Trilogia di un’impotenza, di Manuela Lino

20 Gen

Uno

Mattina di piombo sulle palpebre. Alzarle è una sfida alla gravità. Sudore stanco sulla fronte, la sensazione di non aver dormito affatto, come se la notte avesse aggiunto stanchezza a quella accumulata durante il giorno.

Le mani camminano lente verso il viso, sotto la coperta di lana ruvida, cercano le fessure da stropicciare, cercano di ricacciare dentro la testa il sonno, attraverso le orbite.

Svegliati stronzo. Trova un motivo per alzarti. Pensa all’acqua calda della doccia. La caldaia è rotta. Pensa alla colazione, allora. Non faccio la spesa da giorni. Che idiota. Ci sarà anche un po’ di caffè da qualche parte. E’ finita la bombola del gas. Il caffè puoi solo sniffarlo. Oddiocheschifo. Alzati, arriverai in ritardo.

Lente le mani scivolano di nuovo sotto la coperta lercia, sul petto nudo, sulla pancia, stop.

Sfruttate l’erezione mattutina, dice una scritta su un muro qui vicino.

Quale. Erezione. Mattutina. Mi chiedo.

Mi giro dall’altra parte, con la mano ancora sulle mutande mi riaddormento.
Sogno di una di quelle volte al mare, con gli amici, scena tipica da tre del pomeriggio, non si poteva fare il bagno, per la regola delle due ore. La digestione era un fenomeno incomprensibile e l’unico apparente motivo che ci teneva lontani dall’acqua era il sadismo degli adulti. Invidiosi adulti rattrappiti che si beavano di tenerci ad invecchiare sotto un ombrellone colorato.

Sogno Valeria. Valeria piaceva a tutti. Biondina, capelli ricci, ti dava un bacio se le compravi un ghiacciolo, o le gomme con le figurine di Lupo Alberto. Un bacio semplice si intende. Per qualcosa di più, dicevano i più esperti, dovevi raccogliere settimane di paghette, e regalarle una cassetta di Madonna, o di Eros Ramazzotti.

Io mi limitavo a guardare da fuori la capanna dove avvenivano gli scambi e ascoltare i racconti degli altri, nell’attesa che si facesse l’ora. Poi prendevo la maschera e le pinne, e mi tuffavo alla ricerca di pesci e tesori marini di media entità, e varia origine. Soltanto allora, nel silenzio ombreggiato della distesa marina, dentro quel mondo azzurrino lento e discreto, mi abbandonavo a riflessioni e fantasie sull’altro sesso. E del resto quella Valeria a me non piaceva poi tanto. Preferivo l’amica, una tale Monica, un po’ timidina ma molto graziosa, che sapeva tuffarsi come un maschio, e aveva vinto lunghissimi campionati di calcio coi tappini, con metodo e dignitosa costanza.

E comunque nel sogno Valeria sembra molto più grande e formosa, quasi adulta, ed io invece sono ancora quell’ignaro sub prepuberale indeciso, e in disparte, con le chewing gum di Lupo Alberto in tasca, lì fisse a sciogliersi, senza mai il coraggio per chiedere un bacio.

Mi sveglio di nuovo, lenzuola appiccicate alla pelle. Le lancio in fondo al letto, sono in vergognoso ritardo. I piedi nudi sulla moquette lercia producono un inquietante cic ciac. In bagno l’acqua gelida  risveglia il sangue dei polsi e la sensazione di vivere nel degrado più totale. Pelle d’oca fissa per la prossima mezz’ora. Gengive congelate, sputo dentifricio e sangue. Nello specchio non ci sono io, c’è un panda sifilitico non troppo felice di essersi svegliato, anche stamattina.

Non è cambiato molto, penso sulle scale di casa. Quella ragazzina ci teneva in pugno coi suoi riccioli biondi, e con le sue labbra carnose. Gestiva il suo giro di amanti temporanei, e diventava ricca, in una microeconomia infantile invidiabile. Io ero impotente e non riuscivo neppure ad entrare come cliente, in quel microsistema di compravendita sentimentale.  Rimanevo sullo sfondo, sul limite, a guardare, come anche adesso.

Due

Nell’aula cicaleccio diffuso, picchi di risate, odore di studente sudato, gonnelline estive, gambe, moltissime gambe, e spalle rotonde, magliettine leggere, mocassini, sandali alla schiava con dentro piedi femminei, Converse e calzini bianchi punk, jeans tagliati. Qualcuno si schiarisce la voce, prende la parola, mette ordine. E’ un ordine disordinato, un ordine autogestito. In tre parole ottiene l’attenzione dell’aula magna, porte comprese. Lo invidio. Ha capelli folti, barba scura, un corpo solido sotto vestiti finto-trascurati. Con la sua voce seria illustra ai presenti l’ordine del giorno. Sorride. Si potrebbe dire che la sua è una bellezza antica. E’ un greco, è Paride. Gli occhi delle presenti brillano, sorride dentro di loro una piccola Elena pronta a lasciare tutto. A scatenare guerre, per una voce così.
Poso la tascapane su un banco, mi siedo, saluto a bassa voce Saverio, mi chiede se ho visto il telegiornale, se so che è passata la legge, se penso che sia tutto finito. Saverio è una mitragliatrice di parole, nella sua polo stirata dalla mamma, dietro i suoi occhiali senza montatura. Freme e mi spara le sue domande sulla faccia, curandosi pochissimo di una risposta che non sia un pigro umh.

Nel frattempo si distribuiscono i compiti, i volontari si iscrivono in liste approntate su fogli di carta, alcuni andranno nelle scuole a spiegare la riforma, altri prenderanno contatti con la stampa, quelli del collettivo arte stanno già decidendo di fare delle estemporanee in strada, alcuni professori propongono la lettura dei classici in piazza, c’è bisogno di qualcuno che raccolga fondi, qualcuno chiami il preside…Saverio si propone per redigere il documento ufficiale, torna pimpante, prende il cellulare, chiama non so chi.

Rimango seduto a guardare.

La mia non è propriamente viltà, né timidezza. È piuttosto un’innata incapacità di prendere un’iniziativa e portarla avanti a testa alta, senza preoccuparmi troppo di sbagliare. È un’inclinazione genetica a rimanere nelle retrovie, a riflettere prima di agire. A riflettere, piuttosto che agire. E quindi rimango così, a guardarli, a comprenderli, a immaginarli, i miei compagni, i miei coetanei. Loro che portano avanti le loro idee, anche imperfette.

Saverio mi chiede se ci vediamo alla manifestazione, ha un tono di minaccia.

Saverio era il mio compagno di banco al liceo. Era il motivo per cui non prendevo mai dieci ai compiti di matematica, nonché il fornitore ufficiale della mia merenda, e dei soldi per l’erba per quasi tutti gli anni di liceo e università. Saverio sarebbe il mio migliore amico se non fosse così figlio di papà, così sistemato, pulito, perfettino. Sarebbe il mio migliore amico se non stesse con Monica.

<<Non pensare di astenerti dai tuoi doveri politici ed etici di studente universitario>>.

Lo dice con un sorriso, con la voce perfetta e misurata di una donna imprigionata nel corpo di una ragazzina. Monica. Capelli di seta, occhi neri come pozzi, e spigoli ovunque, su di un corpo che è una dichiarazione di non conformità, una creatura di Schiele, o di Kokoshka. Monica con i suoi orecchini da gitana, e i suoi modi da monaco tibetano.

Ai piedi porta dei sandali comprati in Marocco dal padre di Saverio e una cavigliera che tintinna quando cammina. Ha ginocchia ossute e tonde, e cosce inesistenti, ossa del bacino sovraesposte, pancia piatta e scura, seno minuscolo. Braccia attaccate a due spallucce rotonde e lucide, tutto racchiuso da un vestitino di stoffa leggera, verde a piccoli fiori bianchi e neri. Beve caffè e acqua, non credo di averla mai vista mangiare. E del resto non ha tempo per queste occupazioni così vili, materiali, umane. Ha imparato da Siddharta a “pensare, aspettare, digiunare”.  E Monica pensa bene, digiuna con evidenti risultati, e aspetta che il mondo si accorga dell’enorme sbaglio che sta facendo. E aspetta, pensa e digiuna con la stessa caparbietà, con la stessa dignitosa costanza con cui vinceva i campionati di calcio coi tappini, quando eravamo bambini.

Tre

Il punto di raccolta è davanti Lettere, da lontano sento Saverio che prova il megafono, affretto il passo. Lo saluto, mi mescolo alla folla, incontro qualcuno, leggo il volantino che mi consegna una ragazzetta coi rasta e delle decollete rosso fuoco. Parla della privatizzazione dell’acqua, mi invita a un incontro, e ad un’altra manifestazione. Arriva Monica, mi fa scivolare un bacio sulla guancia, mi prende per mano e dice <<Andiamo, sta partendo>>. Il mio amico è alla testa del corteo, inizia quasi subito a sgolarsi, anche se la partenza, bisogna ammetterlo, è ancora timida. Siamo meno del previsto, ma c’è ancora tempo, e bisogna fare il giro della cittadella universitaria, prima di uscire.

Dopo circa un’ora, la timida partenza è dimenticata. Un mare agitato e allegro, scorre per le vie della città. Un mare canterino, ma pacifico e rispettoso. Un mare eterogeneo, dato che i ragazzini delle medie si mescolano ai professori universitari, gli studenti stanno accanto al personale amministrativo. La segretaria che odi, quella che non sa mai perché le tue materie non sono ancora state caricate nel piano di studi, oggi è più umana, carina, sorride, ti da una pacca sulla spalla.

Io ci sono dentro, e per la prima volta non sono più me, ma un altro, più vivo. Non saprei dire cosa succede, agli altri, e a me. Qualcuno ipotizzerebbe la presenza di qualche sostanza strana nell’aria, perché vedo scene inedite, inspiegabili.

Come essere in un bruco di persone a saltare, camminare, ballare, gridare, cantare, battere le mani. Come guardare il sole sui palazzi e sulle nostre facce, e il cielo azzurro pallido e sentire il calore di un autunno meridionale di decadenza e romanticismo soffocante. Come protestare e vederci belli, numerosi, sani, felici.

Disillusi ma attivi. Disillusi ma non ancora falliti.

Disillusi ma speranzosi.

Come accorgermi che dietro una finestra piccolissima c’è una vecchina tutta bianca che sorride, e sì che ci sono migliaia di persone lì con me, ma per un solo attimo ritrovo me stesso dentro quel sorriso, la saluto e penso per la prima volta che non si è del tutto soli, mai.

Come guardarmi stupito su una vetrina e pensare che sarebbe bello che lei mi vedesse così, adesso.  E accorgermi che lei è accanto a me.

Come sentire qualcosa che conosco bene, e avere il coraggio di dire <<ma questi sono i cccp>> e di correre dietro la camionetta con la musica, e cantare <<è una questione di qualità, o una formalità non ricordo più bene>> ed essere un po’ fieri di questa giovinezza che troppo spesso è una vergogna. Come prendere una mela dalla tascapane e chiederle se ne vuole metà. Come vederla mordere e masticare la polpa bianca e croccante, come pensare che forse non siamo del tutto perduti.

Come avere rabbia e volontà di affermazione. Come avere le idee chiare su cosa non siamo, su cosa non vogliamo.

Come sentire dentro per la prima volta il desiderio. E pensare a qualcosa di folle, tipo, baciarla.
E con gesto automatico infilare una mano in tasca, e sentire la gommosa consistenza di una chewing gum alla fragola, riscaldata dalla lunga permanenza nei jeans, appiccicosa e inutile, come me.

Manuela Lino, Collettivomensa SpecialOne, 2009

Una Risposta to “Trilogia di un’impotenza, di Manuela Lino”

  1. Loredana 2 giugno 2010 a 12:38 #

    Racconti non male, quello dell’impotenza e’ molto valido secondo me.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: