La Resistenza – di Iacopo Barison

24 Mar

Esco di casa perché lei mi irrita – lei, la mia casa – e quindi starò un po’ in giro, così, giusto per sgranchirmi, scordare le cianfrusaglie matrimoniali, tutti quei mobili, la roba che sta sui mobili, e poi la casa – lei, la nostra casa –, quel grande spazio vuoto e pieno di roba, comprato da noi medesimi quando stavamo ancora bene.

Noi medesimi che siamo io e mia moglie.

Io, Gianfranco, un professore rapido a capir le cose, i cinepanettoni, quei film lì.

Lei, Loredana, una volta la amavo, ma adesso non lo so.

Gianfranco, Loredana, voi litigate troppo spesso. Il terapista ci dice sempre questa cosa, tutte le volte, e io gli dico sempre che si sbaglia, non è vero, litighiamo una volta al mese, solo che mia moglie scoppia in lacrime – odia le bugie – e allora io torno a stare zitto, accigliato, col terapista che mi guarda e sorride, soddisfatto, molto soddisfatto.

Adesso, comunque, noi medesimi abbiamo litigato.

I nostri tubi, la nostra rete fognaria, un roditore ha deciso di entrarci, senza chiedere niente, quindi ora è tutto suo, i tubi, la rete fognaria, e noi non sappiamo più come comportarci; lui gira, sentiamo il rumore, le zampe, insomma, ci irritiamo e litighiamo. Ma un giorno se ne andrà, smetterà di respirare, e questo non lo dico soltanto io, lo dice anche l’idraulico, un omaccione che d’aritmetica se ne intende – tu gli chiedi, Giovanni, un topo che si è rinchiuso nelle tubature, secondo te, quanto ci mette a morire?, e lui ti risponde, Gianfranco, vedrai che muore presto, è una questione matematica.

Prima, Loredana mi ha chiesto quando moriva il topo.

Io le ho risposto, vedrai che muore presto, è una questione matematica.

E lei ha cominciato a gridare, ad insultarmi.

 

Grida, sì, ma poi smette.

Prende un fazzoletto e si soffia il naso. Mi chiede scusa, non l’ha fatto apposta, è la depressione, un principio di depressione, non voleva dirmi quelle cose, davvero. E io le credo, la bacio, i suoi occhi arrossati, non resisto a quello sguardo e continuo a baciarla, dappertutto, ma solo sulla faccia.

La faccia di Loredana che è una cosa brutta, spigolosa, sempre le occhiaie, le rughe, una cosa brutta che sputa insulti e minacce, certe volte vuole uccidermi, le labbra digrignate, si muovono, voglio ucciderti!, e io non dico niente, perché tanto smette, prende un fazzoletto e si soffia il naso, poi mi chiede scusa, mi bacia e parla di depressione.

 

Io la ascolto, quando parla di depressione.

Sono i doveri di un marito – la promessa che ho fatto a Dio, a Don Nanni – e oramai non mi resta che adempierli, rispettare la fede, ascoltarla e uscire di casa, come ho fatto adesso, come faccio sempre, sfidando il freddo e comperandole il gelato al pistacchio, quello di una volta, col tuorlo d’uovo e lo zucchero di canna, senza conservanti, senza gli ingredienti che aumentano la depressione di una donna.

Cammino, mastico un chewing-gum, del tabacco, poi li sputo entrambi, sulla strada, per terra, dimostrando inciviltà e tante altre cose – ribellione, spirito libero, italianismo – e in questo istante sono fiero di me stesso, ma solo in questo istante, perché dopo passa tutto e ricomincio ad odiarmi – Gianfranco, ti odio, comprerai del gelato e poi, poi non saprai più che fare, quindi tornerai da tua moglie, in quella casa irritante, guarderai un cinepanettone e forse sognerai, forse.

I cinepanettoni che amo sopra ogni cosa.

Arrivo davanti al gelataio e penso a Massimo Boldi, a Christian De Sica, alle scene slapstick e quelle vite facili, senza check-in, sempre a fare l’amore, gridare, non piangono mai e sono sempre felici, fanno i viaggi, vanno in India, non fanno il check-in. Il gelataio mi saluta e mantiene la calma. Sento odore di fumo e di cannella, poi solo più di fumo, catrame in ampia percentuale, Marlboro Light, la fuma un vecchio seduto e insoddisfatto, guarda il bicchiere, Cinzano, la vita lo esaspera e non gl’importa di morire, così fuma il catrame, accelera il processo.

Cosa posso darti?, dice il gelataio, un tizio che fa anche il barista.

Gelato al pistacchio, ma senza strafare, soltanto un po’, dico io.

E poi me ne vado, tranquillo, col vecchio che lacrima e schiaccia la sigaretta, svuota il bicchiere; mi osserva e capisce che ha finito tutto, la Marlboro, il Cinzano, ogni cosa.

 

La città è una città di mare, un paese.

Diecimila abitanti, qualche macelleria, due pescivendoli, un cinema all’aperto, mia moglie, io.

La salsedine s’impregna nell’aria, pare fuliggine, si attacca alla pelle e non riesci a lavarla; non bastano le vitamine del bagnoschiuma, no, devi sopportarla e imparare a resistere.

Resistere, questa è la prima cosa che ti insegnano, nei posti di mare, ovunque.

La mia resistenza è fatta di anarchia emotiva, pensieri, fughe da qualche parte; mi fermo per la strada e ascolto il tramonto, gente strana, si barricano in casa e mi abbandonano, a quest’ora, nel momento più bello per provare a resistere, a sognare. Gente strana che lascia vuota una spiaggia, butta per terra carte di Magnum, preservativi usati. Io ne sposto uno e mi siedo sui sassi, fanno male, però sopporto e guardo la riva, rimango qui, non torno da lei. Poso il gelato al pistacchio e questo sembra prendere il volo, sorpassare l’Atlantico e arrivare sulle coste californiane, nel millenovecentonovantadue, coi fratelli Vanzina che girano il loro ventiquattresimo film, “Sognando la California”, un capolavoro assoluto.

L’Italia che incontra l’iceberg e inizia ad affondare.

Salviamoci, scappiamo in California. Lì possiamo fare il surf e abbronzarci nudi, i Beach Boys in sottofondo, la musica diegetica, camminiamo e fumiamo canne corte, Vanzina ce le passa, ci dice di aspirare, espirare, vedere cose che non esistono.

Minuto cinquantaquattro.

Ferrini litiga con Boldi, fugge dall’hotel, finisce su una spiaggia e fa come faccio io.

Io che sono un anarchico emotivo. Penso alla geografia – la capitale dell’Estonia è Tallinn, quattrocentomila abitanti, un porto enorme con tante flotte, navi bellissime, riposano sul Baltico e talvolta scappano, vanno in California – e alla mia collega che la insegna – un paio di occhiali, occhialoni, tre decimi da entrambi gli occhi, la sua coda, il profumo, Chanel o qualcos’altro. Ed ora inizio a sentirmi come Ferrini, aspetto il momento, il minuto cinquantacinque. Le due madonne californiane, bellissime, gentili, si avvicinano e gli parlano, anche se ha la calvizie, dimostra quarantasei anni, ne ha trentanove.

Lei, l’altra, la mia collega.

Mi tocca una spalla e faccio un salto, sei stupenda, mi hai spaventato, poi me ne sto zitto e guardo i suoi vestiti, pochissimi, principalmente estivi, adesso che è inverno e servono i piumini, duecentoventisei euro, ne compri uno e lui proverà a scaldarti. Scaldare un altro corpo, come quest’insegnante che ha tre decimi da entrambi gli occhi, uno stipendio fisso, pochi vestiti e un desiderio strano, vorrebbe baciarmi, una madonna che ha studiato il mondo e tutte le capitali, economie che avanzano, settori che arretrano, conflitti in cui la gente non vuole baciarsi, forse perché è timida e crea gli attriti, le guerre civili.

Sai, la nostra timidezza è restrittiva, dovresti provare a darmi un bacio, dico io.

Ma lei non dice niente, scompare.

Così rimango qui, soltanto con la spiaggia e i preservativi usati, qualche carta di Magnum, dei sassi corrosi, tutti amici che tengono compagnia, aiutano a rialzare la testa.

Rialzarsi, questa è la seconda cosa che ti insegnano, nei posti di mare, ovunque.

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