If – Pino Casamassima

12 Feb

If you can dream – and not make dreams your master

If you can think – and not make thoughts your aim…

If di Kipling m’è balzata agli occhi per caso dopo tanti anni; probabilmente decenni: da quando m’aveva folgorato sui banchi del liceo.

E m’ha acceso di nuovo un fuoco d’emozioni, poi tutte finite nella fucina dei miei interessi di storico. Di filosofo. Di giornalista. Di autore. Ché nella vita nulla mi son fatto mancare per il ben dell’intelletto, lasciando nel guano delle scorie nocive altro tipo di “divertimento”. Ché, se L’amicizia non è mai sprecata, per dirla con le parole del Don Chisciotte di Cervantes, ci sono altri “se” a suggestionare. Oltre a quell’If di Kipling, sia chiaro.

Solo l’arte – perché ha il grande, unico privilegio di dover render conto solo a se stessa – può permettersi il lusso dell’If. Del “se”: quell’ipotetico che per la Storia è invece impronunciabile come una bestemmia in chiesa. Concediamoci dunque un divertissement, utilizzando la chiave del “se” come passepartout per aprire qualche porta blindata degli ultimi decenni.

Una di queste porte ci intriga più di altre, perché da tempo rovistiamo nelle stanze attigue: quelle degli anni di piombo. Ma pure quelle della Repubblica di Salò e della “Resistenza tradita”, del 68 e del 77, così come del neofascismo e di quel Pci al tempo del più grande partito comunista d’occidente.

Ma quella porta ci attira di più. E apriamola dunque col magico “If”. Dentro conserva la storia di Moro lasciato libero dalle Brigate rosse.

(Come, artisticamente appunto, aveva potuto permettersi di immaginare Bellocchio col suo “Buongiorno notte”).

E se Bellocchio si fermava lì, con Moro che di prima mattina trotterellava libero in una Roma distratta, noi immaginiamo invece cosa sarebbe successo da quel momento in poi.

Come sappiamo dai suoi numerosi e autorevoli esponenti che nel corso di 30 anni ci hanno spiegato più verità – come “i pentiti”, quali spesso sono, a cominciare da un emerito presidente… – , la Democrazia cristiana, nel caso in cui il suo presidente fosse stato lasciato inopinatamente libero, aveva già pronto il “piano B”: il suo “impacchettamento” con conseguente internamento in una clinica svizzera. Qui, “l’insavio” Moro sarebbe stato sottoposto a un salutare lavaggio del cervello che gli avrebbe fatto abiurare tutte quelle brutte cose dette contro gli uomini del suo (ex) partito. Ma nonostante ciò, nonostante lo zelante piano “B” democristiano, la liberazione di Moro avrebbe “liberato” tante di quelle dinamiche politiche da stravolgere completamente la futura storia d’Italia. Come? Per brevità limiteremo lo sguardo, soffermandoci sugli effetti più clamorosi. E evidenti, per chi – almeno un po’ – conosce la storia d’Italia, almeno da Portella delle Ginestre fino a quel 9 maggio 1978.

Dunque, Rewind Moro; che gli sarebbe successo? Dopo il programmato “lavaggio svizzero”, l’ex presidente della Dc (ex perché da quella carica dimessosi durante la prigionia) sarebbe stato il cavallo comunista per la presidenza della Repubblica. E, lì congelato, avrebbe evitato di squartare il suo ex partito, spellando la pelle, muso per muso, a ognuno dei suoi ex “amici”. La prima Repubblica sarebbe quindi sopravvissuta (ché, come sappiamo tutti, e con buonapace di Tonino l’azzeccavalori, la prima Repubblica muore in quei giorni del maggio 78, non nella primavera milanese del 92, brutta stagione, causa mani pulite introvabili) e Dc e Pci avrebbero quindi dato vita a quel compromesso storico che ormai non aveva più bisogno dei suoi stessi genitori: Enrico Berlinguer e Aldo Moro.

A gestire l’Italia futura sarebbero stati altri democristiani, altri comunisti, che alla fine avrebbero azzerato “naturalmente” gli altri partitini, perché la Dc non avrebbe avuto più bisogno di stampelle, ampiamente sorreggendosi – vicendevolmente – col Pci (col Psi definitivamente all’angolo). Non ci sarebbe stata quindi “mani pulite”, la Lega non avrebbe avuto spiragli d’esistenza giustificabile, e la concertazione sociale non avrebbe trovato più alcun ostacolo.

(Trent’anni dopo, forse, Dc e Pci sarebbero approdati comunque in un partito unico, il Pd – come ipotizzato da un audace D’Alema in vena di esercitare massicciamente e da vero artista il “se” – ma questo è appunto un uso troppo disinvolto – utilitaristico –e spregiudicato del “se”).

Va da sé – da sé, non da se, dall’If: precisazione necessaria in questo caso – che in un contesto simile le Br avrebbero avuto più acqua in cui nuotare. Perché, di fatto, avrebbero rappresentato l’unica opposizione. Un po’ vivace, “s’intende”.

Liberando Moro, le Br sarebbero tornate ad incarnare nell’immaginario collettivo nelle fabbriche e non, un redivivo Robin Hood. Quel simpaticone comunista col vizio di togliere ai ricchi per dare ai poveri che tanti consensi aveva mietuto fino a quel 9 maggio: sequestrando un dirigente Alfa e chiedendo in cambio della sua liberazione il ritiro di 500 licenziamenti dagli stabilimenti di Arese, oppure legando con una catena ai cancelli fuori dalla fabbrica un tirannoide capetto della Marelli con tanto di cartello addosso: “sono un servo dei padroni”; cartello identico a quello appeso a un servizievole e vessatorio caporeparto Fiat dopo avergli preventivamente bruciato la fiammante “Ritmo”. Consensi quantificabili in migliaia di operai e contadini e insegnanti e studenti e artigiani e impiegati vari. Consensi che avevano superato anche lo shock dell’omicidio Coco. (Dopo che era stato spiegato perché era stato “punito” il capo della procura di Genova: Coco era infatti venuto meno al patto con le Br, quando loro, i brigatisti, avevano rispettato gli accordi liberando il giudice Sossi, ma lui, per conto dello Stato, aveva bloccato la liberazione dei detenuti indicati dalle Br). Consensi che al reparto carrozzerie di Mirafiori s’erano manifestati tirando il collo ad alcune bottiglie tenute da conto per le grandi occasioni, alla notizia del sequestro Moro.

“Se” Moro fosse stato lasciato libero dalle Br, non ci sarebbero poi stati tutti quei morti ammazzati sull’altare della deriva militarista brigatista. Ché, chi ricorda che le Br finirono con Moro, ricorda malissimo, fuorviato com’è dalla cattiva informazione e dalla colpevole propaganda: il “dopo Moro”, per le Br significa una recrudescenza da alzo zero come mai prima. La sopravvivenza passa per la morte. Nel senso che, uccidendo Moro le Br uccidono un percorso politico, il loro (ancora figlio – nonostante le successive – della prima “risoluzione strategica”), e devono quindi “accettare la propria esistenza” imponendola con la morte. Insomma, si spara, si uccide per dire «ci siamo», «esistiamo»; Un’esistenza che arriva a sdoppiarsi, triplicarsi, come cellula cancerogena impazzita: a Milano la colonna Walter Alasia si stacca dalla “casa madre” rivendicando una propria linea politica (laddove per politica s’intende “chi” è bene uccidere, non altro!), così come nel nord est dei tanti miracoli, nasce il bambin “BR-PCC” (partito comunista combattente, della Balzerani e di Semeria), mentre al centro sud il criminologo consulente dello Stato Giovanni Senzani raccoglie sotto il tetto delle BR-PG (partito guerriglia) gli sfrattati delle tante rivoluzioni mancate, Nap compresi. Entrambi affermeranno la propria esistenza uccidendo. Uccidendo e basta. Finché saranno battuti (anche militarmente, ché politicamente lo erano già stati da tempo col “ritiro” di quel “consenso” cresciuto esponenzialmente dal rogo dei camion della Pirelli al sequestro Moro) da quello Stato che mai avrebbe potuto perdere. La precedente “ritirata strategica” sta lì a comprovare tutto ciò.

Ecco, tutto questo, “se” Moro fosse stato lasciato libero non sarebbe accaduto. Non ci sarebbero stati i morti serviti alla sopravvivenza di bande di sbandati (BR-PCC, BR-PG, WA, UCC) fino al 1988, cioè quando già da anni i “capi storici” avevano dichiarata «finita la guerra».

Agli scettici, la cui mamma è sempre incinta, ricordiamo che Moro libero avrebbe significato che nelle Br era passata la linea dei movimentisti, non dei militaristi. Oltre a risparmiarsi molti morti – da coniugare con la recrudescenza, l’imbarbarimento dello stesso stato attraverso l’uso nelle carceri della tortura dal sequestro Dozier in avanti – l’Italia delle Br tornate Robin Hood si sarebbe risparmiata anche tanti scandali, tante ruberie, tanti furti legalizzati, tanti soprusi nei posti di lavoro, tante ore di sciopero. Perché? Ma perché col “partito unico Pci-Dc – come detto – l’unica vera opposizione sarebbe stata esercitata proprio da loro, dalle Br. Che avevano sempre inteso in modo perlomeno “singolare” l’opposizione. Insomma, a chi sarebbe mai piaciuto essere legato come un salame fuori da una fabbrica, un ministero, un ospedale con tanto di vergognoso cartello appeso al collo? Rubare, trafficare, prendere mazzette, voti di scambio, ricatti, estorsioni, malversazioni, concussioni, perfino abigeati (!) col rischio di finire magari con un cartello al collo davanti al ludibrio di tutti o peggio col ginocchio da rifare? Ma va! Meglio praticare “il piacere dell’onestà”!

Invece, come un novello “Train de vie”, così non è andata. Quell’“If” è rimasto “se”. (Anche se poi, a pensarci bene, mica lo sappiamo davvero “come è andata”)…
Pino Casamassima, Collettivomensa SpecialOne 2009

Una Risposta to “If – Pino Casamassima”

  1. Marino Groovy 19 febbraio 2010 a 01:35 #

    Spettacolare!

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