Che bel mestiere

7 Gen

Perché? Perché no

All’inizio mi chiedevo quanto si è disposti a sacrificare per stare in questo mondo e quante possibilità ci sono di sfangarla. La verità è che questo libro non è uno di quelli che spiega come trovare lavoro in un determinato settore perché se per lavoro intendiamo mantenersi per mezzo di una certa attività, be’, in buona sostanza io con l’editoria non ce l’ho fatta (e considerate che effequ ha una collana apposta per libri del genere: non a caso questo non ci è finito dentro).

Nella mia vita sgangherata ho fatto un sacco di lavori, in sella al mio incostante destriero ho battuto palmo a palmo tutte le contrade della mia città per recapitare – sballottolate e precotte – le centinaia di delizie delle Mille e una cena (una specie di proto-franchising di ristoranti italiani arabi cinesi e indiani cui ho reso onorato servizio per quasi un paio d’anni), ho fatto l’informa-matricole alla Sapienza (così recita il mio curriculum), ho telefonato per conto di Confindustria a tutte le aziende campane propinando un lunghissimo questionario sull’andamento delle imprese (per due volte), ho fatto il baby sitter, ho portato, con l’immancabile piglio da blaue reiter – perché se mi state immaginando dovete farlo in sella a un motorino scassato – per mesi e mesi L’Unione Sarda in ventidue edicole di Roma, e sì, prima di ficcarmi in testa la faccenda dell’editoria il fattorino è il lavoro in cui incappavo più spesso (va a finire che sono davvero come Fry). Poi ho svuotato case in vendita per rivenderne il malloppo ai rigattieri, ho fatto il cameriere da Gustosando, vicino a Piazza Irnerio (non ci andate mai), ho sbobinato ore e ore e ore e ore di lunghissime interviste ai deportati della seconda guerra mondiale per un oscuro progetto sulla conservazione della memoria foraggiato dalla Facoltà di Filosofia della Sapienza, e, ça va sans dire – visto il mandante – sono certo che le testimonianze trascritte non impegneranno altra memoria che la mia. Ho fatto e continuo a fare da ufficio stampa per un teatro in Abruzzo (più precisamente a Tagliacozzo) e per la relativa compagnia contribuisco all’organizzazione di due festival, il cui principale interesse credo sia di natura antropologica (intendo, secondo me). Qualcos’altro? Ho sorvegliato per settimane degli operai rumeni che hanno prima demolito poi tirato su e quindi imbiancato un grandissimo negozio in via Gregorio VII. Ho fatto il servizio di sicurezza – e questo vi garantisco che è ridicolo – alla mostra di Bulgari al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, c’erano collane che valevano come una piccola isola o come un calciatore forte. Attualmente “per arrotondare” lavoro in un negozio di cianfrusaglie di via della Croce, e vi assicuro che vendiamo cose… vendiamo cose che ogni volta che qualcuno le compra è impossibile non pensare: allora è giusto che andiamo in bancarotta.

Insomma avete visto, ne ho fatte di stronzate, ebbene in nessun caso, in nessun caso mai tranne che nell’editoria mi è capitato di non essere pagato. Niente ore notturne comprese nel prezzo, mai ho visto ritenere ordinario il lavoro nei week-end, mai ovvio il fatto che gli spostamenti fossero a mie spese, niente di tutto questo mai tranne che con le case editrici. Davvero, vale la pena?”

 

da Federico Di Vita, “Cose da pazzi. Usi e abusi dell’editoria italiana

 

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Ogni mese nelle librerie arrivano più di 5mila nuovi titoli, cioè 160 nuovi titoli al giorno, e gli unici libri che vendono sono sempre gli stessi: le ricette della Parodi, che prima o poi me lo voglio leggere anch’io, e quel figo di Fabio Volo, ma quant’è bono, vabbè lasciamo. Ma a scoraggiarci ancora di più, come se non bastasse, è arrivato questo libro. Si chiama “Pazzi scatenati. Usi e abusi dell’editoria italiana”. In libreria esce la prossima settimana, sarà uno dei 160 nuovi titoli dell’11 Gennaio. Noi l’abbiamo già sfogliato e prima di decidere di smontare baracca e burattini e trovarci un lavoro serio abbiamo fatto qualche domanda all’autore, Federico Di Vita.

“La definizione azzeccata che è stata data di questo libro è picaresco editoriale, in realtà è un’inchiesta, ci stanno quattro capitoli in cui c’è proprio un’inchiesta con interviste, dati, etc., però ci sono pure tre inserti narrativi in cui c’è uno stagista impazzito che crede di essere un agente della Cia. Sono tutte cose che io ho vissuto in prima persona e che ho raccontato in questa forma per non farmi denunciare, sono tutte cose vere, cose che capitano a chi orbita in questo mondo. Le ho trasfigurate in questo modo, con i nomi finti – cioè, quando l’agente va alla fiera del libro di Roma i nomi sono veri, lui fa il redattore per una casa editrice che non esiste, la Big Babol, ma i nomi dei libri e degli editori che incontra alla fiera di Roma naturalmente sono veri. Il resto del libro è proprio un’inchiesta”.

“No, non penso che non mi facciano più pubblicare un libro. Magari non mi fanno pubblicare un libro due o tre editori che si risentono, ma chi se ne frega. Io non dico che tutta l’editoria fa schifo, io dico che gran parte dell’editoria funziona male e in molti casi ci sono dei cialtroni che ci lavorano dentro, gente che non è a livello. Questo è quello che penso e lo dico. In questo senso è stato definito anche un libro coraggioso. Io non penso che nessuno mi farà pubblicare più niente.”

“Il gioco non vale la candela, non è perché è bella l’editoria che uno può farsi pagare 300 euro al mese o 500 per dieci anni, perché non ci campi. C’è una sproporzione tra offerta e domanda. Ci sono delle dinamiche perverse per cui c’è troppa gente disposta a fare questi lavori gratis per cui poi si abbassa il valore stesso del lavoro e i datori ne approfittano, e ti sfruttano.”

“La mia soluzione è: smettiamola, facciamo altro, non vale la pena. Tanto in questo campo, nell’editoria, il lavoro non si trova lavorando, o lavorando bene, nel 99 per cento dei casi si trova per conoscenza, quindi non dipende dal singolo o dalle capacità del singolo. Ci sono tanti altri lavori, meglio fare qualcos’altro. Paradossalmente è più facile farcela scrivendo che non provando a lavorare dentro queste case editrici, perché tanto non assumono.”

“Non c’è una nota di speranza. Io credo che la situazione non sia delle migliori, sia per gli editori, sia per chi ci lavora. L’editoria vive al di sopra delle sue possibilità e per tanti motivi è portata a sfruttare il lavoro di una generazione di precari che a loro volta sono stati vittime di un’illusione collettiva, però se ne potrebbero pure rendere conto e smettere. Io a gente che fa i redattori o si fa sfruttare in qualche altro modo dico di smettere, fate altro, che è quello che faccio io.”

“Cioè tu che fai?”

“[ride] Sto lavorando in un negozio.”

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