Il prossimo pezzo non parla

20 Giu

Annamaria mi si avvicina parlando al cellullare che tiene schiacciato tra una spalla e uno zigomo, le mani sono impegnate, una le serve per tirare lunghe sorsate da una peroni da 33, l’altra per grattarsi timidamente il culo. Siamo ad un festival dell’editoria indipendente. Il festival si chiama “Lasciate ogni entrata voi che sperate”, il tema di quest’anno è “Gli ingressi”, intesi come barriere architettoniche per gli emergenti e per tutte le realtà autoprodotte che trovano degli impedimenti strutturali all’entrata nella grande distribuzione. Nessuno ci ha capito un cazzo del tema di quest’anno, ma facciamo finta di niente, cercando di parlare tutti col tono più serio e indignato che riusciamo ad ottenere, il labbro deve essere leggermente proteso in avanti, l’occhio semi-chiuso, la voce profonda e tesa, per riuscirci il trucco è pensare a Mussolini e Craxi che violentano la propria madre mentre Marina Berlusconi sorride in un angolo.

Io e il mio mio amico Antonio Sileo, noto pallanuotista del Potenza Rari Nantes, siamo stati invitati per raccontare la nostra esperienza. Un giorno di Maggio di qualche anno fa, volevamo pubblicare su la Repubblica, così armati di penna biro abbiamo preso il regionale per Roma e ci siamo recati al 149 di via Cristoforo Colombo, sede dello storico quotidiano, ma all’ingresso un manipolo di una decina di guardie giurate in tenuta antisommossa non ci hanno fatto entrare. A nulla sono servite le nostre proteste: “da questa porta non passarete mai”, ci hanno informato i carabinieri-portieri de la Repubblica, aggiungendo anche una serie di “brutti punkabbestia di merda”, che alla fine ci hanno fatto desistere.

Sono le 7 di sera e il festival è iniziato da 3 giorni, anche se tutti gli stand sono ancora in fase organizzativa. Perchè è questo il concetto: work in progress, capito no? No. Annamaria, sempre al telefono, grattandosi la chiappa destra mi si avvicina perchè sa che la telefonata sta per finire e deve assolutamente parlare subito con qualcuno altrimenti l’horror vacui la trascinerà in un tunnel di inerzia morale e autodistruzione, che i più chiamano eroina, dal quale è da poco uscita con evidenti traumi. Annamaria è una di quelle che hanno passato l’adolescenza con tre schede telefoniche, e su ogni scheda aveva una tariffa promozionale diversa; dai quindici anni in poi aveva fatto così tante telefonate che ora, ventiseienne, aveva accumulato un credito tale che gli altri l’avrebbero richiamata per i prossimi trent’anni. Perchè è così che funziona: più chiami e più ti chiamano. E’ una questione logica, lo dicono anche sui forum di autoaiuto per la solitudine. Se lo so è perchè c’è un motivo.

Annamaria è abruzzese ma ora al telefono sta parlando in bolognese, di cosa poi, è difficile capirlo. Nel frattempo in fondo alla sala un gruppo grunge-metal-blues di Firenze ci informa che il loro prossimo pezzo è un pezzo fatto da loro che parla della società, e sottolinea, soppesando le parole, che a loro, la, società, fa schifo!, e aggiunge “non so a voi…”, il chè chiama in causa il pubblico che non si lascia scappare una così ghiotta occasione di dimostrare che era attento dichiarando la propria indignazione sociale con un fragoroso applauso. Anche Annamaria, che non ha capito niente, ma ha fiutato la vibrazione di protesta sottesa a quell’applauso, posa la peroni da 33 e sbatte le mani quel tanto da confermare agli astanti la propria adesione a quello che ora potremmo chiamare “moto popolare”. Sì, moto popolare, tutta la sala, con la sua moltitudine di 19 persone, risuona di quell’unico grande applauso, che si alza in cielo a chiedere redenzione al Signore, o a qualcuno più sopra di lui, e il cielo risuona, ci ascolta, e ci dà la sua assoluzione, benedicendoci con un fantastico temporale. Perchè è questa la grande metafora di ogni festival: la festa. Intingere i propri piedini in uno stagno che pian piano ci sommergerà, ma avere la consapevolezza che sebbene la causa dell’immobilismo siamo noi, la colpa non è nostra, la colpa viene dall’alto ed è con lui che dobbiamo prendercela, gioiendo tra di noi, autossovenzionandoci: io compro la rivista a te, tu la compri a me, io ti chiamo per quella cosa, tu mi chiami per quell’altra, che non c’entra niente col medesimo motivo per cui il mainstream è immobile, perchè noi siamo poveri, cazzo, per cui compiaciamoci della festa, e poi compiangiamoci, in una parola: tanto per fare una citazione, platinette! Ma il popolo, ignorante, questo non lo capisce, e alla vista dell’acquazzone non gioisce e non rende grazie al Signore, o a chi sopra di lui, come ci saremmo aspettati noi uomini savi, anzi, inizia a pogare, schiacciando il prossimo, spalleggiando il proprio fratello, e infatti proprio così lo chiama “fratello”, anche se gli sta dando delle belle gomitate nello sterno, e pensa, pensa che la sua protesta sia inascoltata, che di sicuro qualche tramite lassù nel cielo abbia decodificato male o addirittura censurato quel semplicissimo codice binario, fatto di clap – silenzio – clap – silenzio. Plof, penso io, e mi scrivo su un fogliettino la frase che ha mobilitato il Motore Immobile “il prossimo pezzo parla un po’ della società di oggi che…dobbiamo dire, ci fa un po’ schifo, non so voi!”, così poi la leggo, e poi qualcun altro applaude, e magari piove di nuovo.

Sacha Biazzo

Una Risposta to “Il prossimo pezzo non parla”

  1. danip 22 giugno 2010 a 19:40 #

    notevole, davvero notevole.

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