Amuchina – Gianni Solla

25 Apr

da collettivomensa “l’immaginazione al dovere” 

L’aeroporto di Sharm El Sheik è un cubo gigante di cemento. Le condutture dell’aria condizionata sono a vista come il sistema arterioso di un vecchio. Siamo usciti dall’aereo in un gruppo compatto. C’è puzza di nafta, ci dicono di aspettare, quelli del tour operator ci urlano contro, dobbiamo stare vicini, se ci perdiamo non saranno più in grado di ritrovarci. Altri tour operator gridano. A un loro comando gruppi di persone si spostano da un punto all’altro dell’aeroporto.

Viene a prenderci un pulmino, sulla fiancata c’è scritto il nome del villaggio. Mentre saliamo, non perdo d’occhio la mia valigia. Tutti sono contenti che faccia caldo. Adesso che siamo all’interno del pulmino ci sentiamo protetti. Sono seduto dietro, la tappezzeria di pelle dei sedili è scucita, l’aria condizionata è forte. Dormo pochi minuti, durante il volo sono rimasto sveglio tutto il tempo a leggere la rivista infilata nella tasca davanti al mio sedile. La hostess ha fatto quei gesti ridicoli con le mani per indicare le uscite di emergenza e la cosa delle mascherine di ossigeno che si calano da sole. Si muoveva lentamente, le braccia erano pesanti, sembrava fosse sott’acqua.

Ci fanno scendere dal pulmino venti minuti dopo. Quelli del villaggio ci stanno parlando delle immersioni e dei coralli. Io non lo so. Non sono sicuro di voler restare in questo posto.

Mi spiegano come funziona per mangiare. Ci sono degli orari per colazione, pranzo e cena. Abbiamo pagato, però non possiamo fare come ci pare. Dobbiamo essere precisi. Poi hanno detto che è meglio scegliersi un cameriere e lasciargli una piccola mancia subito e promettergliene un’altra alla fine per tenersi buono il beduino. Dicono che potrebbe pisciarti nel piatto. Io scelgo un babbuino alto. Si muove veloce, un’anguilla, mi piace. Lo chiamo, gli dico che sarà il mio cameriere, sembra capire, gli passo una moneta da due euro, è contento, siamo amici, il babbuino fa segno agli altri che nessuno si deve avvicinare a me, gli faccio il pollice, lui è ancora più contento.

La spiaggia è a cento metri dalla mia stanza. La sabbia è sottile, ti entra ovunque, uno schifo. Ci sono schegge di conchiglie dappertutto che potrebbero ferirmi. Resto sull’asciugamano o limito i movimenti a una circonferenza di pochi metri. Ho già terminato una confezione di Amuchina Gel. Quelli del villaggio mi hanno assegnato un lettino e un ombrellone. Io sono la stanza 149. Tutto quello che porta il numero 149 è mio per una settimana. Al 147 invece ci sono due ragazze. Sono due tardone, si passano l’abbronzante e la crema idratante e ascoltano musica da un lettore minuscolo. Mi passo l’Amuchina tra le mani, e mentre sento l’odore di alcol nelle narici penso che con le due tardone vado a colpo sicuro.

La doccia nella camera 149 è piccola. Non posso aprire i gomiti, sento la plastica del piatto doccia deformarsi sotto i piedi. Per lavarmi utilizzo una microscopica bustina di bagnoschiuma. Gli asciugamani hanno un numero ricamato sopra, ma i camerieri li hanno confusi. Nel mio bagno c’è un asciugamano grande con il numero 221 e uno piccolo con il numero 196. Forse potrei andare nelle rispettive camere e scambiarli, ma nessuno mi assicura che loro abbiano il mio. Non posso escludere che si tratti di una trovata dell’animazione.

Una si chiama Luisa, l’altra Tiziana. Siamo seduti allo stesso tavolo. Chiedo alle tardone se hanno scelto un cameriere. Loro non sanno niente di questa storia, allora mostro loro come funziona, alzo il braccio e il mio beduino compare vicino la sedia. Le tardone sono impressionate, passo un cinquanta centesimi al beduino e quello fila a prendere un paio di piatti dal buffet per portarli a destinazione al tavolo 149. Una batte le mani, dice di volerne uno anche lei.

Luisa lavora in una fabbrica di frigoriferi a Urbino ed è la meno peggio delle due. Apre le mani, il centro è nero per via di quello che usano per saldare. Mi dice che la combustione avviene a una temperatura altissima e che ha pochi minuti per saldare la base del frigorifero prima che sulla catena il pezzo avanzi. Mi spiega come si sta sulla catena, i tempi, il caporeparto che c’ha in testa sempre la stessa cosa. Adesso mi sta facendo vedere come tiene la fiamma ossidrica. È rassicurata dalla ripetitività del suo lavoro, dice che al suono delle macchine ci si abituata prima di quanto si immagini. Parla troppo, forse ha bevuto, chiamo il beduino, faccio portare un’altro di quello che sta bevendo. Sull’attaccatura dei seni ha una rughetta. Invecchia pesante Luisa, se non mi sbrigo muore sulla sedia.

Poi a un certo punto mi chiede perché sono là da solo. Per ridere le dico che a Sharm El Sheik si può andare anche da soli, ma so dove vuole arrivare. Le dico che sono là perché Paola mi ha lasciato. Lei sembra avere capito. Fa quella mossa con le labbra che fanno tutti quelli che dicono di aver capito. Sono quattro anni che vedo la stessa faccia. Le dico anche che il giudice mi ha detto che non posso più avvicinarmi a meno di un chilometro da casa sua, che non posso più telefonarle, mandarle messaggi, email. C’è una legge specifica che vieta a quelli che stanno male di avvicinarsi alla persona che ha causato il dolore. Fino a che non ferisci una persona nel corpo, puoi fare del male a chiunque. Luisa dice che le dispiace. Io provo a spiegarle che il mio non è dispiacere è una sensazione di cui ignoro il nome ma so precisamente dove risiede. Allora faccio quel gesto di mettere il pollice sul fianco destro, all’altezza dell’ombelico, lei dice che forse è colite, ridiamo, chiamo il babbuino, gli do un euro per scegliermi qualcosa da bere al bar. Luisa ride, dice che gli uomini possessivi le piacciono, nemmeno sa quello che dice. C’ha un dente marcio però un altro paio di anni dovrebbe tenere.

Luisa dice che il villaggio turistico in linea di massima è simile alla fabbrica dei frigoriferi. Avrebbe voluto trovare un sapore più esotico, invece il meccanismo è industriale, fa l’esempio che i frigoriferi siamo noi, poi mi offre una camel light. A Urbino sta con uno. Lavora con lei in fabbrica, alla verniciatura. Sulla catena lo sanno tutti che stanno assieme però, aggiunge, è una situazione un po’ strana perché la sua ex moglie lavora alla mensa e quelli della fabbrica non vogliono rogne tra gli operai. Non lo so perché me lo abbia detto, forse per una forma di onestà o per tenermi alla larga.

Ho continuato a chiamare il babbuino tutta la sera a cinquanta centesimi a botta. Io e Luisa siamo stati gli ultimi a rientrare, alla fine nel ristorante eravamo solo io, lei e il beduino a dieci metri pronto a scattare.

La mattina seguente in spiaggia Luisa non si vede. Non vedo nemmeno Tiziana. Per fare il bagno bisogna camminare lungo una passerella per evitare di tagliarsi un piede contro quello schifo di barriera corallina. Mi chiedo perché non li tolgano, ci farebbero milioni di collanine da vendere nei supermercati di tutta Europa. Non riesco a credere che siano vivi, sono animali schifosi e sopravalutati. Il mare è calmo, sembra un gigante dormiente. Ci sono dei gabbiani che vanno in picchiata, si immergono per pochi istanti e poi tornano a volare. Sono immerso fino alle gambe. Ci sono dei pesciolini colorati che mi toccano la pelle, li allontano con le mani, forse ci sono delle meduse. Torno in camera.

Chiamo il beduino e mi faccio portare della carta e una penna. Scrivo una breve lettera a Paola. Le scrivo che mi sono fidanzato con una ragazza che si chiama Luisa e che progetta elettrodomestici. Abbiamo preso casa a Monza e la nostra è una relazione matura. Scrivo l’indirizzo sulla busta e poi scendo a cercare una cassetta della posta.

In strada ci sono molti turisti, quasi tutti fermi alle bancarelle. Comprano coccodrilli di legno, sacchetti pieni di spezie e calamite con le piramidi. Ho l’impressione che alcuni di loro siano venuti in questo posto solo per comprare le calamite. Un venditore si fa vicino, troppo vicino, io lo allontano spingendo il palmo della mia mano contro il suo sterno e lui resta alla distanza che gli ho indicato. Cmpro un coccodrillo di legno scuro e penso che a Paola piacerebbe, ma non vedo l’ora di ritornare nella mia stanza. La vicinanza eccessiva di quell’uomo mi ha infastidito.

Il pomeriggio nel villaggio si tiene un torneo di ping pong. Io vengo eliminato al primo turno da un portoghese. È arrivato nel mio stesso gruppo, era con me all’aeroporto e sulla spiaggia occupa un ombrellone alla terza fila. Ho una personalità remissiva, non sono una persona competitiva, non mi va di combattere per piazzare una pallina buona. Il portoghese invece sembra soddisfatto. Se si avvicina di nuovo per darmi la mano è morto. Il beduino mi porta un asciugamano per il sudore, gli mollo cinquanta centesimi. Gli parlo, non sono sicuro mi capisca, fa sempre di sì con la testa. Penso che gli interessino solo i miei cinquanta centesimi.

Il pomeriggio incontro Luisa. Non l’ho vista per trenta ore. È più abbronzata adesso, mi dice di essere stata in piscina. Le dico che sta bene con l’abbronzatura e le tocco un poco i capelli, lei me lo lascia fare.

Adesso siamo nudi, in camera sua. I suoi tessuti tendono con forza verso il basso, verso il centro della terra. La pelle ha perso consistenza. Provo sincero ribrezzo per i liquidi del suo corpo e adesso che l’urgenza dell’orgasmo è passata, ho fretta di tornare nella mia camera e lavarmi le mani con l’Amuchina Gel. Luisa nemmeno si rende conto dello stato di devastazione del suo corpo. La sua impunità nel mostrarsi nuda provoca in me sentimenti violenti. La sua mancanza di vergogna è immorale. Potrei spaccarle la faccia contro il piatto della doccia. Il mio disgusto viene esaltato dalla ricognizione che faccio della stanza. Lo stato di disordine, le valigie mezze aperte dove è evidente il rimescolio di biancheria sporca e pulita. Anche Paola all’inizio aveva di queste debolezze, poi con il tempo, facendole comprendere la bellezza dell’ordine, l’ho resa splendida.

Arrivano degli altri gruppi di turisti. I loro aerei partono da Fiumicino e da Malpensa ma i loro dialetti, le loro parlate incomprensibili, li inchiodano a destini di province anonime. Il villaggio è al limite delle proprie capacità. Siamo costretti a due turni al ristorante. Non so se la spiaggia sia abbastanza capiente. I nuovi arrivati si stupiscono per la passerella sull’acqua. Fotografano ogni cosa, ma domani si saranno già stufati di questo posto. Mi meraviglio che il mio beduino ancora si ricordi di me.

Passo più tempo nella mia stanza che sulla spiaggia. Ho scritto altre due lettere a Paola nelle quali ho descritto i progressi di Luisa e le sue ricerche sul lavoro ripetitivo per conto del governo. Le ho scritto delle nostre passeggiate sulla spiaggia e delle escursioni nel suk dove Luisa ha comprato un cappello di pajette sul quale ho appuntato una spilla di lapislazzuli e della foto che le ho fatto con un coccodrillo di undici metri.

Ieri sera ho dato due euro al beduino per sciogliere nel bicchiere di Luisa due Stilnox. Quando ci siamo alzati per andare in camera sua barcollava. L’ho tenuta per le braccia e siamo arrivati alla stanza 147 troppo lentamente e troppo rumorosamente, per sfuggire agli occhi di tutti. Luisa nemmeno mi vedeva. Arrivati in camera le ho chiesto di spogliarsi mentre montavo la telecamera sul treppiedi e piazzavo la lampada. All’inizio non era sicura, guardava la telecamera con insistenza, mi è toccato rassicurarla, chiedeva perché c’era quella luce fortissima. Poi quando tutto lo Stilnox è entrato in circolazione è diventata tranquilla. Il suo era un sorriso sereno, un onesto risolversi delle sue tensioni. Forse a livello inconscio percepiva lo stato disastroso del suo corpo e della sua vita fino a quel punto. Mi bastava chiedere di voltarsi o di inginocchiarsi perché lei lo facesse. La sua indole arrendevole, adesso che le sua sovrastrutture erano state annullate dalla chimica, era rassicurante. Lasciava presupporre ampi margini di miglioramento. Quando tutto fu pronto spinsi il tasto rec, mi infilai la sua gonna lunga e le dissi di avvicinarsi.

La sera seguente Luisa non si vede, al tavolo sono solo con Tiziana. È in là con gli anni, nella città dove vive non ha nessuno. Mi racconta di una storia con un anestesista di Torino, sposato. Lei tutti i venerdì sera faceva trecento chilometri per raggiungerlo e vedersi in un albergo dalle parti della stazione di Porta Nuova. Era un albergo gestito da arabi. Poi l’anestesista aveva deciso di non vederla più, allora lei di notte ha cominciato a chiamare a casa sua. Non parlava, ascoltava la voce della moglie. “Che vuoi, chi sei, lasciami stare”, diceva lei tra le lacrime. Tiziana beve un tè alla menta. Agita il liquido nel bicchiere come se dovesse leggerne i fondi.

Domani mattina ripartiamo. Il mio beduino si è guadagnato una mancia di trenta euro. Ha afferrato i soldi ed è scappato per il timore che ci ripensassi. Passo da solo in camera tutta la notte, non riesco a dormire, la ventola del condizionatore è troppo rumorosa, spegnerlo sarebbe una pazzia. Questa è la mia ultima notte di vacanza, dopodomani ritornerò al call center.

Siamo all’aeroporto. Luisa e Tiziana sono dirette a Malpensa. Prendiamo una bottiglina d’acqua. Luisa ha ancora un piccolo taglio sul collo. Non riesce a spiegarsi come se lo sia procurato. Non si spiega nemmeno le bruciature di sigaretta sulla pancia. Sono abbronzate e truccate con cura, nella speranza di guadagnare qualche metro verso la bellezza e le infinite possibilità che dona. Ci siamo scambiati i numeri di telefono, le email, ma sono sicuro che nessuno abbia lasciato un contatto vero. Tra poche ore metterò su youporn il filmato insieme a quelli di Paola.

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