Novena – di Vanni Santoni

4 Mag

(sabato di dicembre, tre anni dopo)

Oh mi’, c’è Mario: “Conosco un bar vicino a San Lorenzo,” mi fa, scoprendo i suoi dentoni bianchi e volgari, i denti di De Sica, “dove i camerieri sono giovani e si fanno inculare…”

“Ho gia mangiato…”, mi schermisco mentre quello ghigna come uno squalo e tira in ballo Pasolini e mi molla una pacca sulle spalle… Ma non erano guardarobieri quelli di Petrolio? E poi, mi pare che mi piacessero le ragazze, una volta… Rammento una figliola secca e rossastra che sudava molto e alla notte mi chiamava, lamentando afflizioni terribili e del tutto immaginarie; la tradivo con la ragazza di un calendario (era il calendario del Volley Valdarno, ma tant’è) che non aveva finito le medie e rubava nei negozi, che tradivo con una compagna di università che mi passava gli appunti, e poi bocciavo lo stesso, e c’era poi una romana che quando rideva era ‘no scroscio de sole, e diverse fidanzate, come si suol dire, “serie”… Eh! Cosa mi è successo, che sarà un anno che non rimedio nulla? Sarà la paura del rifiuto? Hanno ragione, quelli che dicono che “il peggio che ti può succedere è che una ragazza dica ‘no’”, ma non dicono mai quanto è terribile quel no… Eppure no, non può essere… Ero del partito del “non sai che ti perdi, sciocchina…” Aspetta! Che è quest’anello..? Sposato, ecco. Sposato… Due marmocchi, tempo un cazzo, e mia madre, da cui mi ero affrancato da così poco, che mi tiene nuovamente per le palle (che il seggiolone la carrozzina il sonaglino tutte quelle troiate non immaginate quanto costano, se vuoi la versione che non mutila il bimbo, che non lo fa crescere storpio, che non soffoca viola e nero quel testone non appena ti volti per metter su uno straccio di caffè…)

Mi sveglio con un palpito che parte forte e si ferma a metà. Ricordo di non aver messo l’acqua accanto al letto, la sera prima, ma la cerco ugualmente con la mano; non c’è, e mi schifo della mia bocca secca. Mi siedo sul letto; l’idea è di andare a bere in bagno, ma rimango piantato lì. Il parquet è pieno di chiazze di seme vecchio: che errore non mettere la coppale, ma l’odore di coppale si sa, fa male.

Arriva la Bibi, che è diventata muta con gli anni: è proprio una gatta brutta, di quelle bianche, grigie e arancioni, con un occhio morto, per di più. Le balla il ventre di grumi mentre mi si struscia alla gamba, non si capisce se sono gattini o tumori. Penso che forse è meglio se mi vesto, e pesco da sotto il letto, con la speranza di beccare roba pulita. Trovo dei pantaloni neri, sono aderenti sulla coscia e larghi a fondo gamba, e sì che quando me li mettevo,  quando A. era la mia fidanzata, mi credevo bello, con quei pantaloni. Trovo anche una camicia. Quando la comprai, pensai che rimboccandomi le maniche sarei potuto sembrare un cantautore nel dopoconcerto, un estremista ma serio, e invece se sbottono il colletto si vede il pelo, mentre se lo tengo chiuso non sono che un impiegato, né posso rimboccare le maniche: ho un tatuaggio sull’avambraccio e se le rimboccassi la gente penserebbe che sono uno di quelli che lo fa per sfoggiare il tatuaggio. E poi, cosa vuoi sfoggiare… Una donnola che è ormai una chiazza bluastra, e che era brutta anche appena fatta? Nonostante la stagione metto la camicia senza canottiera e il senso è di carta, di pieghe fredde. Già che sono a disagio, infilo pure i piedi nudi nelle scarpe e vado in bagno.

Mi guardo nello specchio immaginando di trovarci un teschio, il vuoto, l’altro da me, ma niente. Mi si stanno dilatando i pori delle gote, però. Mi siedo sul cesso; prendo un libro da terra, ma non ci si capisce niente, è scritto in una di quelle lingue africane tutte tondini e curvettine, roba da selvaggi.

“Bisogna sempre controllare la presenza di scolopendre nelle feci: può salvarti la salute,” recitava un manifesto nell’atrio dell’ASL, sicché controllo (niente scolopendre, grazziàddio). Nel bidone dei vestiti sporchi cerco il borsalino di mio padre, ma non c’è. Lo ha senz’altro portato con sé a Tangeri, penso, immaginandolo ad apparecchiare i tavoli del ristorante, cosa che in questo momento starà facendo, a giudicare dal cielo. A giudicare dal cielo saranno infatti le sei, le sette di sera. Trovo una giacca e una sciarpa: me le metto. Bevo del caffè freddo dalla moka e scendo.

Fuori ci sono le feste. Abitare in centro e svegliarsi il tardo pomeriggio del sabato significa beccarsi subito la gente nel muso. Sono tutti molto belli, mi pare: sono d’altronde usciti per sfoggiare fidanzate e figli, bere cioccolate calde, comprare oggetti; sono venuti in centro, mica discorsi: gente straordinaria, che si fa gabbare in modi straordinari, pronta a credere che si può essere contenti almeno per un giorno, comprando le cose; vestendo il figlioletto come un piccolo Diego della Valle.

In mezzo alla piazza c’è il dottore, con A. Le stanno male, i capelli neri. Si vergogna del suo rosso ma sbaglia, nelle foto di lei che tengo in frigo, è sempre rossa. Lui invece sta bene bianco, chissà com’era poco autorevole quando aveva del marrone in quell’onda che si ritrova sul capo.

“Salve doc.”

“Ciao, ragazzina, piscialletto, coglione: crepa!”

Sa già tutto, il maledetto. Abbasso lo sguardo e non gli rispondo; “Ciao, A.”, dico, invece.

“Ciao. Cos’è quel post-it sul polso?”

“Mi serve. Sentite, avete qualche avvertimento? Sennò vado.”

L’occhio di vetro di A. cala, lasciandola di fatto con una palla bianca nell’orbita, ma lei non dice niente. Il dottore glielo rimette a posto col pollice, ridendo forte, la bacia sbavando un poco, poi si volge a me: “Pussa via!”

Traverso la piazza e imbuco una stradella.

B. è lì, nera nonostante la luce del lampione. Legge un numero di “Cioè”. La quarta di copertina è bianca e lucida, ha già staccato gli adesivi, li ha attaccati forse nell’interno dell’armadio. Le ragazze che da piccole leggevano quei giornaletti, da grandi scopano meglio, diceva sempre Mario, quando eravamo ragazzi.

B. ricorda un po’ Simone de Beauvoir, in una versione piccola e priva di cervello. Di certo nella storia di “Cioè” non c’è mai stato un articolo che spiegasse che quando si scopa non bisogna fare quei versi maledetti, da visone.

“Ciao, B.”

“Già quando eravamo in embrione ci ha reso marito e moglie Tvastr, il divino incitatore che crea tutte le forme. Nessuno può infrangere i suoi comandamenti: di ciò ci sono testimoni cielo e terra.”

Provoca. Per fortuna ho il foglietto al polso. Non si è sbiadito nonostante siano giorni che sudo, e meno male:  Chi sa di quel primo giorno? Chi ne ha avuto una visione? Chi lo potrebbe proclamare quaggiù? Alto è il fondamento morale di Mitra e Varuna. Che scusa per i tuoi raggiri potresti addurre ai loro eroici ministri, o donna lasciva?”

“Sei un meschino, e agisci da meschino: in te non ho trovato né cervello né cuore! Che un’altra allora abbracci te come una cinghia un cavallo, come una liana un albero.”

Cade un conchino da una finestra. Sbuca un donnone, e bercia:

“Colui che così bene ti amava, o B., possa oggi partire senza fare più ritorno, per andare nella più lontana delle lontananze! Giaccia quindi nel grembo della distruzione e lo divorino i lupi feroci!”

B. si è messa a giocare per terra, fa forme con la sabbia, così la lascio.

La strada si fa sterrata, ovunque i villici gridano terribili profezie: riconosco mio nonno tra la folla, mi guarda con occhi cattivi, grattandosi la testa pelata: “Che cosa è più prezioso: la fama o la salute?

Che cosa è più importante, la salute o la ricchezza?

Che cosa è più dannoso, vincere o perdere?

Più ami, più soffri.

Più accumuli, più perdi.

Conoscere ciò che è abbastanza è libertà. Sapere quando fermarsi è sicurezza. Non hai praticato tutto ciò, e per questo vivrai brevemente.”

Lo scaccio a calci e sassate, e mentre gli grido dietro m’invade una voglia di C.; la incontro nei pensieri. Vorrebbe essere consolata, stringe tra le mani ciocche di capelli mozzati, sanguinano come gole. Intorno, amiche a simili lei le fanno corte, la coprono e la scoprono di veli, le confidano segreti, parlottano tra loro:“Regardez à droite, c’est lui?”

“Où ? Où ? Il n’est pas tellement beau !”

Vorrei parlarle, ma sarei in ogni caso sciocco e malvagio; ci vorrebbe un’altra lingua… Aver avuto più pazienza a scuola, aver imparato almeno le lingue lunari del vescovo Godwin: con quei toni, forse, qualcosa avrei potuto dirle, di buono. Mi asciugo il sudore con la sciarpa. È infeltrita, e si sente; le sciarpe delle squadre di calcio le fanno sempre coi materiali peggiori: dovevo essere ben scemo, da piccolo, a comprare schifezze del genere. Poi sento tirare la giacca.

È E. Mi appare non bella, robusta, tosta: è ammantata d’un’arroganza insicura, intorno ha innumerevoli candele accese. Mi guarda. Le parlo, e sento che la mia voce uscirà bella, calda, dorata: “Ho visto una slot machine che buttava cucchiaini invece che monete, amore mio.”

“…” [ti ascolto]

“Ho sentito come se il mio essere si potesse disperdere all’interno degli attimi di cui è fatto il tempo, perché il tempo, E., in realtà è fatto in un modo… Ora ti spiego…”

“…” [ti credo]

Un rabbino di nome Zaccheo, trovandosi lì vicino e sentendo tutto ciò che le dico, si meraviglia e dice dentro di sé: “Non ho mai trovato un bambino che parlasse così”. Allora si avvicina a lei e le fa: “Hai un bambino intelligente: affidalo a me perché impari le lettere, e quando sarà istruito nello studio lo ammaestrerò decorosamente, perché non diventi sciocco.”

E. tace, poi si toglie il velo e parla: “Nessuno può insegnare a lui, eccetto Dio soltanto. Forse questo bambino sarà per noi motivo di qualche cruccio, fratello mio?”

Lo scandire del parlato di E. mi coglie sulla “D” di Dio.

D.! Dove l’ho lasciata mai? (Ma che dicono questi?) Era forse solo un’idea? O l’ho scambiata per un’ombra, per un cespo di fiori secchi, per una federa?

“Mi fai male, imbecille!”

Ah, già, ecco perché. O’ che si trattano in codesto modo i bambini piccini? Strega. Ormai tanto è tardi per passare da lei, penso, e sento il venticello che immaginavo, sollecito a indicarmi la via. Cammino fino a svallare e già in lontananza mi pare di scorgere qualcosa di bianco, un’eco di chiaro, come quando da lontano senti la musica della festa dove stai andando, e allora controllo di avere tutto, chiavi cellulare portafoglio sigarette, e inizio a cantare, e mi avvio di gran lena, e canto sempre più forte: “Andrò alle case ben costrutte di Ade: v’è sulla destra una fonte,

accanto ad essa s’erge un bianco cipresso;

lì discendono le anime dei morti per aver refrigerio.

A questa fonte d’inganno non mi accosterò neppure;

più avanti troverò la fredda acqua che scorre

dal lago di Mnemosyne: vi stanno innanzi custodi terribili,

ed essi mi chiederanno, in sicuro discernimento,

perchè mai esploro la tenebra dell’Ade caliginoso.

Dirò: ‘son figlio della Terra e del Cielo stellato;

di sete son arso e vengo meno: ma datemi presto

da bere la fredda acqua che viene dal lago di Mnemosyne’,

ed essi saranno misericordiosi per volere del re degli inferi,

e l’acqua di quel lago mi daranno subito, affinché io beva;

e quando avrò bevuto percorrerò la sacra via su cui anche gli altri

mystai e bacchoi procedono gloriosi.”

racconto di Vanni Santoni

disegno di Francesco d’Isa

 

3 Risposte to “Novena – di Vanni Santoni”

  1. oprah 4 maggio 2011 a 13:53 #

    quale disegno?

  2. soqquadrerie 7 maggio 2011 a 20:12 #

    bello. bello.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: