a correre. Corro all’impazzata e travolgo ogni cosa. Un uragano. E inciampo pure sopra Annamaria, che cade ma capisce quello che sta succedendo e mi sorride, cara. E la luce che usciva da sotto le nuvole e io non ci vedevo più. A occhi chiusi sono arrivato fino qua. A memoria. È stata dura cazzo, è stata dura… Però tranquillo.

Banana, con le labbra serrate, mi poggiò la mano sulla spalla e annuendo crollò in ginocchio e pianse ai miei piedi. Intanto lo sguardo carico d’invidia di Marchetta si mescolava al mio fiatone esagerato, probabilmente mi stava odiando, ma infondo lo capivo. Non era facile essere il complice di un genio, di una leggenda. Preso dall’emozione chinai sfinito la testa sul petto, con le braccia tese sulle ginocchia flesse. Poi strinsi i pugni, trovai le forze che avevo nascosto per l’occasione e proferii solenne il discorso che suggellava l’impresa,

– Ora vai Banana, prendi il biliardino e portalo qua, che gliele riattacchiamo una buona volta ste teste – e nel dirlo, lo giuro, mi sentii un dio.

Capii subito che ero diventato un eroe popolare, ma tenni i piedi per terra. Giurai su Beppe Signori in persona che non me ne sarei vantato, mai. Sarei rimasto un ragazzo semplice, nell’anonimato, lontano dal lusso e dalla vanagloria. Ma ero pur sempre un eroe e sapevo che prima o poi avrei dovuto pagarne il conto. A poco a poco di sicuro lo avrebbero saputo tutti, la voce si sarebbe espansa a macchia d’olio tra tutti i bambini del paese, era inevitabile. A breve sarei anche stato costretto ad entrare nell’A-Team, e lì sarebbe stata la fine, si sarebbe trattato di clandestinità. Ero spaventato, ma avrei corso il rischio, ero pronto ormai. Poi d’un colpo rabbrividii e mi venne un po’ di nausea. Decisi di andare a letto. L’indomani sarebbe stata una giornata dura. Era San Giovanni, c’era la festa di paese.

Arrivai con qualche minuto di ritardo ma nessuno se ne accorse. Tagliai la nuvola d’incenso che invadeva la stanza, riuscendo a malapena a scansare tutti quegli omini vestiti di bianco. Tolsi la maglia azzurra numero undici della Lazio e la buttai a cazzo su una sedia, non ero un tipo da attaccapanni. Indossai alla rinfusa l’abito bianco di cotone scadente e corsi dritto verso il bagnetto. Pisciai, facendo molta attenzione a non pisciarmi sul vestito, come già mi era successo qualche anno prima quando mi ero guadagnato l’ingiurioso soprannome di “Piscetta”. Dopo goffi tentativi e brutti pensieri decisi di farla seduto. La feci seduto, che male c’era?  Uscii senza lavarmi le mani, frenetico. La sagrestia era deserta, ma me ne accorsi solo dopo un po’, quando l’incenso si diradò dalle finestre rivelando solo vestiti, santini e foto appese alle pareti bianche. Quegli infami erano usciti in processione senza di me. Non mi avevano aspettato, maledetti. Corsi subito fuori per raggiungerli, fermandomi più volte a controllare se avevo il vestito sporco di pipì. Era sporco. Ma non di pipì.

Li raggiunsi a breve, mescolandomi tra le voci e la musica e le carezze delle signore che si ripetevano fiere “quant’è bell’ stu bambino”. Presi il mio posto che non esisteva e svolsi alla perfezione tutti i miei compiti da chierichetto, che consistevano nel camminare a mani giunte e faccia seria dietro le candele e farsi ripetere in loop  “quant’è bello stu bambino”. C’erano anche dei pizzicotti, ricordo.

Come un tuono la notizia mi arrivò da dietro, dall’altro chierichetto che portava la cesta per la questua. Bussandomi alla spalla disse: – Piscè, stai nei cazzi. C’è Santino che ti deve vedere dopo. Stai nei cazzi.

Santino era un bambino non molto grazioso. L’estate aiutava a fare il manovale a suo padre, ed era convinzione comune che sollevasse centoventi chili sulle spalle. Senza fatica. E non capivo per quale ragione volesse vedermi. Ci pensai su durante tutta la processione di San Giovanni, credo non dissi neanche mezza Ave Maria. Attesi la fine del corteo, mi rivestii dei miei abiti civili e andai di corsa da Banana a chiedere spiegazioni.

Lo trovai al covo con Marchetta, che smanettava furioso sul biliardino senza più giocatori decapitati. Fu lui ad iniziare: – Gliel’ho dovuto dire che sei stato tu. Ha detto di dirti che stasera ci vediamo in piazzetta. Alle nove e mezza. Io ti capisco se non te la senti.

– Banà, che cazzo dici?

– Santino è venuto. S’è preso l’attak.

– Che minchia vuole mo Santino?

– Dice che l’attak è suo… buh?

– Oddio. Stasera ci vado e lo devasto quell’idiota – mi avviai nervoso verso l’uscita.

– Ah – disse Marchetta trattenendomi per un braccio- ha pure spezzato la testa a Beppe Signori!

Mi avvicinai furioso al biliardino e lo vidi. L’ala sinistra della squadra blu, il glorioso numero undici da sette goal a partita, era monco. Sfregiato. Senza testa. Un gesto ignobile. Stronzo. Figlio di puttana.

Senza dire una parola me ne andai imbestialito, chiusi la porta del magazzino con forza, e appena lontano dagli sguardi dei due scagnozzi scoppiai a piangere. La nausea mi colpì piegandomi in due. Poggiai una mano a terra e con l’altra diedi uno schiaffetto contro il muro, vedendomi bene dal farmi male. Santino mi avrebbe ucciso. Ma io mi sarei fatto valere. E poi che cazzo voleva Santino da me?

Mi presentai puntuale, da solo. Avevo mangiato riso e spinaci a cena. Mi sentivo forte. Santino venne coi suoi fedelissimi, ma se li portò più per compagnia che per paura. Nel vederli ebbi un attimo di sbandamento, ma decisi di non cadere nel tranello psicologico. Il vento non soffiava, il cielo era sereno e non c’era assolutamente l’atmosfera da film western. Posizionati alle due estremità della piazza ci studiavamo guardinghi. Lui rideva e scherzava coi suoi. Io lo guardavo cagandomi addosso. Poi mi avvicinai, con le mani giunte dietro la schiena, tenendo ben nascosta l’arma segreta. I passi erano lenti, lo sguardo fisso nei suoi occhi. A un tratto Santino smise di ridere, di botto, mostrandosi in tutta la sua potenza con una canotta rossa ridicola e le braccia muscolosette e abbronzate. Io non arrestai il mio cammino, non distolsi lo sguardo. Feci cinque passi, mi fermai. Non ero abbastanza vicino. Ne feci altri cinque e mi fermai ancora. Eravamo uno di fronte all’altro.

Iniziai io, – Santino, noi siamo amici e davvero non ho capito. Non ho capito che vuoi da me. Io sono venuto, mi vedi, ma non cerco la rissa, sono un tipo pacifico io. Ti ho portato un regalo. – Ta Da! Nello stupore generale cacciai la mia arma segreta. Sfilai da dietro la schiena un pacco di patatine San Carlo al pomodoro. Col tatuaggio dello scorpione in regalo. Una figata pazzesca, infallibile. Glielo porsi davanti, a due mani. Lo guardai fisso negli occhi.

Santino mi guardò, sorrise, abbassò lo sguardo poi mi guardò ancora. Si voltò verso i compagni annoiati. Rise rumorosamente, poi finalmente aprì bocca,

– Piscetta, figlio di puttana. Un gran bel regalo, cazzo. Ti sarà costato un botto di soldi. Non dovevi.

– Figurati Santino, io ci tengo all’amicizia.

– E dimmi, stronzetto, dove le hai comprate ste patatine?

– No, in realtà non le ho comprate, – dissi sorridendo, stracarico d’orgoglio – le ho rubate al negozietto di Donna Giuseppina. Quello che sta sopra la piaz… – Non feci in tempo a finire, e caddi a terra che potevo essere morto. Senza esagerare. Qualcosa mi colpì sul naso. Poi in faccia. Sulla pancia. E ovunque. Non vidi più la luce per un po’. Non sentii dolore. Porca puttana mi ammazzano, pensai. Che faccio prego? Chiamo l’A-Team, loro sì. Oddio. Se non la smettono mi ammazzano. Ma che cazzo. Cercai in tutti i modi di svenire ma non era mica facile. Restai cosciente come un idiota che non riesce nemmeno a svenire. Provai dolori lancinanti ai denti. Tossii. Poi, dopo qualche eternità smisero di picchiarmi. Respirai. Non chiedevo altro che aria. Ero diventato sordo. O cieco. Provai ad aprire gli occhi, e con una moderata sorpresa ci riuscii.

La faccia di Santino stava a cinque centimetri dalla mia. Il suo alito di latte mi fece quasi vomitare, ma non glielo feci notare, non volevo essere inopportuno. Mi prese per i capelli preparandomi al colpo di grazia. Che morte di merda, pensai.

Poi mi disse, freddo – Vai di nuovo a rubare nel negozio di mamma e giuro che t’ammazzo. Lo giuro, t’ammazzo.

Scoprii con sollievo di non essere diventato sordo, mi lasciò i capelli, – Andiamo! – gridò poi ai suoi compagni, che si alzarono di botto voltandomi le spalle. Fu quello il momento in cui capii di essere stato risparmiato. Lo ringraziai, ringraziai Dio, mentre Santino scomparve fiero dietro un vicolo, dando le spalle all’eroe decaduto.

Quell’estate Beppe Signori andò alla Sampdoria, poi al Bologna, e io non versai una lacrima. Lasciava la sua Lazio monca, senza testa. Un giorno qualcuno provò a riattaccargliela, ma fallì miseramente. Fallì, come la Cirio e l’Argentina.

Biagio Salerno, collettivomensa SpecialOne

’ultima goccia mi cadde dritta in un occhio, per poco non mi accecava la stronza. Non pioveva più ma le nuvole restavano al loro posto immobili. Banana mi fece cenno con la testa aldilà del vicolo, tutto scorreva secondo i piani. Mi voltai e vidi Marchetta che con ampi gesti delle braccia mi fece intendere platealmente che era tutto apposto. Pensai a qualche preghierina veloce da dire per ingraziarmi i favori di Gesù, ma mi passò di mente alla svelta. Chiusi l’ombrello ed entrai.

Donna Giuseppina stava dietro il bancone e tagliava il formaggio coi buchi. Non mi vide entrare né tirare un sospiro di sollievo. Dispensando sorrisi mimetici sgattaiolai tra la fila autogestita e mi portai infondo a quel corridoio con gli scaffali. La merce scadente grondava fuori dai ripiani, coi colori sbiaditi. Mi guardai bene dal non far cadere niente per non attirare l’attenzione dei presenti, metà dei quali dovevano essere miei potenziali parenti – o compari che fa lo stesso. Evitai le buste di patatine al pomodoro coi tatuaggi fichi, che in bilico nei cartoni strapieni rischiavano di cadere mandando a puttane il piano. Me ne tenni alla larga, ero decisamente prudente io.

Il frigo con le bibite mi si parava dritto davanti, ma decisi di aggirarlo un po’. Passeggiai tra i prodotti esaminando roba a caso. Dagli shampoo passai ai detersivi. Lessi le etichette con quelle parole difficili che in quinta elementare non ti insegnano ancora. Finsi di capirle, di essere un intenditore. Sgranavo gli occhi, mi impressionavo di quanto potessero essere importanti, sorridevo, mostrando tutto il mio stupore. La gente, casomai se lo fosse chiesto, avrebbe di sicuro creduto che ero lì per fare la spesa per la mia anziana nonna. Ero un nipotino molto servizievole.  Lo sapevano tutti.

Come pianificato il mio occhio vispo colse l’attimo in cui Donna Giuseppina batteva la cassa, nell’euforia generale. Qualcuno doveva aver detto qualcosa di molto divertente, perché ad un tratto ridevano tutti. Risi anche io con naturalezza. Riposi lesto i detersivi a posto, e mi avvicinai al frigo con le bibite in fila, tenendo lo sguardo dritto in aria. Non mi curai dell’ingegnoso sistema di sicurezza, uno specchio parabolico come quelli che si mettono nelle curve, che permetteva di far vedere il banco-frigo dalla cassa, mi sentivo inosservato. Il cuore forse mi batteva in modo strano, doveva essere il caldo maledetto di agosto. E l’umidità. E pensavo a mille altre cose del genere, anche più profonde del caldo d’agosto dell’umidità. Ma fu in quell’attimo in cui la mente mi parve vuota, che senza pensarci lo feci. Presi una coca cola in lattina e la infilai nell’ombrello, con coraggio e determinazione. Sangue freddo. Rispondevo al pericolo per le rime, come meritava. Niente mi avrebbe impaurito, niente avrebbe scalfito il mio cuore impavido.

Entrò altra gente nel negozio, qualcuno uscì. E io iniziai ad avere quella strana fretta che non deve assolutamente confondersi con la paura. La prima metà del piano era andata a gonfie vele. Ora tutto si prospettava in discesa. Trovai il coraggio e andai avanti. Trattenni il respiro. Mi caricai di responsabilità e inquadrai con lo sguardo lo scaffale con gli aggeggi per la casa. Era esattamente dove mi era stato descritto dai basisti nei numerosi sopralluoghi che avevano preceduto il colpo. Mi avvicinai in maniera diretta stavolta, la refurtiva nascosta nell’ombrello mi metteva ansia. Dovevo agire in fretta cazzo. Nei cinque passi di avvicinamento individuai la preda. Bastò un solo movimento, fatto senza la minima precauzione, e la confezione di superattak cadde per magia nelle mie mani supersoniche. La infilai sotto la maglia color pistacchio e la bloccai con le braccia conserte, poi, con l’ombrello appeso all’avambraccio, uscii a testa bassa senza salutare nessuno. Finalmente respirai.

Come previsto fuori dal negozio non c’era nessuno dei miei ad aspettarmi. Le direttive erano precise: al covo fra un quarto d’ora. Casomai non mi avessero visto entro un’ora, l’ordine era di disperdersi, tornare ognuno alla propria famiglia, dispensare sorrisi alla mamma e far finta di niente, aspettando la mattina seguente per cercare mie notizie.

Percorsi le salite tortuose alla svelta, carico d’orgoglio, con la coca cola che sbatteva nell’ombrello ad ogni passo e il superattak ancora bloccato sotto la maglietta dalle braccia conserte. Arrivai al covo e mi ripresi un po’, scaricando la tensione su un formicaio che stava divorando uno scarafaggio. Uccisi tutto quello che potevo con la punta dell’ombrello e bevvi la coca d’un fiato, guardandomi bene da occhi indiscreti. Al momento giusto bussai. Come preventivato i pugni chiusi si schiantarono tre volte contro il portone marrone. Attesi qualche secondo ma nessuno mi rispose. Bussai un’altra volta, con tre colpi ritmati molto più precisi dei precedenti, ma ancora non udii alcuna voce. Mi venne poi una voglia matta di capire che razza di ora fosse, e scoprire se quei cinque minuti del colpo in realtà erano stati una eternità, e io non me n’ero accorto. Ma non avevo l’orologio, merda. Ne avevo ricevuti a migliaia per la Prima Comunione ma non ero mai riuscito ad indossarli. Pensai poi ai miei amici e ai loro fottuti orologi subacquei, fichissimi. Avranno guardato quelle maledette lancette e mi avranno lasciato solo come un cane, con la refurtiva in mano e nemmeno un covo dove nascondermi. Maledetti infami svizzeri. Caddi per un attimo nello sconforto, poi bussai ancora, per un ultimo disperato tentativo, stavolta con calci e pugni chiusi mandando a puttane tutti i codici e le misure di sicurezza.

– Oh – gridai – svizzeri di merda, ci siete?!

Passarono numerosi attimi. Ebbi tutto il tempo per pensare di piangere più di una volta, poi una voce nel silenzio prese coraggio e dall’interno mi rispose bassissima, – I colpi sono quattro non tre – sussurrò.

– Cazzo, vero –  pensai ad alta voce bussando quattro volte.

– Parola d’ordine?

– Beppe Signori

– E’ lui, apriamo!

La porta si aprì ma non vidi nessuno. Scesi le scale del vecchio magazzino adibito a covo segreto. Era buio. Qualcuno richiuse la porta dietro di me e accese la luce, con la trasparenza di un Vietcong. Mi apparvero di botto, in tutta la loro mediocrità, piccoli al mio cospetto. Banana mi guardò dritto senza parlare. Marchetta, seduto, mi parlò senza guardarmi,

– Allora? – mi fece con voce arrogante.

– Allora è stato terribile porca vacca – risposi – mi hanno scoperto ma ce l’ho fatta per un pelo. Non mi hanno visto in faccia giuro. Li ho depistati velocissimo col cuore in gola. Sono velocissimo io, lo sapete no? E in salita poi… E poi l’attak era in alto. Ho dovuto arrampicarmi. Avreste dovuto vedermi. E andava tutto liscio. E guarda tu proprio quando stavo uscendo ‘zì Peppe’ non mi chiede che c’ho sotto la maglia? E io subito fuori a correre. Corro all’impazzata e travolgo ogni cosa. Un uragano. E inciampo pure sopra Annamaria, che cade ma capisce quello che sta succedendo e mi sorride, cara. E la luce che usciva da sotto le nuvole e io non ci vedevo più. A occhi chiusi sono arrivato fino qua. A memoria. È stata dura cazzo, è stata dura… Però tranquillo.

Banana, con le labbra serrate, mi poggiò la mano sulla spalla e annuendo crollò in ginocchio e pianse ai miei piedi. Intanto lo sguardo carico d’invidia di Marchetta si mescolava al mio fiatone esagerato, probabilmente mi stava odiando, ma infondo lo capivo. Non era facile essere il complice di un genio, di una leggenda. Preso dall’emozione chinai sfinito la testa sul petto, con le braccia tese sulle ginocchia flesse. Poi strinsi i pugni, trovai le forze che avevo nascosto per l’occasione e proferii solenne il discorso che suggellava l’impresa,

– Ora vai Banana, prendi il biliardino e portalo qua, che gliele riattacchiamo una buona volta ste teste – e nel dirlo, lo giuro, mi sentii un dio.

Capii subito che ero diventato un eroe popolare, ma tenni i piedi per terra. Giurai su Beppe Signori in persona che non me ne sarei vantato, mai. Sarei rimasto un ragazzo semplice, nell’anonimato, lontano dal lusso e dalla vanagloria. Ma ero pur sempre un eroe e sapevo che prima o poi avrei dovuto pagarne il conto. A poco a poco di sicuro lo avrebbero saputo tutti, la voce si sarebbe espansa a macchia d’olio tra tutti i bambini del paese, era inevitabile. A breve sarei anche stato costretto ad entrare nell’A-Team, e lì sarebbe stata la fine, si sarebbe trattato di clandestinità. Ero spaventato, ma avrei corso il rischio, ero pronto ormai. Poi d’un colpo rabbrividii e mi venne un po’ di nausea. Decisi di andare a letto. L’indomani sarebbe stata una giornata dura. Era San Giovanni, c’era la festa di paese.

Arrivai con qualche minuto di ritardo ma nessuno se ne accorse. Tagliai la nuvola d’incenso che invadeva la stanza, riuscendo a malapena a scansare tutti quegli omini vestiti di bianco. Tolsi la maglia azzurra numero undici della Lazio e la buttai a cazzo su una sedia, non ero un tipo da attaccapanni. Indossai alla rinfusa l’abito bianco di cotone scadente e corsi dritto verso il bagnetto. Pisciai, facendo molta attenzione a non pisciarmi sul vestito, come già mi era successo qualche anno prima quando mi ero guadagnato l’ingiurioso soprannome di “Piscetta”. Dopo goffi tentativi e brutti pensieri decisi di farla seduto. La feci seduto, che male c’era?  Uscii senza lavarmi le mani, frenetico. La sagrestia era deserta, ma me ne accorsi solo dopo un po’, quando l’incenso si diradò dalle finestre rivelando solo vestiti, santini e foto appese alle pareti bianche. Quegli infami erano usciti in processione senza di me. Non mi avevano aspettato, maledetti. Corsi subito fuori per raggiungerli, fermandomi più volte a controllare se avevo il vestito sporco di pipì. Era sporco. Ma non di pipì.

Li raggiunsi a breve, mescolandomi tra le voci e la musica e le carezze delle signore che si ripetevano fiere “quant’è bell’ stu bambino”. Presi il mio posto che non esisteva e svolsi alla perfezione tutti i miei compiti da chierichetto, che consistevano nel camminare a mani giunte e faccia seria dietro le candele e farsi ripetere in loop  “quant’è bello stu bambino”. C’erano anche dei pizzicotti, ricordo.

Come un tuono la notizia mi arrivò da dietro, dall’altro chierichetto che portava la cesta per la questua. Bussandomi alla spalla disse: – Piscè, stai nei cazzi. C’è Santino che ti deve vedere dopo. Stai nei cazzi.

Santino era un bambino non molto grazioso. L’estate aiutava a fare il manovale a suo padre, ed era convinzione comune che sollevasse centoventi chili sulle spalle. Senza fatica. E non capivo per quale ragione volesse vedermi. Ci pensai su durante tutta la processione di San Giovanni, credo non dissi neanche mezza Ave Maria. Attesi la fine del corteo, mi rivestii dei miei abiti civili e andai di corsa da Banana a chiedere spiegazioni.

Lo trovai al covo con Marchetta, che smanettava furioso sul biliardino senza più giocatori decapitati. Fu lui ad iniziare: – Gliel’ho dovuto dire che sei stato tu. Ha detto di dirti che stasera ci vediamo in piazzetta. Alle nove e mezza. Io ti capisco se non te la senti.

– Banà, che cazzo dici?

– Santino è venuto. S’è preso l’attak.

– Che minchia vuole mo Santino?

– Dice che l’attak è suo… buh?

– Oddio. Stasera ci vado e lo devasto quell’idiota – mi avviai nervoso verso l’uscita.

– Ah – disse Marchetta trattenendomi per un braccio- ha pure spezzato la testa a Beppe Signori!

Mi avvicinai furioso al biliardino e lo vidi. L’ala sinistra della squadra blu, il glorioso numero undici da sette goal a partita, era monco. Sfregiato. Senza testa. Un gesto ignobile. Stronzo. Figlio di puttana.

Senza dire una parola me ne andai imbestialito, chiusi la porta del magazzino con forza, e appena lontano dagli sguardi dei due scagnozzi scoppiai a piangere. La nausea mi colpì piegandomi in due. Poggiai una mano a terra e con l’altra diedi uno schiaffetto contro il muro, vedendomi bene dal farmi male. Santino mi avrebbe ucciso. Ma io mi sarei fatto valere. E poi che cazzo voleva Santino da me?

Mi presentai puntuale, da solo. Avevo mangiato riso e spinaci a cena. Mi sentivo forte. Santino venne coi suoi fedelissimi, ma se li portò più per compagnia che per paura. Nel vederli ebbi un attimo di sbandamento, ma decisi di non cadere nel tranello psicologico. Il vento non soffiava, il cielo era sereno e non c’era assolutamente l’atmosfera da film western. Posizionati alle due estremità della piazza ci studiavamo guardinghi. Lui rideva e scherzava coi suoi. Io lo guardavo cagandomi addosso. Poi mi avvicinai, con le mani giunte dietro la schiena, tenendo ben nascosta l’arma segreta. I passi erano lenti, lo sguardo fisso nei suoi occhi. A un tratto Santino smise di ridere, di botto, mostrandosi in tutta la sua potenza con una canotta rossa ridicola e le braccia muscolosette e abbronzate. Io non arrestai il mio cammino, non distolsi lo sguardo. Feci cinque passi, mi fermai. Non ero abbastanza vicino. Ne feci altri cinque e mi fermai ancora. Eravamo uno di fronte all’altro.

Iniziai io, – Santino, noi siamo amici e davvero non ho capito. Non ho capito che vuoi da me. Io sono venuto, mi vedi, ma non cerco la rissa, sono un tipo pacifico io. Ti ho portato un regalo. – Ta Da! Nello stupore generale cacciai la mia arma segreta. Sfilai da dietro la schiena un pacco di patatine San Carlo al pomodoro. Col tatuaggio dello scorpione in regalo. Una figata pazzesca, infallibile. Glielo porsi davanti, a due mani. Lo guardai fisso negli occhi.

Santino mi guardò, sorrise, abbassò lo sguardo poi mi guardò ancora. Si voltò verso i compagni annoiati. Rise rumorosamente, poi finalmente aprì bocca,

– Piscetta, figlio di puttana. Un gran bel regalo, cazzo. Ti sarà costato un botto di soldi. Non dovevi.

– Figurati Santino, io ci tengo all’amicizia.

– E dimmi, stronzetto, dove le hai comprate ste patatine?

– No, in realtà non le ho comprate, – dissi sorridendo, stracarico d’orgoglio – le ho rubate al negozietto di Donna Giuseppina. Quello che sta sopra la piaz… – Non feci in tempo a finire, e caddi a terra che potevo essere morto. Senza esagerare. Qualcosa mi colpì sul naso. Poi in faccia. Sulla pancia. E ovunque. Non vidi più la luce per un po’. Non sentii dolore. Porca puttana mi ammazzano, pensai. Che faccio prego? Chiamo l’A-Team, loro sì. Oddio. Se non la smettono mi ammazzano. Ma che cazzo. Cercai in tutti i modi di svenire ma non era mica facile. Restai cosciente come un idiota che non riesce nemmeno a svenire. Provai dolori lancinanti ai denti. Tossii. Poi, dopo qualche eternità smisero di picchiarmi. Respirai. Non chiedevo altro che aria. Ero diventato sordo. O cieco. Provai ad aprire gli occhi, e con una moderata sorpresa ci riuscii.

La faccia di Santino stava a cinque centimetri dalla mia. Il suo alito di latte mi fece quasi vomitare, ma non glielo feci notare, non volevo essere inopportuno. Mi prese per i capelli preparandomi al colpo di grazia. Che morte di merda, pensai.

Poi mi disse, freddo – Vai di nuovo a rubare nel negozio di mamma e giuro che t’ammazzo. Lo giuro, t’ammazzo.

Scoprii con sollievo di non essere diventato sordo, mi lasciò i capelli, – Andiamo! – gridò poi ai suoi compagni, che si alzarono di botto voltandomi le spalle. Fu quello il momento in cui capii di essere stato risparmiato. Lo ringraziai, ringraziai Dio, mentre Santino scomparve fiero dietro un vicolo, dando le spalle all’eroe decaduto.

Quell’estate Beppe Signori andò alla Sampdoria, poi al Bologna, e io non versai una lacrima. Lasciava la sua Lazio monca, senza testa. Un giorno qualcuno provò a riattaccargliela, ma fallì miseramente. Fallì, come la Cirio e l’Argentina.

Biagio Salerno, collettivomensa

Una Risposta to “Beppe – di fabio biagio salerno”

  1. sarmizegetusa 21 dicembre 2009 a 03:43 #

    noi siamo già scimmiati da reading: dice peraltro magini che ha scritto un pezzo straordinario apposta pej reading

    insomma al rientro dalle lucanie (che presumo&spero andiate giù a celebrare il salvatore, razza di senzadio) perché non organizzare una bella rimpatriata preparatoria alla cité, così ci parlate anche di come verrà il nuovo numero?
    (a prop, scadenze?)

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