Elena Rapa in mostra a Firenze

1 febbraio 2010

La nostra amatissima disegnatrice Elena Rapa sarà in mostra dal 5 al 27 febbraio al teatro Puccini di Firenze.

L’esposizione della geniale artista marchigiana sarà inaugurata il 5 alle 19.00 – a tal proposito: si mangia aggratisse.

Il collettivomensa sarà presente con lo SpecialOne e Graffa Fanzine e Lamette Comics e figli.


Allegoria 1977-2001 – Gregorio Magini

26 gennaio 2010

Un giorno il professor Domenico Bendalusi si trovò in una situazione in cui non poteva andare avanti né tornare indietro. Siccome quando ne parleremo ci troveremo bloccati anche noi, conviene sbrigare subito le pratiche di rito.

Così dunque era l’uomo: non aitante ma nemmeno fiacco, di appetiti costanti ma non travolgenti, uso all’ironia ma di questa nemico. Di sé diceva:

«Mi chiamo Domenico Bendalusi. Sono professore di Sociologia alla Sapienza di Roma. Dei miei anni di insegnamento (associato dal 1977, ordinario dal 1982 al 2001), ricordo che all’inizio sparavo boiate in buona fede sull’assorbimento della classe operaia nella piccola borghesia, e alla fine sparavo boiate in mala fede sulle politiche del lavoro e sui vantaggi della flessibilità, sperando segretamente che un avanzo delle Brigate Rosse prima o poi se ne accorgesse. Ricordo anche che hanno sparato a Marta Russo. Quando gli studenti mi chiedevano chi è stato (sì, quegli idioti alzavano la mano e chiedevano “professo’, ma chi è stato?”), io rispondevo: “Come disse Pasolini: io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Alcuni prendevano appunti.»

Sull’ironia aveva molto da dire:

«La faccenda dell’ironia e del disincanto iniziò nei primi anni ’80, ma in modo confuso, non troppo convinto. A quei tempi nessuno ci capiva niente su nulla. Credevamo che fosse perché eravamo giovani: la nuova generazione che si affacciava al mondo. Fresca di lotte studentesche. Una volta anch’io, come Massimo D’Alema, ho lanciato una molotov. Ma non era l’inesperienza il nostro tallone d’Achille: era il nostro cervello. Avevamo e naturalmente abbiamo ancora il cervello bacato, sbagliato. Eravamo come dei cani che cercano di mangiare con coltello e forchetta. I nostri discendenti e discepoli, quelli che alzano la mano in classe, verso i quali del resto non nascondo tutto il mio disprezzo, sono ancora peggio, sono come cani che hanno imparato a mangiare con coltello e forchetta. Fu attraverso la loro influenza che si passò gradualmente alla seconda fase dell’ironia e del disincanto. A forza di lasciarci guardare da quei banchi con quello sguardo ottuso, lo sguardo appunto di un cane seduto a una tavola imbandita, ci siamo, noi professori, imbaldanziti. Nel disprezzo e nel distacco da quei musi tonti, abbiamo elaborato e iniziato a diffondere un credo che ci permettesse, extrema ratio, di mantenere l’autorità per insegnare. Prendemmo a dire che nessuno ci capiva niente perché era impossibile capirci qualcosa, perché il capitalismo avanzato rendeva il mondo incomprensibile all’uomo contemporaneo almeno quanto la natura aveva reso il mondo incomprensibile all’uomo primitivo. La democrazia, che fino ad allora avevamo insegnato come male minore, divenne condizione naturale. Era impossibile non essere tolleranti. Era impossibile accendere la tv e non ridere. Era impossibile non farsi pena in coda alla cassa dell’Esselunga. Raccomandammo a tutti di guardarsi dalle ideologie, perché impedivano di cogliere le sfumature, i dettagli, gli unici dati certi dell’esperienza. L’unica cosa che volevamo, in realtà, con tutti gli artifici della nostra autorità molle, convessa, era essere finalmente costretti ad abdicare, essere cacciati dalle aule, e che l’Università fosse abolita. Dimostrare che avevamo ragione, che eravamo noi i maestri della fine della cultura. Nell’attesa, le punte più avanzate del corpo docente si dedicavano, con l’ammirevole anticipo sui tempi tipico degli intellettuali, alla pedofilia.

Era il tardo pomeriggio di sabato 21 luglio 2001. Avevo rimorchiato una mia allieva mostrando simpatia per i manifestanti di Genova…»

Se il professore permette, riprendiamo noi la parola.

La lezione, cui mancavano già tre quarti degli studenti che frequentavano il corso, si trascinava assurdamente e stancamente nel caldo, quando uno dei ragazzi gridò:

– Hanno ammazzato un manifestante!

Il professore sulle prime non capì, poi vide che il ragazzo brandiva il cellulare. Parve incupirsi, ma si sentì in dovere di dar credito alla notizia, e di sottolineare, qualora fosse confermata, la gravità dell’evento. Congedò gli studenti, i quali sciamarono chiedendosi se c’era una “riunione del Social Forum”. Una di loro indugiò un istante sulla porta, e poi tornò verso il professore, che stava riordinando i lucidi che aveva mostrato a lezione.

– Professore, – disse, – Lei non viene?

Qui torna comodo tornare ai ricordi in prima persona del Bendalusi:

«Era una bambina, ma alta più di me. Mentre rispondevo, le guardavo le spalle larghe e nude. Profumava di un profumo mieloso, e si vedeva che aveva una voglia prepotente di accoppiarsi con me. Si chiamava, miserevolmente, Gioia. Insistette affinché io le lasciassi il mio numero di telefono, così che lei potesse inviarmi un messaggio quando sarebbe stata fissata la protesta serale. Acconsentii.»

Un’ora e mezza più tardi, ed erano quasi le otto, il professore ricevette un sms dalla ragazza: “Professore il raduno è saltato, preparano i pullman per stanotte. Incontriamoci all’edificio *** tra 20 min. Baci Gioia.”

Il professore prese la sua valigetta e si diresse all’edificio ***. Per strada c’era poca gente, mentre il caldo torrido si scioglieva nell’afa serale.

Il cancelletto del cortile esterno dell’edificio *** era aperto. La facciata incombeva minacciosa, con le sue travature metalliche aggettanti innestate sui resti un vecchio edificio borghese distrutto durante la guerra. In portineria non c’era nessuno, pareva che tutto il dipartimento fosse deserto. Nel mezzo dell’atrio, salivano due doppie rampe di scale che si incrociavano a metà altezza, formando una X. Una delle rampe sboccava in direzione dell’uscita, e l’altra verso lato opposto, dove si aprivano i labirintici corridoi degli uffici, della biblioteca, delle sale studio. La “ʌ” formata dai gambi inferiori della X era da un lato una parete di cemento a vista che ospitava una fila di bacheche, mentre dall’altro la parete era sempre di cemento ma spoglia. Fra due fotocopiatrici dismesse e impolverate, si apriva una porticina di metallo.

Il professore si grattava la testa perplesso. Era incerto se arrischiare una telefonata potenzialmente compromettente. In quella, la porticina, che era accostata, si aprì. Se ne affacciò Gioia, e disse:

– Vieni, ti faccio vedere una cosa.

Rientrò prima che lui potesse rispondere. Ma anche qui conviene rifarsi alla viva voce del professor Bendalusi, stavolta un po’ più a lungo:

«Scossi la testa e mi avvicinai alla porta. Sentivo i suoi passi scendere delle scale che non vedevo. Proprio mentre afferravo la maniglia, sentii un’esclamazione sorpresa, poi un rapido accelerare dei passi, un grido e una serie di tonfi come di qualcosa che rotola.

– Gioia! – chiamai, e corsi dentro.

Un breve andito male illuminato piegava bruscamente verso destra, e da lì scendeva ripida una gradinata. Una decina di metri più in basso, su un pianerottolo, stava Gioia distesa e immobile, ovviamente morta.

Ero furioso. Questa cretina si era rotta l’osso del collo. Non che non mi dispiacesse, ma mi aveva messo in una brutta situazione. Posto che nessuno mi avesse visto entrare, potevo ancora svignarmela, magari con calma, cercando un’uscita sul retro. Dovevo solo pulire la maniglia, e controllare che fosse morta per davvero. Mi accostai al corpo. Non c’era sangue, ma il collo era girato male. Posai l’indice e il medio sulla carotide, feci una certa pressione, aspettai, ma non c’era battito.

Accanto alla ragazza, sul pavimento, c’era una specie di bastone spezzato. Una metà era stretta nel pugno di lei, l’altra a mezzo metro di distanza. La raccolsi. Era un corto randello di granito, levigato; pochi centimetri sotto la parte apicale, una scanalatura formava un anello. Mentre soppesavo il curioso oggetto, mi resi conto che il pianerottolo non portava da nessuna parte. Né sbocchi, né porte. Che cosa mi aveva voluto mostrare la ragazza? Il manganello di pietra? Questa scala cieca?»

Nel mezzo della parete centrale c’era un foro. Il professore si sentì molto astuto quando gli venne in mente di provare a inserire la mazza nel foro, ma non accadde nulla. Tastò le levigate pareti béton brut in lungo e in largo, ma niente.

– Eppure dev’esserci un doppio fondo, – si disse.

Guardò nuovamente il cadavere, le spalle nude e impolverate.

Risalì i gradini lentamente, voltandosi per scrupolo indietro più volte. Si chiuse la porticina alle spalle, pulì la maniglia con un lembo di camicia. Decise per pigrizia di prendersi il rischio di uscire dal lato principale, e ci riuscì senza problemi, sgusciando dietro la portineria silenziosa, attraversando rapido il cortile su cui gravavano incongrui pilastri d’acciaio, allontanandosi infine a passo moderato dall’edificio ***, ormai protetto dall’anonimato della metropoli.

Questo, almeno, stando a quanto abbiamo visto. Ma la versione del dottor Bendalusi è molto diversa. Ci pare che il suo resoconto contraddica l’evidenza empirica, ma d’altra parte il diretto interessato dovrebbe essere la persona più qualificata a dar conto di sé. Non sappiamo cosa pensarne, perciò non resta forse che lasciare a lui l’ultima parola:

«Guardai nuovamente il cadavere, le spalle nude e impolverate, gli occhi sgranati. Così finisce l’allegoria. Stupida, vuota e un po’ sconcia ma compiuta. E davvero non c’è altro. Una volta vidi una puntata di “Ai confini della realtà” in cui una donna scopriva che poteva fermare il tempo semplicemente dicendo “basta”. L’universo si fermava, e lei continuava a muoversi, a vivere. Per me l’opposto: l’universo ruota su se stesso, e io sono immobile. Forse ho pronunciato per caso la parola magica.»

Ma qui di magia, o di metafisica, se ne vede ancor meno che di realtà.

Gregorio Magini su Collettivomensa Specialone


seratOna all’Imago di Pisa – sabato 23 gennaio

22 gennaio 2010

L’associazione culturale Imago di Pisa ci ha gentilmente concesso di puffare il vostro altrimenti sobrio sabato sera con un evento davvero puffantastico!!!

SABATO 23 GENNAIO ORE 19:00 – 24:00 – DOMENICA 24 GENNAIO ORE 18:00 – 22:00 (solo mostra)
C/O ASSOCIAZIONE CULTURALE IMAGO – VIA BOVIO, 10 – PISA

Il titolo della serata è “NON SE N’ESCE VIVI DALL’ANDERGRAUNDE”

Ci sarà tipo una brevissima presentazione della rivista , la PROIEZIONE di VIDEO (“La spinta” di Manuele Biazzo e “Surreali dell’ entusiasmo” di Massimo Pasca e Antonio Miccoli), una MOSTRA popolare d’elite (con opere di Francesco D’Isa, I Love tu, Ivan Manuppelli , Massimo Pasca,Tuono Pettinato, Marco Purè, Claudia Ragusa,Elena Rapa), e pure un LIVE PAINTING di Antonio Sileo e del buon Tuono Pettinato.

La MUSICA sarà puffata da Loop, Bass, Poetry (Fabio di Tanno: Loop & Bass,Massimo Pasca : Poetry)
Info:
www.imagopisa.it – imagopisa@tiscali.it – 328 66 10 814


Orsetto Tutù, di Tuono Pettinato

20 gennaio 2010

Trilogia di un’impotenza, di Manuela Lino

20 gennaio 2010

Uno

Mattina di piombo sulle palpebre. Alzarle è una sfida alla gravità. Sudore stanco sulla fronte, la sensazione di non aver dormito affatto, come se la notte avesse aggiunto stanchezza a quella accumulata durante il giorno.

Le mani camminano lente verso il viso, sotto la coperta di lana ruvida, cercano le fessure da stropicciare, cercano di ricacciare dentro la testa il sonno, attraverso le orbite.

Svegliati stronzo. Trova un motivo per alzarti. Pensa all’acqua calda della doccia. La caldaia è rotta. Pensa alla colazione, allora. Non faccio la spesa da giorni. Che idiota. Ci sarà anche un po’ di caffè da qualche parte. E’ finita la bombola del gas. Il caffè puoi solo sniffarlo. Oddiocheschifo. Alzati, arriverai in ritardo.

Lente le mani scivolano di nuovo sotto la coperta lercia, sul petto nudo, sulla pancia, stop.

Sfruttate l’erezione mattutina, dice una scritta su un muro qui vicino.

Quale. Erezione. Mattutina. Mi chiedo.

Mi giro dall’altra parte, con la mano ancora sulle mutande mi riaddormento.
Sogno di una di quelle volte al mare, con gli amici, scena tipica da tre del pomeriggio, non si poteva fare il bagno, per la regola delle due ore. La digestione era un fenomeno incomprensibile e l’unico apparente motivo che ci teneva lontani dall’acqua era il sadismo degli adulti. Invidiosi adulti rattrappiti che si beavano di tenerci ad invecchiare sotto un ombrellone colorato.

Sogno Valeria. Valeria piaceva a tutti. Biondina, capelli ricci, ti dava un bacio se le compravi un ghiacciolo, o le gomme con le figurine di Lupo Alberto. Un bacio semplice si intende. Per qualcosa di più, dicevano i più esperti, dovevi raccogliere settimane di paghette, e regalarle una cassetta di Madonna, o di Eros Ramazzotti.

Io mi limitavo a guardare da fuori la capanna dove avvenivano gli scambi e ascoltare i racconti degli altri, nell’attesa che si facesse l’ora. Poi prendevo la maschera e le pinne, e mi tuffavo alla ricerca di pesci e tesori marini di media entità, e varia origine. Soltanto allora, nel silenzio ombreggiato della distesa marina, dentro quel mondo azzurrino lento e discreto, mi abbandonavo a riflessioni e fantasie sull’altro sesso. E del resto quella Valeria a me non piaceva poi tanto. Preferivo l’amica, una tale Monica, un po’ timidina ma molto graziosa, che sapeva tuffarsi come un maschio, e aveva vinto lunghissimi campionati di calcio coi tappini, con metodo e dignitosa costanza.

E comunque nel sogno Valeria sembra molto più grande e formosa, quasi adulta, ed io invece sono ancora quell’ignaro sub prepuberale indeciso, e in disparte, con le chewing gum di Lupo Alberto in tasca, lì fisse a sciogliersi, senza mai il coraggio per chiedere un bacio.

Mi sveglio di nuovo, lenzuola appiccicate alla pelle. Le lancio in fondo al letto, sono in vergognoso ritardo. I piedi nudi sulla moquette lercia producono un inquietante cic ciac. In bagno l’acqua gelida  risveglia il sangue dei polsi e la sensazione di vivere nel degrado più totale. Pelle d’oca fissa per la prossima mezz’ora. Gengive congelate, sputo dentifricio e sangue. Nello specchio non ci sono io, c’è un panda sifilitico non troppo felice di essersi svegliato, anche stamattina.

Non è cambiato molto, penso sulle scale di casa. Quella ragazzina ci teneva in pugno coi suoi riccioli biondi, e con le sue labbra carnose. Gestiva il suo giro di amanti temporanei, e diventava ricca, in una microeconomia infantile invidiabile. Io ero impotente e non riuscivo neppure ad entrare come cliente, in quel microsistema di compravendita sentimentale.  Rimanevo sullo sfondo, sul limite, a guardare, come anche adesso.

Due

Nell’aula cicaleccio diffuso, picchi di risate, odore di studente sudato, gonnelline estive, gambe, moltissime gambe, e spalle rotonde, magliettine leggere, mocassini, sandali alla schiava con dentro piedi femminei, Converse e calzini bianchi punk, jeans tagliati. Qualcuno si schiarisce la voce, prende la parola, mette ordine. E’ un ordine disordinato, un ordine autogestito. In tre parole ottiene l’attenzione dell’aula magna, porte comprese. Lo invidio. Ha capelli folti, barba scura, un corpo solido sotto vestiti finto-trascurati. Con la sua voce seria illustra ai presenti l’ordine del giorno. Sorride. Si potrebbe dire che la sua è una bellezza antica. E’ un greco, è Paride. Gli occhi delle presenti brillano, sorride dentro di loro una piccola Elena pronta a lasciare tutto. A scatenare guerre, per una voce così.
Poso la tascapane su un banco, mi siedo, saluto a bassa voce Saverio, mi chiede se ho visto il telegiornale, se so che è passata la legge, se penso che sia tutto finito. Saverio è una mitragliatrice di parole, nella sua polo stirata dalla mamma, dietro i suoi occhiali senza montatura. Freme e mi spara le sue domande sulla faccia, curandosi pochissimo di una risposta che non sia un pigro umh.

Nel frattempo si distribuiscono i compiti, i volontari si iscrivono in liste approntate su fogli di carta, alcuni andranno nelle scuole a spiegare la riforma, altri prenderanno contatti con la stampa, quelli del collettivo arte stanno già decidendo di fare delle estemporanee in strada, alcuni professori propongono la lettura dei classici in piazza, c’è bisogno di qualcuno che raccolga fondi, qualcuno chiami il preside…Saverio si propone per redigere il documento ufficiale, torna pimpante, prende il cellulare, chiama non so chi.

Rimango seduto a guardare.

La mia non è propriamente viltà, né timidezza. È piuttosto un’innata incapacità di prendere un’iniziativa e portarla avanti a testa alta, senza preoccuparmi troppo di sbagliare. È un’inclinazione genetica a rimanere nelle retrovie, a riflettere prima di agire. A riflettere, piuttosto che agire. E quindi rimango così, a guardarli, a comprenderli, a immaginarli, i miei compagni, i miei coetanei. Loro che portano avanti le loro idee, anche imperfette.

Saverio mi chiede se ci vediamo alla manifestazione, ha un tono di minaccia.

Saverio era il mio compagno di banco al liceo. Era il motivo per cui non prendevo mai dieci ai compiti di matematica, nonché il fornitore ufficiale della mia merenda, e dei soldi per l’erba per quasi tutti gli anni di liceo e università. Saverio sarebbe il mio migliore amico se non fosse così figlio di papà, così sistemato, pulito, perfettino. Sarebbe il mio migliore amico se non stesse con Monica.

<<Non pensare di astenerti dai tuoi doveri politici ed etici di studente universitario>>.

Lo dice con un sorriso, con la voce perfetta e misurata di una donna imprigionata nel corpo di una ragazzina. Monica. Capelli di seta, occhi neri come pozzi, e spigoli ovunque, su di un corpo che è una dichiarazione di non conformità, una creatura di Schiele, o di Kokoshka. Monica con i suoi orecchini da gitana, e i suoi modi da monaco tibetano.

Ai piedi porta dei sandali comprati in Marocco dal padre di Saverio e una cavigliera che tintinna quando cammina. Ha ginocchia ossute e tonde, e cosce inesistenti, ossa del bacino sovraesposte, pancia piatta e scura, seno minuscolo. Braccia attaccate a due spallucce rotonde e lucide, tutto racchiuso da un vestitino di stoffa leggera, verde a piccoli fiori bianchi e neri. Beve caffè e acqua, non credo di averla mai vista mangiare. E del resto non ha tempo per queste occupazioni così vili, materiali, umane. Ha imparato da Siddharta a “pensare, aspettare, digiunare”.  E Monica pensa bene, digiuna con evidenti risultati, e aspetta che il mondo si accorga dell’enorme sbaglio che sta facendo. E aspetta, pensa e digiuna con la stessa caparbietà, con la stessa dignitosa costanza con cui vinceva i campionati di calcio coi tappini, quando eravamo bambini.

Tre

Il punto di raccolta è davanti Lettere, da lontano sento Saverio che prova il megafono, affretto il passo. Lo saluto, mi mescolo alla folla, incontro qualcuno, leggo il volantino che mi consegna una ragazzetta coi rasta e delle decollete rosso fuoco. Parla della privatizzazione dell’acqua, mi invita a un incontro, e ad un’altra manifestazione. Arriva Monica, mi fa scivolare un bacio sulla guancia, mi prende per mano e dice <<Andiamo, sta partendo>>. Il mio amico è alla testa del corteo, inizia quasi subito a sgolarsi, anche se la partenza, bisogna ammetterlo, è ancora timida. Siamo meno del previsto, ma c’è ancora tempo, e bisogna fare il giro della cittadella universitaria, prima di uscire.

Dopo circa un’ora, la timida partenza è dimenticata. Un mare agitato e allegro, scorre per le vie della città. Un mare canterino, ma pacifico e rispettoso. Un mare eterogeneo, dato che i ragazzini delle medie si mescolano ai professori universitari, gli studenti stanno accanto al personale amministrativo. La segretaria che odi, quella che non sa mai perché le tue materie non sono ancora state caricate nel piano di studi, oggi è più umana, carina, sorride, ti da una pacca sulla spalla.

Io ci sono dentro, e per la prima volta non sono più me, ma un altro, più vivo. Non saprei dire cosa succede, agli altri, e a me. Qualcuno ipotizzerebbe la presenza di qualche sostanza strana nell’aria, perché vedo scene inedite, inspiegabili.

Come essere in un bruco di persone a saltare, camminare, ballare, gridare, cantare, battere le mani. Come guardare il sole sui palazzi e sulle nostre facce, e il cielo azzurro pallido e sentire il calore di un autunno meridionale di decadenza e romanticismo soffocante. Come protestare e vederci belli, numerosi, sani, felici.

Disillusi ma attivi. Disillusi ma non ancora falliti.

Disillusi ma speranzosi.

Come accorgermi che dietro una finestra piccolissima c’è una vecchina tutta bianca che sorride, e sì che ci sono migliaia di persone lì con me, ma per un solo attimo ritrovo me stesso dentro quel sorriso, la saluto e penso per la prima volta che non si è del tutto soli, mai.

Come guardarmi stupito su una vetrina e pensare che sarebbe bello che lei mi vedesse così, adesso.  E accorgermi che lei è accanto a me.

Come sentire qualcosa che conosco bene, e avere il coraggio di dire <<ma questi sono i cccp>> e di correre dietro la camionetta con la musica, e cantare <<è una questione di qualità, o una formalità non ricordo più bene>> ed essere un po’ fieri di questa giovinezza che troppo spesso è una vergogna. Come prendere una mela dalla tascapane e chiederle se ne vuole metà. Come vederla mordere e masticare la polpa bianca e croccante, come pensare che forse non siamo del tutto perduti.

Come avere rabbia e volontà di affermazione. Come avere le idee chiare su cosa non siamo, su cosa non vogliamo.

Come sentire dentro per la prima volta il desiderio. E pensare a qualcosa di folle, tipo, baciarla.
E con gesto automatico infilare una mano in tasca, e sentire la gommosa consistenza di una chewing gum alla fragola, riscaldata dalla lunga permanenza nei jeans, appiccicosa e inutile, come me.

Manuela Lino, Collettivomensa SpecialOne, 2009