Seratona al CarpeDiem di Potenza, 27 dicembre

24 Dicembre 2009

Collettivomensa e altri geniali giovinotti del capoluogo lucano organizza una SeratOna al Carpe Diem, domenica 27 dicembre.

Esposizione e live painting di Walter Giordano, Gielle Lagrotta, Antonio Sileo, Giulio Giordano, Marco Purè e Simone Ilovetu – Live performance di Nero e Dr. Panico – Videoartist: Silvio Giordano – Dj set di Iatus e Dj Devasto

inizio ore 21 e poi tutti alla dance


Beppe – di fabio biagio salerno

19 Dicembre 2009

L’ultima goccia mi cadde dritta in un occhio, per poco non mi accecava la stronza. Non pioveva più ma le nuvole restavano al loro posto immobili. Banana mi fece cenno con la testa aldilà del vicolo, tutto scorreva secondo i piani. Mi voltai e vidi Marchetta che con ampi gesti delle braccia mi fece intendere platealmente che era tutto apposto. Pensai a qualche preghierina veloce da dire per ingraziarmi i favori di Gesù, ma mi passò di mente alla svelta. Chiusi l’ombrello ed entrai.

Donna Giuseppina stava dietro il bancone e tagliava il formaggio coi buchi. Non mi vide entrare né tirare un sospiro di sollievo. Dispensando sorrisi mimetici sgattaiolai tra la fila autogestita e mi portai infondo a quel corridoio con gli scaffali. La merce scadente grondava fuori dai ripiani, coi colori sbiaditi. Mi guardai bene dal non far cadere niente per non attirare l’attenzione dei presenti, metà dei quali dovevano essere miei potenziali parenti – o compari che fa lo stesso. Evitai le buste di patatine al pomodoro coi tatuaggi fichi, che in bilico nei cartoni strapieni rischiavano di cadere mandando a puttane il piano. Me ne tenni alla larga, ero decisamente prudente io.

Il frigo con le bibite mi si parava dritto davanti, ma decisi di aggirarlo un po’. Passeggiai tra i prodotti esaminando roba a caso. Dagli shampoo passai ai detersivi. Lessi le etichette con quelle parole difficili che in quinta elementare non ti insegnano ancora. Finsi di capirle, di essere un intenditore. Sgranavo gli occhi, mi impressionavo di quanto potessero essere importanti, sorridevo, mostrando tutto il mio stupore. La gente, casomai se lo fosse chiesto, avrebbe di sicuro creduto che ero lì per fare la spesa per la mia anziana nonna. Ero un nipotino molto servizievole.  Lo sapevano tutti.

Come pianificato il mio occhio vispo colse l’attimo in cui Donna Giuseppina batteva la cassa, nell’euforia generale. Qualcuno doveva aver detto qualcosa di molto divertente, perché ad un tratto ridevano tutti. Risi anche io con naturalezza. Riposi lesto i detersivi a posto, e mi avvicinai al frigo con le bibite in fila, tenendo lo sguardo dritto in aria. Non mi curai dell’ingegnoso sistema di sicurezza, uno specchio parabolico come quelli che si mettono nelle curve, che permetteva di far vedere il banco-frigo dalla cassa, mi sentivo inosservato. Il cuore forse mi batteva in modo strano, doveva essere il caldo maledetto di agosto. E l’umidità. E pensavo a mille altre cose del genere, anche più profonde del caldo d’agosto dell’umidità. Ma fu in quell’attimo in cui la mente mi parve vuota, che senza pensarci lo feci. Presi una coca cola in lattina e la infilai nell’ombrello, con coraggio e determinazione. Sangue freddo. Rispondevo al pericolo per le rime, come meritava. Niente mi avrebbe impaurito, niente avrebbe scalfito il mio cuore impavido.

Entrò altra gente nel negozio, qualcuno uscì. E io iniziai ad avere quella strana fretta che non deve assolutamente confondersi con la paura. La prima metà del piano era andata a gonfie vele. Ora tutto si prospettava in discesa. Trovai il coraggio e andai avanti. Trattenni il respiro. Mi caricai di responsabilità e inquadrai con lo sguardo lo scaffale con gli aggeggi per la casa. Era esattamente dove mi era stato descritto dai basisti nei numerosi sopralluoghi che avevano preceduto il colpo. Mi avvicinai in maniera diretta stavolta, la refurtiva nascosta nell’ombrello mi metteva ansia. Dovevo agire in fretta cazzo. Nei cinque passi di avvicinamento individuai la preda. Bastò un solo movimento, fatto senza la minima precauzione, e la confezione di superattak cadde per magia nelle mie mani supersoniche. La infilai sotto la maglia color pistacchio e la bloccai con le braccia conserte, poi, con l’ombrello appeso all’avambraccio, uscii a testa bassa senza salutare nessuno. Finalmente respirai.

Come previsto fuori dal negozio non c’era nessuno dei miei ad aspettarmi. Le direttive erano precise: al covo fra un quarto d’ora. Casomai non mi avessero visto entro un’ora, l’ordine era di disperdersi, tornare ognuno alla propria famiglia, dispensare sorrisi alla mamma e far finta di niente, aspettando la mattina seguente per cercare mie notizie.

Percorsi le salite tortuose alla svelta, carico d’orgoglio, con la coca cola che sbatteva nell’ombrello ad ogni passo e il superattak ancora bloccato sotto la maglietta dalle braccia conserte. Arrivai al covo e mi ripresi un po’, scaricando la tensione su un formicaio che stava divorando uno scarafaggio. Uccisi tutto quello che potevo con la punta dell’ombrello e bevvi la coca d’un fiato, guardandomi bene da occhi indiscreti. Al momento giusto bussai. Come preventivato i pugni chiusi si schiantarono tre volte contro il portone marrone. Attesi qualche secondo ma nessuno mi rispose. Bussai un’altra volta, con tre colpi ritmati molto più precisi dei precedenti, ma ancora non udii alcuna voce. Mi venne poi una voglia matta di capire che razza di ora fosse, e scoprire se quei cinque minuti del colpo in realtà erano stati una eternità, e io non me n’ero accorto. Ma non avevo l’orologio, merda. Ne avevo ricevuti a migliaia per la Prima Comunione ma non ero mai riuscito ad indossarli. Pensai poi ai miei amici e ai loro fottuti orologi subacquei, fichissimi. Avranno guardato quelle maledette lancette e mi avranno lasciato solo come un cane, con la refurtiva in mano e nemmeno un covo dove nascondermi. Maledetti infami svizzeri. Caddi per un attimo nello sconforto, poi bussai ancora, per un ultimo disperato tentativo, stavolta con calci e pugni chiusi mandando a puttane tutti i codici e le misure di sicurezza.

- Oh – gridai – svizzeri di merda, ci siete?!

Passarono numerosi attimi. Ebbi tutto il tempo per pensare di piangere più di una volta, poi una voce nel silenzio prese coraggio e dall’interno mi rispose bassissima, – I colpi sono quattro non tre – sussurrò.

- Cazzo, vero –  pensai ad alta voce bussando quattro volte.

- Parola d’ordine?

- Beppe Signori

- E’ lui, apriamo!

La porta si aprì ma non vidi nessuno. Scesi le scale del vecchio magazzino adibito a covo segreto. Era buio. Qualcuno richiuse la porta dietro di me e accese la luce, con la trasparenza di un Vietcong. Mi apparvero di botto, in tutta la loro mediocrità, piccoli al mio cospetto. Banana mi guardò dritto senza parlare. Marchetta, seduto, mi parlò senza guardarmi,

- Allora? – mi fece con voce arrogante.

- Allora è stato terribile porca vacca – risposi – mi hanno scoperto ma ce l’ho fatta per un pelo. Non mi hanno visto in faccia giuro. Li ho depistati velocissimo col cuore in gola. Sono velocissimo io, lo sapete no? E in salita poi… E poi l’attak era in alto. Ho dovuto arrampicarmi. Avreste dovuto vedermi. E andava tutto liscio. E guarda tu proprio quando stavo uscendo ‘zì Peppe’ non mi chiede che c’ho sotto la maglia? E io subito fuori a correre. Corro all’impazzata e travolgo ogni cosa. Un uragano. E inciampo pure sopra Annamaria, che cade ma capisce quello che sta succedendo e mi sorride, cara. E la luce che usciva da sotto le nuvole e io non ci vedevo più. A occhi chiusi sono arrivato fino qua. A memoria. È stata dura cazzo, è stata dura… Però tranquillo.

Banana, con le labbra serrate, mi poggiò la mano sulla spalla e annuendo crollò in ginocchio e pianse ai miei piedi. Intanto lo sguardo carico d’invidia di Marchetta si mescolava al mio fiatone esagerato, probabilmente mi stava odiando, ma infondo lo capivo. Non era facile essere il complice di un genio, di una leggenda. Preso dall’emozione chinai sfinito la testa sul petto, con le braccia tese sulle ginocchia flesse. Poi strinsi i pugni, trovai le forze che avevo nascosto per l’occasione e proferii solenne il discorso che suggellava l’impresa,

- Ora vai Banana, prendi il biliardino e portalo qua, che gliele riattacchiamo una buona volta ste teste – e nel dirlo, lo giuro, mi sentii un dio.

Capii subito che ero diventato un eroe popolare, ma tenni i piedi per terra. Giurai su Beppe Signori in persona che non me ne sarei vantato, mai. Sarei rimasto un ragazzo semplice, nell’anonimato, lontano dal lusso e dalla vanagloria. Ma ero pur sempre un eroe e sapevo che prima o poi avrei dovuto pagarne il conto. A poco a poco di sicuro lo avrebbero saputo tutti, la voce si sarebbe espansa a macchia d’olio tra tutti i bambini del paese, era inevitabile. A breve sarei anche stato costretto ad entrare nell’A-Team, e lì sarebbe stata la fine, si sarebbe trattato di clandestinità. Ero spaventato, ma avrei corso il rischio, ero pronto ormai. Poi d’un colpo rabbrividii e mi venne un po’ di nausea. Decisi di andare a letto. L’indomani sarebbe stata una giornata dura. Era San Giovanni, c’era la festa di paese.

Arrivai con qualche minuto di ritardo ma nessuno se ne accorse. Tagliai la nuvola d’incenso che invadeva la stanza, riuscendo a malapena a scansare tutti quegli omini vestiti di bianco. Tolsi la maglia azzurra numero undici della Lazio e la buttai a cazzo su una sedia, non ero un tipo da attaccapanni. Indossai alla rinfusa l’abito bianco di cotone scadente e corsi dritto verso il bagnetto. Pisciai, facendo molta attenzione a non pisciarmi sul vestito, come già mi era successo qualche anno prima quando mi ero guadagnato l’ingiurioso soprannome di “Piscetta”. Dopo goffi tentativi e brutti pensieri decisi di farla seduto. La feci seduto, che male c’era?  Uscii senza lavarmi le mani, frenetico. La sagrestia era deserta, ma me ne accorsi solo dopo un po’, quando l’incenso si diradò dalle finestre rivelando solo vestiti, santini e foto appese alle pareti bianche. Quegli infami erano usciti in processione senza di me. Non mi avevano aspettato, maledetti. Corsi subito fuori per raggiungerli, fermandomi più volte a controllare se avevo il vestito sporco di pipì. Era sporco. Ma non di pipì.

Li raggiunsi a breve, mescolandomi tra le voci e la musica e le carezze delle signore che si ripetevano fiere “quant’è bell’ stu bambino”. Presi il mio posto che non esisteva e svolsi alla perfezione tutti i miei compiti da chierichetto, che consistevano nel camminare a mani giunte e faccia seria dietro le candele e farsi ripetere in loop  “quant’è bello stu bambino”. C’erano anche dei pizzicotti, ricordo.

Come un tuono la notizia mi arrivò da dietro, dall’altro chierichetto che portava la cesta per la questua. Bussandomi alla spalla disse: – Piscè, stai nei cazzi. C’è Santino che ti deve vedere dopo. Stai nei cazzi.

Santino era un bambino non molto grazioso. L’estate aiutava a fare il manovale a suo padre, ed era convinzione comune che sollevasse centoventi chili sulle spalle. Senza fatica. E non capivo per quale ragione volesse vedermi. Ci pensai su durante tutta la processione di San Giovanni, credo non dissi neanche mezza Ave Maria. Attesi la fine del corteo, mi rivestii dei miei abiti civili e andai di corsa da Banana a chiedere spiegazioni.

Lo trovai al covo con Marchetta, che smanettava furioso sul biliardino senza più giocatori decapitati. Fu lui ad iniziare: – Gliel’ho dovuto dire che sei stato tu. Ha detto di dirti che stasera ci vediamo in piazzetta. Alle nove e mezza. Io ti capisco se non te la senti.

- Banà, che cazzo dici?

- Santino è venuto. S’è preso l’attak.

- Che minchia vuole mo Santino?

- Dice che l’attak è suo… buh?

- Oddio. Stasera ci vado e lo devasto quell’idiota – mi avviai nervoso verso l’uscita.

- Ah – disse Marchetta trattenendomi per un braccio- ha pure spezzato la testa a Beppe Signori!

Mi avvicinai furioso al biliardino e lo vidi. L’ala sinistra della squadra blu, il glorioso numero undici da sette goal a partita, era monco. Sfregiato. Senza testa. Un gesto ignobile. Stronzo. Figlio di puttana.

Senza dire una parola me ne andai imbestialito, chiusi la porta del magazzino con forza, e appena lontano dagli sguardi dei due scagnozzi scoppiai a piangere. La nausea mi colpì piegandomi in due. Poggiai una mano a terra e con l’altra diedi uno schiaffetto contro il muro, vedendomi bene dal farmi male. Santino mi avrebbe ucciso. Ma io mi sarei fatto valere. E poi che cazzo voleva Santino da me?

Mi presentai puntuale, da solo. Avevo mangiato riso e spinaci a cena. Mi sentivo forte. Santino venne coi suoi fedelissimi, ma se li portò più per compagnia che per paura. Nel vederli ebbi un attimo di sbandamento, ma decisi di non cadere nel tranello psicologico. Il vento non soffiava, il cielo era sereno e non c’era assolutamente l’atmosfera da film western. Posizionati alle due estremità della piazza ci studiavamo guardinghi. Lui rideva e scherzava coi suoi. Io lo guardavo cagandomi addosso. Poi mi avvicinai, con le mani giunte dietro la schiena, tenendo ben nascosta l’arma segreta. I passi erano lenti, lo sguardo fisso nei suoi occhi. A un tratto Santino smise di ridere, di botto, mostrandosi in tutta la sua potenza con una canotta rossa ridicola e le braccia muscolosette e abbronzate. Io non arrestai il mio cammino, non distolsi lo sguardo. Feci cinque passi, mi fermai. Non ero abbastanza vicino. Ne feci altri cinque e mi fermai ancora. Eravamo uno di fronte all’altro.

Iniziai io, – Santino, noi siamo amici e davvero non ho capito. Non ho capito che vuoi da me. Io sono venuto, mi vedi, ma non cerco la rissa, sono un tipo pacifico io. Ti ho portato un regalo. – Ta Da! Nello stupore generale cacciai la mia arma segreta. Sfilai da dietro la schiena un pacco di patatine San Carlo al pomodoro. Col tatuaggio dello scorpione in regalo. Una figata pazzesca, infallibile. Glielo porsi davanti, a due mani. Lo guardai fisso negli occhi.

Santino mi guardò, sorrise, abbassò lo sguardo poi mi guardò ancora. Si voltò verso i compagni annoiati. Rise rumorosamente, poi finalmente aprì bocca,

- Piscetta, figlio di puttana. Un gran bel regalo, cazzo. Ti sarà costato un botto di soldi. Non dovevi.

- Figurati Santino, io ci tengo all’amicizia.

- E dimmi, stronzetto, dove le hai comprate ste patatine?

- No, in realtà non le ho comprate, – dissi sorridendo, stracarico d’orgoglio – le ho rubate al negozietto di Donna Giuseppina. Quello che sta sopra la piaz… – Non feci in tempo a finire, e caddi a terra che potevo essere morto. Senza esagerare. Qualcosa mi colpì sul naso. Poi in faccia. Sulla pancia. E ovunque. Non vidi più la luce per un po’. Non sentii dolore. Porca puttana mi ammazzano, pensai. Che faccio prego? Chiamo l’A-Team, loro sì. Oddio. Se non la smettono mi ammazzano. Ma che cazzo. Cercai in tutti i modi di svenire ma non era mica facile. Restai cosciente come un idiota che non riesce nemmeno a svenire. Provai dolori lancinanti ai denti. Tossii. Poi, dopo qualche eternità smisero di picchiarmi. Respirai. Non chiedevo altro che aria. Ero diventato sordo. O cieco. Provai ad aprire gli occhi, e con una moderata sorpresa ci riuscii.

La faccia di Santino stava a cinque centimetri dalla mia. Il suo alito di latte mi fece quasi vomitare, ma non glielo feci notare, non volevo essere inopportuno. Mi prese per i capelli preparandomi al colpo di grazia. Che morte di merda, pensai.

Poi mi disse, freddo – Vai di nuovo a rubare nel negozio di mamma e giuro che t’ammazzo. Lo giuro, t’ammazzo.

Scoprii con sollievo di non essere diventato sordo, mi lasciò i capelli, – Andiamo! – gridò poi ai suoi compagni, che si alzarono di botto voltandomi le spalle. Fu quello il momento in cui capii di essere stato risparmiato. Lo ringraziai, ringraziai Dio, mentre Santino scomparve fiero dietro un vicolo, dando le spalle all’eroe decaduto.

Quell’estate Beppe Signori andò alla Sampdoria, poi al Bologna, e io non versai una lacrima. Lasciava la sua Lazio monca, senza testa. Un giorno qualcuno provò a riattaccargliela, ma fallì miseramente. Fallì, come la Cirio e l’Argentina.

Biagio Salerno, collettivomensa SpecialOne

’ultima goccia mi cadde dritta in un occhio, per poco non mi accecava la stronza. Non pioveva più ma le nuvole restavano al loro posto immobili. Banana mi fece cenno con la testa aldilà del vicolo, tutto scorreva secondo i piani. Mi voltai e vidi Marchetta che con ampi gesti delle braccia mi fece intendere platealmente che era tutto apposto. Pensai a qualche preghierina veloce da dire per ingraziarmi i favori di Gesù, ma mi passò di mente alla svelta. Chiusi l’ombrello ed entrai.

Donna Giuseppina stava dietro il bancone e tagliava il formaggio coi buchi. Non mi vide entrare né tirare un sospiro di sollievo. Dispensando sorrisi mimetici sgattaiolai tra la fila autogestita e mi portai infondo a quel corridoio con gli scaffali. La merce scadente grondava fuori dai ripiani, coi colori sbiaditi. Mi guardai bene dal non far cadere niente per non attirare l’attenzione dei presenti, metà dei quali dovevano essere miei potenziali parenti – o compari che fa lo stesso. Evitai le buste di patatine al pomodoro coi tatuaggi fichi, che in bilico nei cartoni strapieni rischiavano di cadere mandando a puttane il piano. Me ne tenni alla larga, ero decisamente prudente io.

Il frigo con le bibite mi si parava dritto davanti, ma decisi di aggirarlo un po’. Passeggiai tra i prodotti esaminando roba a caso. Dagli shampoo passai ai detersivi. Lessi le etichette con quelle parole difficili che in quinta elementare non ti insegnano ancora. Finsi di capirle, di essere un intenditore. Sgranavo gli occhi, mi impressionavo di quanto potessero essere importanti, sorridevo, mostrando tutto il mio stupore. La gente, casomai se lo fosse chiesto, avrebbe di sicuro creduto che ero lì per fare la spesa per la mia anziana nonna. Ero un nipotino molto servizievole.  Lo sapevano tutti.

Come pianificato il mio occhio vispo colse l’attimo in cui Donna Giuseppina batteva la cassa, nell’euforia generale. Qualcuno doveva aver detto qualcosa di molto divertente, perché ad un tratto ridevano tutti. Risi anche io con naturalezza. Riposi lesto i detersivi a posto, e mi avvicinai al frigo con le bibite in fila, tenendo lo sguardo dritto in aria. Non mi curai dell’ingegnoso sistema di sicurezza, uno specchio parabolico come quelli che si mettono nelle curve, che permetteva di far vedere il banco-frigo dalla cassa, mi sentivo inosservato. Il cuore forse mi batteva in modo strano, doveva essere il caldo maledetto di agosto. E l’umidità. E pensavo a mille altre cose del genere, anche più profonde del caldo d’agosto dell’umidità. Ma fu in quell’attimo in cui la mente mi parve vuota, che senza pensarci lo feci. Presi una coca cola in lattina e la infilai nell’ombrello, con coraggio e determinazione. Sangue freddo. Rispondevo al pericolo per le rime, come meritava. Niente mi avrebbe impaurito, niente avrebbe scalfito il mio cuore impavido.

Entrò altra gente nel negozio, qualcuno uscì. E io iniziai ad avere quella strana fretta che non deve assolutamente confondersi con la paura. La prima metà del piano era andata a gonfie vele. Ora tutto si prospettava in discesa. Trovai il coraggio e andai avanti. Trattenni il respiro. Mi caricai di responsabilità e inquadrai con lo sguardo lo scaffale con gli aggeggi per la casa. Era esattamente dove mi era stato descritto dai basisti nei numerosi sopralluoghi che avevano preceduto il colpo. Mi avvicinai in maniera diretta stavolta, la refurtiva nascosta nell’ombrello mi metteva ansia. Dovevo agire in fretta cazzo. Nei cinque passi di avvicinamento individuai la preda. Bastò un solo movimento, fatto senza la minima precauzione, e la confezione di superattak cadde per magia nelle mie mani supersoniche. La infilai sotto la maglia color pistacchio e la bloccai con le braccia conserte, poi, con l’ombrello appeso all’avambraccio, uscii a testa bassa senza salutare nessuno. Finalmente respirai.

Come previsto fuori dal negozio non c’era nessuno dei miei ad aspettarmi. Le direttive erano precise: al covo fra un quarto d’ora. Casomai non mi avessero visto entro un’ora, l’ordine era di disperdersi, tornare ognuno alla propria famiglia, dispensare sorrisi alla mamma e far finta di niente, aspettando la mattina seguente per cercare mie notizie.

Percorsi le salite tortuose alla svelta, carico d’orgoglio, con la coca cola che sbatteva nell’ombrello ad ogni passo e il superattak ancora bloccato sotto la maglietta dalle braccia conserte. Arrivai al covo e mi ripresi un po’, scaricando la tensione su un formicaio che stava divorando uno scarafaggio. Uccisi tutto quello che potevo con la punta dell’ombrello e bevvi la coca d’un fiato, guardandomi bene da occhi indiscreti. Al momento giusto bussai. Come preventivato i pugni chiusi si schiantarono tre volte contro il portone marrone. Attesi qualche secondo ma nessuno mi rispose. Bussai un’altra volta, con tre colpi ritmati molto più precisi dei precedenti, ma ancora non udii alcuna voce. Mi venne poi una voglia matta di capire che razza di ora fosse, e scoprire se quei cinque minuti del colpo in realtà erano stati una eternità, e io non me n’ero accorto. Ma non avevo l’orologio, merda. Ne avevo ricevuti a migliaia per la Prima Comunione ma non ero mai riuscito ad indossarli. Pensai poi ai miei amici e ai loro fottuti orologi subacquei, fichissimi. Avranno guardato quelle maledette lancette e mi avranno lasciato solo come un cane, con la refurtiva in mano e nemmeno un covo dove nascondermi. Maledetti infami svizzeri. Caddi per un attimo nello sconforto, poi bussai ancora, per un ultimo disperato tentativo, stavolta con calci e pugni chiusi mandando a puttane tutti i codici e le misure di sicurezza.

- Oh – gridai – svizzeri di merda, ci siete?!

Passarono numerosi attimi. Ebbi tutto il tempo per pensare di piangere più di una volta, poi una voce nel silenzio prese coraggio e dall’interno mi rispose bassissima, – I colpi sono quattro non tre – sussurrò.

- Cazzo, vero –  pensai ad alta voce bussando quattro volte.

- Parola d’ordine?

- Beppe Signori

- E’ lui, apriamo!

La porta si aprì ma non vidi nessuno. Scesi le scale del vecchio magazzino adibito a covo segreto. Era buio. Qualcuno richiuse la porta dietro di me e accese la luce, con la trasparenza di un Vietcong. Mi apparvero di botto, in tutta la loro mediocrità, piccoli al mio cospetto. Banana mi guardò dritto senza parlare. Marchetta, seduto, mi parlò senza guardarmi,

- Allora? – mi fece con voce arrogante.

- Allora è stato terribile porca vacca – risposi – mi hanno scoperto ma ce l’ho fatta per un pelo. Non mi hanno visto in faccia giuro. Li ho depistati velocissimo col cuore in gola. Sono velocissimo io, lo sapete no? E in salita poi… E poi l’attak era in alto. Ho dovuto arrampicarmi. Avreste dovuto vedermi. E andava tutto liscio. E guarda tu proprio quando stavo uscendo ‘zì Peppe’ non mi chiede che c’ho sotto la maglia? E io subito fuori a correre. Corro all’impazzata e travolgo ogni cosa. Un uragano. E inciampo pure sopra Annamaria, che cade ma capisce quello che sta succedendo e mi sorride, cara. E la luce che usciva da sotto le nuvole e io non ci vedevo più. A occhi chiusi sono arrivato fino qua. A memoria. È stata dura cazzo, è stata dura… Però tranquillo.

Banana, con le labbra serrate, mi poggiò la mano sulla spalla e annuendo crollò in ginocchio e pianse ai miei piedi. Intanto lo sguardo carico d’invidia di Marchetta si mescolava al mio fiatone esagerato, probabilmente mi stava odiando, ma infondo lo capivo. Non era facile essere il complice di un genio, di una leggenda. Preso dall’emozione chinai sfinito la testa sul petto, con le braccia tese sulle ginocchia flesse. Poi strinsi i pugni, trovai le forze che avevo nascosto per l’occasione e proferii solenne il discorso che suggellava l’impresa,

- Ora vai Banana, prendi il biliardino e portalo qua, che gliele riattacchiamo una buona volta ste teste – e nel dirlo, lo giuro, mi sentii un dio.

Capii subito che ero diventato un eroe popolare, ma tenni i piedi per terra. Giurai su Beppe Signori in persona che non me ne sarei vantato, mai. Sarei rimasto un ragazzo semplice, nell’anonimato, lontano dal lusso e dalla vanagloria. Ma ero pur sempre un eroe e sapevo che prima o poi avrei dovuto pagarne il conto. A poco a poco di sicuro lo avrebbero saputo tutti, la voce si sarebbe espansa a macchia d’olio tra tutti i bambini del paese, era inevitabile. A breve sarei anche stato costretto ad entrare nell’A-Team, e lì sarebbe stata la fine, si sarebbe trattato di clandestinità. Ero spaventato, ma avrei corso il rischio, ero pronto ormai. Poi d’un colpo rabbrividii e mi venne un po’ di nausea. Decisi di andare a letto. L’indomani sarebbe stata una giornata dura. Era San Giovanni, c’era la festa di paese.

Arrivai con qualche minuto di ritardo ma nessuno se ne accorse. Tagliai la nuvola d’incenso che invadeva la stanza, riuscendo a malapena a scansare tutti quegli omini vestiti di bianco. Tolsi la maglia azzurra numero undici della Lazio e la buttai a cazzo su una sedia, non ero un tipo da attaccapanni. Indossai alla rinfusa l’abito bianco di cotone scadente e corsi dritto verso il bagnetto. Pisciai, facendo molta attenzione a non pisciarmi sul vestito, come già mi era successo qualche anno prima quando mi ero guadagnato l’ingiurioso soprannome di “Piscetta”. Dopo goffi tentativi e brutti pensieri decisi di farla seduto. La feci seduto, che male c’era?  Uscii senza lavarmi le mani, frenetico. La sagrestia era deserta, ma me ne accorsi solo dopo un po’, quando l’incenso si diradò dalle finestre rivelando solo vestiti, santini e foto appese alle pareti bianche. Quegli infami erano usciti in processione senza di me. Non mi avevano aspettato, maledetti. Corsi subito fuori per raggiungerli, fermandomi più volte a controllare se avevo il vestito sporco di pipì. Era sporco. Ma non di pipì.

Li raggiunsi a breve, mescolandomi tra le voci e la musica e le carezze delle signore che si ripetevano fiere “quant’è bell’ stu bambino”. Presi il mio posto che non esisteva e svolsi alla perfezione tutti i miei compiti da chierichetto, che consistevano nel camminare a mani giunte e faccia seria dietro le candele e farsi ripetere in loop  “quant’è bello stu bambino”. C’erano anche dei pizzicotti, ricordo.

Come un tuono la notizia mi arrivò da dietro, dall’altro chierichetto che portava la cesta per la questua. Bussandomi alla spalla disse: – Piscè, stai nei cazzi. C’è Santino che ti deve vedere dopo. Stai nei cazzi.

Santino era un bambino non molto grazioso. L’estate aiutava a fare il manovale a suo padre, ed era convinzione comune che sollevasse centoventi chili sulle spalle. Senza fatica. E non capivo per quale ragione volesse vedermi. Ci pensai su durante tutta la processione di San Giovanni, credo non dissi neanche mezza Ave Maria. Attesi la fine del corteo, mi rivestii dei miei abiti civili e andai di corsa da Banana a chiedere spiegazioni.

Lo trovai al covo con Marchetta, che smanettava furioso sul biliardino senza più giocatori decapitati. Fu lui ad iniziare: – Gliel’ho dovuto dire che sei stato tu. Ha detto di dirti che stasera ci vediamo in piazzetta. Alle nove e mezza. Io ti capisco se non te la senti.

- Banà, che cazzo dici?

- Santino è venuto. S’è preso l’attak.

- Che minchia vuole mo Santino?

- Dice che l’attak è suo… buh?

- Oddio. Stasera ci vado e lo devasto quell’idiota – mi avviai nervoso verso l’uscita.

- Ah – disse Marchetta trattenendomi per un braccio- ha pure spezzato la testa a Beppe Signori!

Mi avvicinai furioso al biliardino e lo vidi. L’ala sinistra della squadra blu, il glorioso numero undici da sette goal a partita, era monco. Sfregiato. Senza testa. Un gesto ignobile. Stronzo. Figlio di puttana.

Senza dire una parola me ne andai imbestialito, chiusi la porta del magazzino con forza, e appena lontano dagli sguardi dei due scagnozzi scoppiai a piangere. La nausea mi colpì piegandomi in due. Poggiai una mano a terra e con l’altra diedi uno schiaffetto contro il muro, vedendomi bene dal farmi male. Santino mi avrebbe ucciso. Ma io mi sarei fatto valere. E poi che cazzo voleva Santino da me?

Mi presentai puntuale, da solo. Avevo mangiato riso e spinaci a cena. Mi sentivo forte. Santino venne coi suoi fedelissimi, ma se li portò più per compagnia che per paura. Nel vederli ebbi un attimo di sbandamento, ma decisi di non cadere nel tranello psicologico. Il vento non soffiava, il cielo era sereno e non c’era assolutamente l’atmosfera da film western. Posizionati alle due estremità della piazza ci studiavamo guardinghi. Lui rideva e scherzava coi suoi. Io lo guardavo cagandomi addosso. Poi mi avvicinai, con le mani giunte dietro la schiena, tenendo ben nascosta l’arma segreta. I passi erano lenti, lo sguardo fisso nei suoi occhi. A un tratto Santino smise di ridere, di botto, mostrandosi in tutta la sua potenza con una canotta rossa ridicola e le braccia muscolosette e abbronzate. Io non arrestai il mio cammino, non distolsi lo sguardo. Feci cinque passi, mi fermai. Non ero abbastanza vicino. Ne feci altri cinque e mi fermai ancora. Eravamo uno di fronte all’altro.

Iniziai io, – Santino, noi siamo amici e davvero non ho capito. Non ho capito che vuoi da me. Io sono venuto, mi vedi, ma non cerco la rissa, sono un tipo pacifico io. Ti ho portato un regalo. – Ta Da! Nello stupore generale cacciai la mia arma segreta. Sfilai da dietro la schiena un pacco di patatine San Carlo al pomodoro. Col tatuaggio dello scorpione in regalo. Una figata pazzesca, infallibile. Glielo porsi davanti, a due mani. Lo guardai fisso negli occhi.

Santino mi guardò, sorrise, abbassò lo sguardo poi mi guardò ancora. Si voltò verso i compagni annoiati. Rise rumorosamente, poi finalmente aprì bocca,

- Piscetta, figlio di puttana. Un gran bel regalo, cazzo. Ti sarà costato un botto di soldi. Non dovevi.

- Figurati Santino, io ci tengo all’amicizia.

- E dimmi, stronzetto, dove le hai comprate ste patatine?

- No, in realtà non le ho comprate, – dissi sorridendo, stracarico d’orgoglio – le ho rubate al negozietto di Donna Giuseppina. Quello che sta sopra la piaz… – Non feci in tempo a finire, e caddi a terra che potevo essere morto. Senza esagerare. Qualcosa mi colpì sul naso. Poi in faccia. Sulla pancia. E ovunque. Non vidi più la luce per un po’. Non sentii dolore. Porca puttana mi ammazzano, pensai. Che faccio prego? Chiamo l’A-Team, loro sì. Oddio. Se non la smettono mi ammazzano. Ma che cazzo. Cercai in tutti i modi di svenire ma non era mica facile. Restai cosciente come un idiota che non riesce nemmeno a svenire. Provai dolori lancinanti ai denti. Tossii. Poi, dopo qualche eternità smisero di picchiarmi. Respirai. Non chiedevo altro che aria. Ero diventato sordo. O cieco. Provai ad aprire gli occhi, e con una moderata sorpresa ci riuscii.

La faccia di Santino stava a cinque centimetri dalla mia. Il suo alito di latte mi fece quasi vomitare, ma non glielo feci notare, non volevo essere inopportuno. Mi prese per i capelli preparandomi al colpo di grazia. Che morte di merda, pensai.

Poi mi disse, freddo – Vai di nuovo a rubare nel negozio di mamma e giuro che t’ammazzo. Lo giuro, t’ammazzo.

Scoprii con sollievo di non essere diventato sordo, mi lasciò i capelli, – Andiamo! – gridò poi ai suoi compagni, che si alzarono di botto voltandomi le spalle. Fu quello il momento in cui capii di essere stato risparmiato. Lo ringraziai, ringraziai Dio, mentre Santino scomparve fiero dietro un vicolo, dando le spalle all’eroe decaduto.

Quell’estate Beppe Signori andò alla Sampdoria, poi al Bologna, e io non versai una lacrima. Lasciava la sua Lazio monca, senza testa. Un giorno qualcuno provò a riattaccargliela, ma fallì miseramente. Fallì, come la Cirio e l’Argentina.

Biagio Salerno, collettivomensa


Illustrazioni – Francesco D’Isa

14 Dicembre 2009
Francesco D’Isa, Collettivomensa SpecialOne, Firenze 2009


Dreadlock! (episodio pilota) – di Jacopo Nacci

13 Dicembre 2009

Le ginocchia flesse, le mani che stringono l’orlo del tetto, i lucchetti giganteschi e neri che pendono gravi nel vuoto, osserva sotto di sé Piazza dell’Unità, ragazzini giocano nel campo da basket. Da un’ora l’etiope entra ed esce dal suo negozio, che è una vetrina vuota e una scritta incomprensibile. Adesso lo vede salutare, con un gesto del braccio torto e sottile, il giovane bengalese che alza la serranda della Kebab House lì accanto. Negli auricolari suona Hero di Nas, la playlist di Matteo esprime l’idea di Matteo sull’intera faccenda. Dreadlock sorride, di questo potere non sa bene che fare, solo confida nella voce che da ventisette giorni parla dentro di lui e lo spinge sulle strade, sopra le strade. Ma il crimine è astratto, la sua rete avvolge il pianeta, a che serve spaventare strozzini e caporali del lavoro nero se un ricattato ha bisogno del ricattatore, se è lui a cercarlo? Così Babilonia ha inventato la soluzione: se rendi inutile il bene stringi il mondo nel pugno, nessuno può muoversi. Comprende che l’effetto della ganja sta svanendo: ha pensieri da debole. Tra poco esalerà da se stesso e il residuo fisico si complicherà in una muscolatura contratta dall’assillo, in eccessi di trigliceridi irragionevoli, un corpo che si autocensura, organi individualisti che coltivano paranoie, reclamano attenzione, richiamano informazione, inquinano il silenzio necessario alla vita, il corpo da corpo si farà corpo occidentale.
Respira. Apre le braccia ampie. Scaccia dalla mente l’incaponirsi. Sorride. Si solleva sulle gambe generose, i piedi leggermente costretti nelle scarpe da ginnastica verdi, che non gli dispiacciono, ma avrebbe preferito averne di non prodotte da multinazionali: a questo Matteo avrebbe dovuto pensare, ma è difficile pensare come Dreadlock quando si è Matteo, Dreadlock lo sa, non si lascia inquinare dalla riprovazione. I jeans al ginocchio e la maglietta gialla snudano muscoli moreschi, sontuosi. I lucchetti crollano ovunque dal capo, una grandine di nodi fino ai fianchi. La mano destra si alza e convoca il più diffuso tra i quattro elementi, le iridi divorano i bulbi oculari, sfere nere al posto degli occhi. Il vento risponde. Dreadlock si volta verso sud, corre e si lancia nel vuoto come un saltatore in lungo: il vento lo accoglie, lo solleva sulle strade di Bologna, assiste il suo balzo fino al prossimo tetto e qui dolcemente lo accompagna nell’approdo, morbido, il rasta gigante proteso in avanti, le braccia che creano equilibrio, le gambe flessuose non interrompono la corsa.

Da Lorenzo, Matteo sudato e affamato cerca di nuovo il miracolo, la novità che in ventisette giorni è divenuta familiare. Lorenzo sostiene che Dreadlock ha invece ventisei anni: non c’è nulla in te, dice a Matteo, che non venga da te. E Matteo gli dà ragione, è un teorema che agevolmente svolge, ma avverte in modo oscuro che Dreadlock non sarebbe d’accordo.
Ventisette giorni prima erano a casa di Lorenzo. Matteo su una sedia fabbricata a Bamako con tre tipi diversi di legno, Lorenzo steso sul divano ricoperto di un telo nero e setoso. Persiane chiuse, penzolava tra loro una lanterna marocchina che rimescolava ombra e luce arancione sui manifesti dei rave europei e asiatici, sul gigantesco telo parietale: un serpente a due teste nero in campo ocra. Suonava il Massive Dub Box Set della Trojan e Lorenzo aveva questa cosa da dire: d’aver ricevuto della ganja che, gli aveva detto quello che gliela aveva venduta, è cresciuta sulla tomba di Re Salomone. Matteo era scoppiato a ridere. Lorenzo aveva aperto un bauletto verde smeraldo, filamenti dorati ne arabescavano i contorni. Ne aveva tratto un involto di cellophane dal ripieno di diversi verdi, lo aveva srotolato a lungo, con cura, fino a metterne a nudo il cuore vegetale.
– Conosco il mio uomo.
– Quanto lo conosci, il tuo uomo?
– Mi ha ospitato in Nepal. È di Lumbini.
– E tu credi a un nepalese che ti smazza dell’erba sostenendo che è di Re Salomone.
– Senz’altro, – aveva detto Lorenzo mostrando alla luce della lanterna l’agglomerato di verdi – specialmente se è un mistico che ha settant’anni e ne dimostra quarantadue, se ritiene la menzogna un’asma del karma e se la tomba di Salomone si trova a Kapilavastu, venticinque chilometri da Lumbini, in Nepal, come sostiene anche Giuseppe Tucci.
– Capirai, Tucci, uno che ha firmato pure il manifesto della razza.
– Non ha fatto solo quello, sai – aveva detto Lorenzo senza guardarlo, staccando una cima.

Il campo di basket è vuoto, di notte. Li vede arrivare dalla sua destra, in basso sulla strada, formiche bianche vestite di nero, grossi come sono grossi i bianchi: muscoli enormi, ipertrofici, legati tra loro dalla colla del grasso che li rende levigati. Nota bastoni gommati. Non sa se si può. Non crede: niente armi, avevano sostenuto, solo cellulari; invece ognuno aveva immaginato e molti sperato come sarebbe andata a finire. L’ipocrisia ha spazzato la strada, la nevrosi esce in parata. Barcollano, ridono, offendono l’umano. Bevono. Non sa se si può. Coglie frammenti di volgarità, una caricatura della civiltà, la fregatura dell’età dei lumi. Battono con i bastoni sulle serrande calate, rintronare di ferraglia che copre per poco il dire sguaiato. Più in là, su un percorso prevedibile, la serranda abbassata a metà del negozio di nulla dell’etiope. Nel suo cuore Jah parla, ma che fare? Legge, o giustizia, o bene? La legge è ingiusta, la giustizia è spietata. Nemmeno a porsi la domanda, ma il bene è complicato, diverso ogni volta.
La ronda s’è fermata prima di arrivare al negozio, davanti alla Kebab House. Non piace a Dreadlock. Il vento accoglie il rasta che precipita ad arti spalancati, gli serve un atterraggio morbido. L’asfalto rilascia il calore del giorno, lo sente attraverso la gomma delle scarpe. Si nasconde dietro un albero, nei pressi del campo da basket, abbastanza vicino da ascoltare. Non è solo: avverte sguardi richiamati alle finestre dai versi della ronda. Sono entrati in tre nella Kebab House, due in piedi davanti al banco fanno mostra delle spalle enormi, uno di profilo s’appoggia al muro di sinistra; dietro il vetro del banco li guardano due bengalesi in camicia bianca: il giovane, capelli stirati alla nuca dalla brillantina, l’altro più anziano, ciuffi anarchici striati di bianco. Di entrambi coglie l’allarme.
– Sei Moretti – fa un rondista, con il bastone indica il vecchio.
– No bira, – fa il giovane, alza le mani e si indica l’orologio, – tardi.
– “Birra”, non “bira”, – fa il rondista.
– No bira. Sì, – conferma il giovane.
– Questo non capisce un cazzo – fa il più grosso di tutti, poi al bengalese – l’italiano dovete parlare. A noi le birre le dai, noi siamo la ronda.
Il negoziante anziano tace, si abbassa, apre due sportelli e mette sul banco sei Moretti, tre per mano.
– Sedici e venti – fa il ragazzo, lo sguardo altrove.
– Ecco, – il rondista massiccio mette una banconota da venti sul banco, – e fa’ lo scontrino.
Il giovane batte sul registratore, lo scontrino cresce e lui lo strappa, lo poggia sul banco. Si abbassa e sfila tre buste di plastica bianca da una qualche trincea. In quel momento quello appoggiato al muro si desta. È giovane, ha la voce fatta dal disprezzo:
– Eh! Eh! Eh! Che cazzo fai? Vendi birre dopo le dieci? Eh?! Vendi birre dopo le dieci? Adesso – brandisce un cellulare argenteo – lo chiediamo ai carabinieri, cosa dobbiamo fare di voi.
Il giovane bengalese indica il tizio grosso che ha chiesto le birre:
– Lui ha detto può. Lui ha detto, – non c’è speranza nella voce, c’è protesta al gioco vigliacco.
– Cos’ho detto io? Qualcuno ha sentito niente?
Scoppiano risa, più aperte di prima, nervose: salgono i giri, c’è attesa, la festa è vicina. I tre rimasti all’esterno guardano dentro. Non s’accorgono che da sotto alla serranda del negozio accanto sbuca la testa dell’etiope, poi il corpo, i piedi, poi il braccio con il fucile. Solo ora uno si volta:
– Ei, aspett…
– Viaaa! – grida l’etiope con voce roca, sudato, il volto contratto, il fucile che mira.
S’alzano mani di resa, le pance tremano sui corpi immobili, s’alzano i no no no, i calma calma calma. Quelli che stavano dentro escon fuori, cauti s’adeguano a mani in alto. Un bastone gommoso cade a terra. L’etiope muove ora la bocca di fuoco sulla ronda, lentamente.
– Sono italiano! – ripete antiritmico, abbassa lo sguardo e lascia la mano sul grilletto a reggere il fucile, l’altra che fruga nella tasca mentre il fucile traballa, no no no fa la ronda; l’etiope scartoccia qualcosa, lo espone, – sono italiano! – ghigna, – adesso basta: adesso io faccio ronda!
Il vento segue le indicazioni di Dreadlock, il potere degli occhi anneriti: con un colpo secco strappa il fucile dall’etiope, ora perplesso, in una mano la carta misteriosa e l’altra all’improvviso nuda nell’aria. La ronda lo assale urlando. Un istante prima dell’urto Dreadlock è nel mezzo, in mano il fucile raccolto dal vento. La ronda gli è quasi sopra. I primi due volano alle sue spalle, come proiettati da una pedana invisibile. Goffi sacchi neri in lenta parata aerea. Per gli altri bastano mani e piedi e ora in tre sono a terra storditi. Sente l’etiope pronunciare lunghe formule magiche alle sue spalle. Si disfa del fucile che scompare nel buio dall’altra parte della strada. Gli è ora addosso il giovane dalla voce di disprezzo, tignoso. Nella stretta di lui distingue una figura massiccia attraversare la strada correndo: il fucile! È un gesto istintivo della mano quello che rende violenta l’aria, il rondista diretto al fucile si fa concavo nella pancia, arcuato, le braccia e le gambe tese in avanti mentre sorvola la strada all’indietro. L’impatto con la vetrina dà brividi a Dreadlock, lame di vetro cadono sul rondista urlante, arti impazziti, schizzi di sangue. Quello che lottava con lui è ora immobile:
– Babbo! – urla, – babbo! – si getta sul corpo che ha occhi sbarrati e un vetro confitto in un lato del collo, grida su Dreadlock lapilli di bava – pezzo di merda! Negro! Ti ammazzo! – fruga nella cinta del padre: una pistola. La punta.
Il rasta non si muove, si abbandona alla certezza di morte, accoglie la calma:
– Non farlo. Posso salvare quell’uomo. Lascia che lo prenda.
– Ti ammazzo! Che cazzo dici! Ti ammazzooo!
– Guarda, – muove l’indice, il giovane sente una brezza, una lama di vetro si solleva dal braccio dell’uomo ferito e levita nell’aria, – posso fare molte cose. Posso portarlo in osped…
Ma uno sparo rimbomba e la spalla gli esplode, vede il giovane sorpreso guardarsi intorno. La mano sinistra corre al dolore e affonda in un liquido colloso. Poi un altro colpo e non è per lui, un rantolo alle spalle, si volta e l’etiope è a terra scomposto, gli occhi sbarrati, sangue dalla tempia, la mano che abbandona una foto in bianco e nero, consumata: un uomo bianco in uniforme cachi, il sorriso che taglia il volto antico e spigoloso, un fucile in mano e una donna africana al fianco.
Il rondista che ha sparato è in mezzo alla strada, il fucile dell’etiope tra le braccia, gli occhi della follia.
– T’ho ammazzato negro di merda. Italiano ’sto cazzo. Italiano ’sto cazzooo!
Dreadlock sente le forze abbandonarlo, il vuoto crescergli dentro i muscoli, chiede aiuto al vento, il terzo proiettile gli sfiora il piede sinistro mentre sale nel nero dei tetti.

Si sveglia ed è sul divano di Lorenzo. Sente da subito una febbre potente e un dolore sconosciuto. La mano corre alla spalla, trova la fasciatura.
– Stai benissimo – fa Lorenzo, un joint gli pende dalla bocca, ha tra le mani una tazza che porge all’amico – bevi questo, oggi niente caffè.
– Devo andare in ospedale.
– Certo, e cosa gli racconti? Tranquillo, non hai più nulla in corpo. Ho levato tutto.
– Ma…
– Fidati. Nei Balcani si imparano molte cose e molto bene. To’ – si toglie il joint dalle labbra, la mette tra quelle dell’amico – fuma: ti serve un corpo che reagisca meglio e soffra di meno.
– Un uomo è morto, Lorenzo – aspira forte dal filtro – forse due.
– Lasci? – domanda l’amico, e Matteo fuma e considera, vorrebbe rispondere ma non sa la risposta. Riconosce la transizione che avviene. Scatta in piedi, il dolore è una storia remota, che non lo coinvolge. Rimane aggrappato a lembi di pensiero mentre il pensiero è risucchiato altrove da una corrente invincibile. Il corpo trema per lunghi istanti. Poi si deforma, si amplia. I muscoli si sviluppano, la pelle scurisce, le labbra si gonfiano. La fasciatura si strappa, i capelli scendono e si annodano. L’espressione, da vacua, conquista una calma seria.
– Anche in questo momento sento la voce dell’Onnipotente dentro di me, sai Lorenzo. Vuol dire che va bene così, e se anche sbaglio non ho timore, – enorme, il rasta sorride – grazie di tutto, mi faccio vivo io.
Lascia a Lorenzo ciò che rimane del joint. Va alla finestra, la spalanca. L’iride divora il bulbo oculare, Dreadlock si lancia nel vuoto.

Jacopo Nacci, Collettivomensa SpecialOne, Firenze 2009

Fai bestemmiare il tuo bianco Natale

13 Dicembre 2009

Il Collettivomensa si piega al maledettissimo open source e vi svende aggratis la sua rivistuccia. Il link del pdf lo trovate cliccando sulla fica con la dentiera qui a sinistra o qui sotto, è un po’ lento, ma dopo un paio di bestemmie si apre, senza dimenticare che la rivista è ancora possibile richiederla per email o nelle librerie che trovate sempre qui in fondo a sinistra. E non è finita, siccome a Natale siamo tutti più gai, tutti i contributi dello Specialone verranno pubblicati su questo blog, uno alla volta, in ordine di comparizione – perchè ce l’ha detto Dio. Si inizia con Jacopo Nacci e il suo supereroe Dreadlock. Non si esce vivi dall’underground, neanche dall’underwater, dal subrealismo, dal suv, dal neo, ma ci siamo capiti:

E mentre a casa del Collettivomensa si fanno i turni per pulire le fughe delle mattonelle del bagno, il creatore automatico di numeri speciali del Collettivomensa insieme a rami deviati della letteratura mainstream sta preparando il prossimo numero “L’immaginazione al dovere” che uscirà probabilmente a Febbraio 2010. Sottoponeteci le vostre idee, le vostre foto in costume da bagno e/o da carnevale (per i maschietti), e i vostri lavori che probabilmente tra una mattonella e l’altra ci innamoriamo di voi e/o di noi (nei casi sfortunati). Spacchiamo culi e bicchieri: collettivomensa[chiocciolah]yahoo.it