Garrapa vs Santoni vs Tutti i ragni – Round uno

22 Ott

Caro Vanni,
(alle 21 e 26 del 13.10.2012)

ho finito di leggere Tutti i ragni e adesso quando vado nel sottoscala nel mio monolocale soppalcato che ospita gli innumeri contenitori differenziali dei rifiuti, mi guardo bene intorno e sopra e non temo i ragni più di prima. Io sono nato nel regno della Taranta. La tarantola, il suo morso, simbolicamente, è diventato un fatto d’antropologia culturale, e un evento: la festa della Taranta, dove in pratica nessuno, o quasi, sa chi sia De Martino che appunto alla terra ragno_salentina del rimorso ha dedicato studi e interpretazioni. Questo per dire che l’antropologia del racconto che ho letto dilata il mio spazio temporale. Quello che cerco nella lettura: un piccolo mondo postdigitale. Il tempo spaziale invece è quando, leggendo qui e ora, rivedo me, lì e allora, nella casa di prima mentre

ascolto musica con le cuffie in stato alterato d’incoscienza e il filo lungo e nero che travasa un terribile sound hard – house dal cellulare travestito da piccola radio, cosa che mio padre fa ancora dall’altissimo dei suoi 80 anni e che fa incazzare terribilmente la mia mamma che dice togli le cuffie ché se no qualche volta di strozzi col filo, macché

cerco di spostare il filo stranamente semovente a zigzag delle cuffie che solletica il petto villoso del sottoscritto mio malgrado e suo malgrado il filo non vuol saperne e ritorna filiforme sostanza elastica al suo ordine congelato e prova e riprova alla fine faccio luce sulla situazione pettorale visto che il filo sembra peduncolare verso la gola e i peli amplificano il movimento e io smetto di non farci caso incolpando gli ettolitri di birra ingollati poc’anzi \ il torso nudo \ l’estate afatica e impertinente che boccheggia misteri e faccio luce insomma sulla boscaglia dove il filo sembra diventato un phylum di animale strano

cazzo! è un ragno grosso e gonfio pure lui e una manata lo scaraventa non sul parquet ma sul tenutissimo pallore del coprimaterasso bianco e lo vedo zampettare e io temo di non poter urlare e mi immobilizzo e addio trascesi alcoolica sonora il ragno come è possibile da dove è precipitato

due ore dopo sono un unico occhio sbarrato contro il lampadario: è lì, stanno lì. Drammatizzo una famiglia di ragni il cui figlio sbronzo m’è caracollato addosso mentre tenta di rientrare nella sua tana e m’incazzo terapeuticamente perché mica posso subaffittare una stanza a una famiglia di ragni del lampadario che lasciano cadere figli ubriachi alle due di notte, e tutto questo elicitare inconscio che mi viene mentre leggo, e non parliamo poi della musica goa e tekno che mi familiarizza ulteriormente la visione altra delle cose minimali e sottocutanee, sotto la superficie della pelle degli eventi,
tutto questo non può che colpirmi, tieni presente che nel nome e soprattutto nel cognome si tiene stretto il succo di ogni destinazione vitale

Vanni, sei un Santone, illumini, senza accecare, solletichi il mio istinto psicanalitico, mi invogli a letture sciamanico_lacaniane. Mi cogli nel momento, nel kairos del mio studio analitico. Ecco: il romanzo di come – sì, secondo me è un romanzo, che c’entra il numero di pagine? C’entra nel frattempo quanto è durato il tempo interiore dell’autore, il romanzo, e poi scusa, l’Ulisse di Joyce è più romanzo del grande Gatsby solo perché non finisce mai? – può decorrere una malia, più che fobia, il romanzo è un romanzo di informazione su come puoi scacciare con un gesto della mano tutti i ragni della tua vita \ gesto sciamanico \ magia. Ecco, scaccio il ragno oltre la chiusura lampo di una tenda_caverna platonica e l’occhio sguscia dal corpo immaginario, richiama l’A ltro, finisce Tutto e raccogli materno il ragno dei ragni e chiedi pure il latte, bianco, la luce, la galassia.

Ho la pizza in forno, il timer del forno che scatta e il ragno che appare, mi fa sobbalzare, lui, l’autore è in Texas e mentre si volta, sta leggendo, io sto leggendo, un ragno, il timer termina il suo tempo, trilla e io salto, l’autore salta, ho i brividi, così come salendo le scale del soppalco ho temuto di vedercelo pure io un ragno e non avrei sorpassato il gradino,
Questo mi basta per aver ancora voglia di scrittura e di scrivere in questo trasecolante secolo gramo di genialità e colmo di omologanti fascismi psicotici.

p.s.

anche la forma, la carta del libriccino, per me che spesso amo tergiversare i luoghi, più che attraversarli, è adatta a starsi accanto nell’elaborazione di un lutto o di un abbandono, e per me, la fine del romanzo-libriccino è stata traumatica, però, grazie alla terra, a Dio e a Lacan, conseguo un risultato iniziale alla fine del libro, cioè la voglia di battere la tastiera e cercare piacere gratuito nel dire senza recensire o commentare, lungi da me commentare o recensire il linguaggio dell’anima, la dissezione critico_umanista che di umano non ha nulla, nel dire, in questa cosa godo, godo nel dire: quanto cazzo è bello ‘sto libriccino-romanzo, perché non continua?

p.s.s.

vuoi mettere un libro che ti fa vedere il disguasto o il disgusto? Il disguasto confuso per fobia e il disgusto perché ti diverti ormai a scrivere del disgusto fobico? Un romanzo che non parla di fobie ma di malie dello sguardo interiore e che da sotto fuoriesce a vedere il suono, magari il silenzio di quel suono, il vuoto, non l’assenza di una presenza, ma il vuoto e basta, contrapposto al pieno

p.s.s.s

no, dai, un triplo p.s. non esiste oppure sì, e dice: studiate lo stile dei ragni, traducete, senza tradire, il linguaggio dei sogni.

Grazie Vanni.

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